domenica 16 maggio 2021

                                                                  ANNI DI PIOMBO


GLI SCATTI SEGRETI DEL REPORTER: ECCO CHI SPARÒ AL VICEBRIGADIERE CUSTRA - IL 14 MAGGIO DEL 1977, DURANTE GLI SCONTRI DI VIA DE AMICIS A MILANO, L'AGENTE ANTONIO CUSTRA FU UCCISO DA ALCUNI MILITANTI DI AUTONOMIA OPERAIA. "LA VERITÀ ERA IN UNA SERIE DI FOTOGRAFIE TENUTE NASCOSTE", RACCONTA IL MAGISTRATO GUIDO SALVINI - NEL MAGGIO DEL 1992 FURONO EMESSE BEN 9 CONDANNE PER CONCORSO IN OMICIDIO - TUTTI I DATI PROCESSUALI INDICANO CHE IL RESPONSABILE DEL COLPO MORTALE E' STATO…

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Rosa Scognamiglio e Francesca Bernasconi per ilgiornale.it

 

FOTO DI PAOLO PEDRIZZETTI A VIA DE AMICIS A MILANOFOTO DI PAOLO PEDRIZZETTI A VIA DE AMICIS A MILANO

Un colpo sordo di Beretta 7,65 alla fronte. Fu così che Antonio Custra, vicebrigadiere del 3° Reparto Celere della Polizia di Milano, perse la vita all'età di soli 25 anni durante gli scontri di Via De Amicis del 14 maggio del 1977. Ad aprire il fuoco contro l'agente furono alcuni militanti delle file armate di Autonomia Operaia, il collettivo della sinistra extraparlamentare che ridusse a ferro e fuoco il capoluogo lombardo, mietendo numerose vittime durante gli Anni di piombo.

 

"Furono anni terribili per noi della polizia, rischiavamo la pelle ogni giorno. I cortei armati e le manifestazioni violente erano quasi di routine. Bastava poco per scatenare l'inferno e trasformare una piazza qualunque in teatro di guerra. Talvolta accadeva che i manifestanti ci sparassero addosso senza alcun motivo, da un momento all'altro. Vivevamo in un clima di tensione a dir poco angosciante, in stato perenne di massima allerta", racconta a ilGiornale.it Carmine Abagnale, uno degli agenti del 3° Reparto Celere schierati in Via De Amicis durante gli scontri.

 

 

Ma chi sparò al vicebrigadiere Custra? "Quella di via De Amicis è una storia di fotografi e fotografie. L'identità degli sparatori rimase irrivelata fino a quando, qualche anno dopo la sparatoria, recuperammo il rullino che conteneva la foto decisiva per inchiodare i responsabili dell'assalto", spiega alla nostra redazione il magistrato Guido Salvini, giudice istruttore nel seconda fase delle indagini per l'omicidio Custra.

 

scontri via de amicis milanoSCONTRI VIA DE AMICIS MILANO

 

Gli albori del terrorismo milanese

Cortei armati, assalti alle sedi istituzionali e scontri di piazza. Verso la fine degli anni '70 una scia di violenza implacabile investì Milano, anticipando di misura il periodo del "terrorismo rosso" dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac) e delle forze brigatiste. Le tensioni tra i rappresentanti dello Stato e le milizie eversive si esacerbarono nella primavera del 1977, quando vi fu la massima espansione dell'Autonomia Operaia e di frange estremiste della sinistra extraparlamentare.

 

Un anno dopo, il 9 maggio del 1978, Aldo Moro fu assassinato a Roma. "Il 1977 fu un anno contrassegnato dalle contestazioni universitarie ma anche da eventi molto tragici - spiega il magistrato Guido Salvini - C'erano i cosiddetti 'cortei armati', ovvero collettivi autonomi dotati di armi (generalmente pistole) che colpivano le sedi degli industriali e gli obiettivi istituzionali.

 

I punti di forza di queste frange eversive dell'Autonomia, ovvero le città dove ottenevano maggior numero di adesioni, erano Roma, Bologna e Milano. E fu proprio in queste 'grandi piazze' che accaddero degli episodi molto gravi. Nel marzo del'77 a Bologna rimase ucciso uno studente legato all'Autonomia, Francesco Lo Russo. Il 21 aprile 1977 a Milano, durante gli scontri tra la polizia e gli studenti dell'università, fu ucciso l'agente di pubblica sicurezza Settimio Passamonti. In questo clima di tensione si inserirono, qualche settimana più tardi, gli scontri di Via De Amicis".

scontri via de amicis milanoSCONTRI VIA DE AMICIS MILANO

 

 

La manifestazione del 14 maggio 1977

Per il pomeriggio del 14 maggio del 1977 è stata indetta dai gruppi dell'estrema sinistra, con l'adesione dei collettivi dell'area dell'Autonomia milanese, una manifestazione di protesta contro "la repressione" e, in particolare, per l'arresto degli avvocati di Soccorso Rosso Sergio Spazzali e Giovanni Cappelli, in seguito condannati entrambi per associazione sovversiva. Il corteo si muove alle ore 16,30 da Piazza Santo Stefano ed effettua il giro del centro cittadino di Milano.

 

All'altezza dell'incrocio tra via San Vittore e via Olona, circa 500 giovani dell'area dell'Autonomia Operaia si staccano dal grosso del corteo lasciando le forze dell'estrema sinistra che concludono la manifestazione senza incidenti. I rimostranti dell'Autonomia, invece, decidono di percorrere le vie adiacenti il carcere (Via San Vittore, Corso di Porta Vercellina, Viale Papiniano), lanciando slogan al di fuori delle mura della casa circondariale.

scontri via de amicis milanoSCONTRI VIA DE AMICIS MILANO

 

"Fino a quel momento il corteo era avanzato senza particolari scontri - prosegue ancora il magistrato - Poi però a un certo punto il corteo si biforca. I gruppi più legalitari proseguono la manifestazione pacificamente concludendo la giornata con un comizio vicino all'università. Gli autonomi invece cominciano a girare attorno al carcere di San Vittore. Già lì, si notano degli atteggiamenti bellicosi: qualcuno ha delle pistole nascoste sotto la giacca, altri lanciano slogan contro le mura carcerarie. Tuttavia non accade nulla. Giunto all'angolo tra via Olona e via De Amicis, i manifestanti vedono una colonna della polizia che avanza da via Molino delle Armi, dal lato opposto di via De Amicis.

 

Ovviamente alla vista del corteo i poliziotti si attestano ma senza alcuna volontà di attaccare i manifestanti. Dal corteo si staccano alcune decine di militanti delle strutture più pericolose dell'Autonomia e soprattutto di un collettivo di quartiere, il Romana Vittoria, che tra le sue file conta alcuni dei personaggi che entreranno nel terrorismo vero e proprio degli anni successivi. Inizialmente viene incendiato un autobus, poi vengono lanciate bottiglie incendiarie da alcuni rimostranti. A un certo punto però accade l'imprevedibile. I 'militanti duri', quelli dotati di armi (P38, pistole da tiro e fucili a canna mozza), aprono il fuoco contro gli agenti ferendo a morte il vicebrigadiere Antonio Custra".

 

 

 

"Romana Fuori": fuoco sulla polizia in Via De Amicis

scontri via de amicis milanoSCONTRI VIA DE AMICIS MILANO

Improvvisamente un gruppo di manifestanti si fa avanti in direzione della polizia. Qualcuno dal fondo della strada grida "Romana fuori", dando inizio alla sparatoria. In men che non si dica via De Amicis si trasforma in una polveriera a cielo aperto. Da un lato ci sono i militanti armati del Collettivo Romana che esplodono colpi di P38 e simili, dall'altro gli agenti del 3° Reparto Celere che, dopo aver tentato invano di sedare le tensioni, sono costretti a rispondere al fuoco. La guerriglia dura poco più che una manciata di minuti, quel tanto che basta a uccidere il vicebrigadiere Antonio Custra, ferito mortalmente alla fronte con una Beretta 7,65.

 

"Noi eravamo in piazza del Duomo di 'pronto impiego', cioè, pronti a intervenire in caso di necessità – spiega l'ex capo del 3° Celere Carmine Abagnale che il 14 maggio del '77 era schierato in via De Amicis – Dalla centrale ci segnalarono che alcuni manifestanti stavano transitando dal carcere di San Vittore e quindi ci chiesero di andare sul posto per accertare che non vi fossero scontri.

 

Dal momento che corso Magenta era occupato da alcuni partecipanti al corteo, decidemmo di deviare per via De Amicis in modo da raggiungere agevolmente la casa circondariale. Giunti all'angolo tra via Molino delle Armi e via De Amicis, notammo la presenza di un numero sparuto di dimostranti – saranno stati una ventina – venire nella nostra direzione. Mentre provavamo a capire cosa stesse accadendo, fu dato alle fiamme un autobus proprio davanti ai nostri occhi.

scontri via de amicis milanoSCONTRI VIA DE AMICIS MILANO

 

A quel punto, ci rendemmo conto che la situazione stava degenerando e, nonostante avessimo tentato invano di non rispondere all'attacco, fummo raggiunti dagli spari. Custra stava scendendo dalla camionetta quando improvvisamente si accasciò al suolo. Non capimmo subito che fosse ferito perché c'era fumo ovunque e soprattutto un grandissima concitazione. Dopo pochi minuti, quando si esaurirono gli spari, notammo che Custra era gravemente ferito. Ci attivammo per allertare i soccorsi ma, nonostante il trasporto in ospedale, non vi fu nulla da fare. Morì all'alba del giorno, a soli 25 anni, lasciando la moglie incinta al settimo mese di gravidanza. Quella sparatoria durò pochi minuti ma ebbe un esito drammatico. Non credo lo dimenticherò mai".

 

 

Le prime indagini e la foto "iconica" di Giuseppe Memeo

LA FOTO DI PAOLO PEDRIZZETTI A VIA DE AMICIS A MILANOLA FOTO DI PAOLO PEDRIZZETTI A VIA DE AMICIS A MILANO

La polizia scientifica reperta in via De Amicis 11 bossoli e 5 proiettili di una calibro 7,65. Tuttavia non viene annotato il punto esatto in cui ogni colpo è stato rinvenuto, circostanza che impedisce di ricostruire l'esatta dinamica dell'assalto. Una parziale svolta nelle indagini giunge grazie all'acquisizione del materiale fotografico fornito da due fotografi freelance che, per ragioni professionali, hanno seguito il gruppo di attaccanti per un ampio tratto del lato destro di via De Amicis.

 

antonino custraANTONINO CUSTRA

I fotoreporter Dino Fracchia e Paolo Pedrizzetti mettono a disposizione degli inquirenti due serie di immagini che immortalano le fasi salienti della sparatoria. Molte fotografie infatti raffigurano gli aggressori sia durante la fase di attacco che di ritirata. Alcuni sono in posizione di sparo come la foto "iconica" di Giuseppe Memeo – terrorista di spicco dei Pac coinvolto nell'omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani – che diventerà l'immagine-simbolo degli Anni di Piombo. "La foto di Giuseppe Memeo, accucciato che spara contro la polizia con una calibro 22, è stata iconica del '77 - spiega il magistrato Salvini -

 

Tuttavia non è questo lo scatto decisivo della vicenda di Via De Amicis. In realtà l'immagine di Memeo che spara si colloca nel momento successivo alla morte del vicebrigadiere Custra, quando il collettivo Romana Vittoria sta già battendo in ritirata. Dunque non è stato lui a sparare al vicebrigadiere e neanche i tre studenti del Cattaneo che sono stati arrestati nei giorni successivi all'assalto, per quanto 'complici morali' dell'omicidio".

 

 

MARIO FERRANDI E ANTONIA CUSTRA FIGLIA DI ANTONIOMARIO FERRANDI E ANTONIA CUSTRA FIGLIA DI ANTONIO

Al termine della prima fase di indagine, vengono arrestati tre giovani studenti dell'Istituto Cattaneo. Si tratta di Maurizio Azzolini, Massimo Sandrini e Walter Grecchi, minorenni i primi due e di poco maggiore il terzo. L'accusa nei confronti dei tre ragazzi è di concorso in omicidio, tentato omicidio e altri reati annessi ai fatti di Via De Amicis. I risvolti successivi delle investigazioni proveranno che gli studenti hanno partecipato alla manifestazione e aperto il fuoco contro la polizia ma non hanno ucciso Custra. La sentenza d' appello, che li prosciolse per i reati più gravi (omicidio volontario e tentato omicidio), fu annullata dalla Cassazione. Nel 1982 i tre vengono di nuovo condannati: 14 anni e 7 mesi per Grecchi, 9 anni e 11 mesi per gli altri due. La vicenda giudiziaria si chiude senza il nome del vero colpevole.

 

 

La verità in un rullino tenuto nascosto

ANNI DI PIOMBO MARIO FERRANDI GIOVANEANNI DI PIOMBO MARIO FERRANDI GIOVANE

Qualche anno più tardi il magistrato Guido Salvini decide di riaprire il caso. La chiave di volta del giallo è contenuta in un rullino fotografico mai rinvenuto durante la prima istruttoria. Si tratta delle immagini scattate dal fotoreporter Antonio Conti, freelance vicino agli ambienti di estrema sinistra, che consentono di individuare il volto e la posizione esatta degli sparatori di Via De Amicis. Fino a quel momento "non si era mai saputo chi erano i veri sparatori, ovvero il 'gruppo dei duri' che si era lanciato contro la polizia - spiega il magistrato - Quando ho ripreso in mano il caso, agli inizi degli anni '80, è emersa una nuova verità.

 

A un certo punto, un testimone – il fotografo Marco Bini – mi fece notare che nelle fotografie scattate dagli altri reporter si vedeva un fotografo, parzialmente nascosto da un albero, che non era mai stato identificato. Si trattava di Antonio Conti, un freelance vicino agli ambienti dell'Autonomia, che non aveva mai consegnato i suoi rullini alla polizia. Dunque decidemmo di perquisire la sua abitazione, ove ritrovammo delle foto molto importanti degli scontri di via De Amicis.

 

guido salvini 1GUIDO SALVINI 1

Una in particolare risultò decisiva per ricostruire identità e posizione degli sparatori, ossia quella in cui il gruppo avanzava verso la polizia proprio nel momento in cui moriva Custra. Da quegli scatti fu possibile quindi individuare chi aprì il fuoco: da Marco Barbone ad altri che, successivamente ai fatti del maggio 1977, passarono nelle vere e proprie milizie armate degli anni di terrore".

 

 

 

Chi ha ucciso Custra? I nomi degli sparatori

Quasi tutti i militanti intercettati dal magistrato Guido Salvini confessano di aver partecipato agli scontri di via De Amicis. Si tratta perlopiù degli esponenti di spicco dell'Autonomia che, negli anni successivi, passeranno alla lotta armata. "Chi non confessa è Pietro Macini, uno dei capi dell'Autonomia che fuggirà in Brasile e non pagherà mai il suo conto con la Giustizia - prosegue il giudice – Nega di aver partecipato all'assalto anche Raffaele Ventura, uno dei dieci ex terroristi per cui è stata recentemente chiesta l'estradizione e che vive impunito a Parigi da circa trent'anni".

 

guido salvini 2GUIDO SALVINI 2

Nel maggio del 1992 vengono emesse ben 9 condanne per concorso in omicidio. Tra i condannati a vario titolo ci sono: Luca Colombo e Maurizio Gibertini (10 anni e 8 mesi), Giancarlo De Silvestri (10 anni), Raffaele Ventura (7 anni) Pietro Mancini (5 anni) Mario Ferrandi e Giuseppe Memeo (4 anni), Marco Barbone (1 anno e due mesi), oltre a Corrado Alunni, il grande pentito di Prima Linea, condannato in questo processo per aver procurato armi ai dimostranti. Tutti i dati processuali indicano in Mario Ferrandi il responsabile del colpo mortale all'agente Custra. Con una Beretta 7,65, Ferrandi avrebbe sparato ad altezza d'uomo contro il cordone di polizia da una distanza di circa 40 metri.

 

"Al processo vengono tutti condannati - conclude Salvini - Certo è che se queste fotografie fossero saltate fuori prima, se queste indagini fossero state condotte in maniera più incisiva, le persone incriminate per i fatti di via De Amicis non sarebbero entrate nei gruppi armati e probabilmente lo sviluppo della lotta armata milanese, durante gli anni del terrorismo vero e proprio, si sarebbe evitato. Purtroppo è stata fatta giustizia ma tardivamente".

ex terroristi raffaele venturaEX TERRORISTI RAFFAELE VENTURA

lunedì 22 marzo 2021

                                                                 BRIGATE ROSSE


L'AUTOBIOGRAFIA DELLE BR - IL DESTINO DI MORO NON FU SEGNATO IL 16 MARZO 1978, GIORNO DEL SUO RAPIMENTO, MA QUASI -  LO “SCAMBIO DI PRIGIONIERI” ERA “UN PERCORSO DI DIFFICILE PERCORRIBILITÀ” – CAMBIÒ L'ATTEGGIAMENTO DEL PARTITO COMUNISTA, CHE NELLA VISIONE BRIGATISTA “PARTECIPA ALL' OFFENSIVA ANTIGUERRIGLIA” PRIMA “TENENDOSI NASCOSTO”, E SOLTANTO NEL 1978 “ESCE ALLO SCOPERTO” - GLI EX BRIGATISTI METTONO IN FILA ERRORI, DISSIDI, CORRUZIONI E SCISSIONI DEL MOVIMENTO ARMATO

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Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera”

 

ALDO MOROALDO MORO

Il destino di Aldo Moro non fu segnato il 16 marzo 1978, giorno del suo rapimento, ma quasi. Lo «scambio di prigionieri» ipotizzato dai sequestratori a un mese e più dalla strage di via Fani era «un percorso di difficile percorribilità», come notarono alcuni brigatisti in un documento destinato al dibattito interno: «Quindi la proposta dello scambio fu usata e progettata soprattutto come mezzo per sviluppare contraddizioni nel nemico».

 

brigate rosse un diario politico coverBRIGATE ROSSE UN DIARIO POLITICO COVER

Quello scritto, molto lungo e articolato, è una ricostruzione storica dell' esperienza brigatista tra il 1970 e il 1983, fatta dagli stessi militanti; una sorta di autobiografia delle Br pubblicata ora dalla casa editrice DeriveApprodi, a cura di Silvia De Bernardinis, con il titolo Brigate rosse: un diario politico. Riflessioni sull' assalto al cielo , nella quale il sequestro e l' omicidio del leader della Democrazia cristiana rappresenta uno dei punti di svolta. E di successivi dissensi mai ricomposti.

 

mario morettiMARIO MORETTI

Un' azione in cui si contrapposero la capacità (o incapacità) dello Stato di «salvaguardare la propria personalità "insigne", e quella della guerriglia di annientare e catturare il presidente della Dc».

 

Una sfida in cui le Br pianificarono la diffusione delle lettere dell' ostaggio per «sviluppare le contraddizioni nell' ambito politico e istituzionale», e il tragico epilogo dell' esecuzione della condanna a morte servì «a sancire la forza e la determinazione delle forze rivoluzionarie».

 

Tuttavia - sottolineano i cinque brigatisti autori del documento, alcuni dei quali ebbero ruoli di rilievo nell' organizzazione dopo il 1978 - «la gestione del processo a Moro fu praticamente nulla, così come non vennero mai gestiti i contenuti dell' interrogatorio».

aldo moro via faniALDO MORO VIA FANI

 

Sul fronte opposto «Andreotti fu, insieme al Pci, il vero protagonista della gestione politica di quel momento da parte dello Stato» che, una volta sancita la «linea della fermezza», si tradusse nella «scelta obbligata della svalutazione di Moro». Portando alla luce «il massimo delle contraddizioni tra le forze politiche, e tra Moro e lo Stato».

 

alberto franceschini 2ALBERTO FRANCESCHINI 2

Un altro punto a favore delle Br, che però commisero, anche dal loro punto di vista, una serie di errori: «Il più grosso, probabilmente compiuto più a livello teorico che pratico, sta nella sopravvalutazione del movimento armato, e quindi del livello di contraddizioni politiche in atto».

 

strage di via fani rapimento moroSTRAGE DI VIA FANI RAPIMENTO MORO

Sono valutazioni di «militanti rivoluzionari» in quel momento ancora in piena attività, seppure da detenuti, arrestati uno nel 1975 e gli altri tra il 1982 e il 1983. Che hanno vissuto anche la scissione del Partito guerriglia, responsabile nel 1981 del rapimento dell' assessore democristiano Ciro Cirillo, liberato (a differenza di Moro) dietro pagamento di un riscatto. Un esito sul quale il giudizio è molto duro: «Il fatto che lo scambio sulla vita di un nemico "colpevole di molti misfatti" possa avvenire per denaro è una rappresentazione di corruzione della guerriglia stessa».

aldo moro via caetaniALDO MORO VIA CAETANI

 

Il racconto critico e autocritico dell' evoluzione brigatista prende le mosse dalle origini, nel 1970, quando il gruppo compì le prime azioni all' interno delle fabbriche del Nord Italia ispirandosi alla «struttura della guerriglia urbana sudamericana», con l' idea di una organizzazione che «orientasse e dirigesse il movimento di massa».

 

aldo moro enrico berlinguer compromesso storicoALDO MORO ENRICO BERLINGUER COMPROMESSO STORICO

Nel 1974 si avviò l' attacco al «cuore dello Stato» con il sequestro Sossi, poi alla Dc «partito-regime» e tutto quello che ne seguì fino ai dissidi e alle scissioni dei primi anni Ottanta, i «pentimenti» e gli arresti in massa, con la «ritirata strategica» del 1982. Ma già prima ce n' erano state altre due, in altrettanti momenti di crisi, nel 1972 e tra il 1974 e il 1976, quando il Nucleo antiterrorismo del generale Carlo Alberto dalla Chiesa mise a segno i primi colpi contro il «nucleo storico», e poi venne «congelato per una serie di scelte politiche».

aldo moro brigate rosseALDO MORO BRIGATE ROSSE

 

COVO BRIGATE ROSSECOVO BRIGATE ROSSE

Nel frattempo cambiò l' atteggiamento del Partito comunista, che nella visione brigatista «partecipa all' offensiva antiguerriglia» prima «tenendosi nascosto», e soltanto nel 1978 «esce allo scoperto».

 

In carcere i brigatisti detenuti compiono anch' essi l' errore di «sopravvalutare il movimento armato rispetto alla realtà», e pretendono di assumere la direzione politica del gruppo, minacciando la rottura poi realizzata dal Partito guerriglia. Animando discussioni interne che non mettono fine alla sequela di morti ammazzati, e continueranno anche nelle prigioni, dopo l' arresto della quasi totalità dei militanti. Che volevano assaltare il cielo, ma sono rimasti sulla terra a fare i conti tra loro.

aldo moroALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROaldo moroALDO MOROaldo moroALDO MOROBRIGATE ROSSE ALESSIO CASIMIRRIBRIGATE ROSSE ALESSIO CASIMIRRIBRIGATE ROSSE BARBARA BALZERANIBRIGATE ROSSE BARBARA BALZERANIBRIGATE ROSSE FRANCO BONISOLIBRIGATE ROSSE FRANCO BONISOLIBRIGATE ROSSE GERMANO MACCARIBRIGATE ROSSE GERMANO MACCARIBRIGATE ROSSEBRIGATE ROSSEle auto di moro a via fani dopo l agguato delle brigate rosseLE AUTO DI MORO A VIA FANI DOPO L AGGUATO DELLE BRIGATE ROSSEBRIGATE ROSSE VALERIO MORUCCIBRIGATE ROSSE VALERIO MORUCCIL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROBRIGATE ROSSEBRIGATE ROSSEBRIGATE ROSSEBRIGATE ROSSEL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROaldo moro in giacca e cravatta a terracinaALDO MORO IN GIACCA E CRAVATTA A TERRACINAfrancesco cossiga e aldo moroFRANCESCO COSSIGA E ALDO MORO

mercoledì 17 marzo 2021

                                                                           MORO


IL CASO MORO NON FINISCE MAI - LA PROCURA DI ROMA, GRAZIE AL TEST DEL DNA, INDAGA SU 7 PROFILI GENETICI SCONOSCIUTI PRESENTI IN VIA FANI E VIA GRADOLI - ERANO I MEMBRI DEL COMMANDO “MILITARE” CHE AIUTÒ LE BR, MAGARI I TERRORISTI TEDESCHI DELLA RAF? - E IN NICARAGUA C'E' L’UNICO LATITANTE DELLE BR PER IL CASO MORO, ALESSIO CASIMIRRI, FIGLIO DELL’EX NUMERO DUE DELLA SALA STAMPA VATICANA SOTTO TRE PAPI - I RAPPORTI DEL NICARAGUA CON LA P2 E LA FAMIGLIA GELLI…

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Maria Antonietta Calabrò per https://www.huffingtonpost.it

 

ALDO MOROALDO MORO

Il caso Moro, per sempre. A 43 anni dal rapimento dello statista democristiano, il gip romano Francesco Patrone ha autorizzato la richiesta di prelievo del Dna (avanzata dal pm Eugenio Albamonte) per alcuni brigatisti già condannati per il sequestro del dirigente democristiano, ma anche per alcuni militanti delle Br finora considerati estranei all’agguato di via Fani. Il prelievo del Dna è avvenuto a fine febbraio 2021 nei locali della Questura di Roma, ed è stato coattivo visto che molti brigatisti non avevano voluto sottoporvisi volontariamente.

 

Si tratta infatti di comparare il loro profilo genetico con quello portato alla luce, nel 2016, sui mozziconi di sigaretta rinvenuti nell’abitacolo della Fiat con targa Corpo Diplomatico che servì a “bloccare” la vettura di Moro in Via Fani, e sui mozziconi repertati nel covo di via Gradoli (la centrale operativa del sequestro Moro).

 

aldo moroALDO MORO

Fu il capo dell’Antiterrorismo Lamberto Giannini, da pochi giorni nuovo capo della Polizia di Stato, a mettere in evidenza alla seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso, presieduta da Giuseppe Fioroni, la possibilità di procedere con nuove analisi scientifiche che nel 1978 non erano possibili.

 

Ma la prova del DNA è stata possibile solo ora (nell’ambito delle nuove indagini avviate a fine 2018 da Piazzale Clodio dopo aver ricevuto lo stralcio dei documenti di San Macuto), visto che prima non c’era il consenso degli interessati, e si è dovuto procedere con decisione del gip.

 

Francesco Cossiga in via Caetani, davanti alla R4 con il cadavere di Aldo MoroFRANCESCO COSSIGA IN VIA CAETANI, DAVANTI ALLA R4 CON IL CADAVERE DI ALDO MORO

L’ipotesi investigativa è che ci potrebbero riscontrare presenze diverse da quelle finora conosciute sulla scena del rapimento e in via Gradoli. Visto che ad esempio su 38 tracce biologiche rinvenute, solo 20 sono state attribuite, e con certezza, al proprietario dell’auto (che era stata rubata dalle Br per usarla nel sequestro) e ai suoi familiari, mentre altri 7 profili genetici trovati all’interno dell’abitacolo del Fiat giardinetta, condotta da Mario Moretti e che la mattina del 16 marzo 1978 bloccò allo stop con via Stresa la Fiat 130 su cui viaggiava lo statista democristiano e l’alfetta della scorta, sono ancora sconosciuti.

mario morettiMARIO MORETTI

 

Uomo 4 ha lasciato tre tracce genetiche e così uomo 7, mentre Uomo 1 ne ha lasciare due. Quattro tracce non sono conclusive e due sono miste per Uomo 4 e Uomo 2. Le rimanenti tracce appartengono ad altri quattro uomini rimasti finora ignoti. In particolare si cerca di dare un volto e un nome alla presenza di un personaggio che si sarebbe trovato accanto a Moretti al momento dell’agguato, e a chi abbia avuto a che fare con la macchina ( per rubarla, spostarla , nasconderla) e a chi abbia frequentato il covo di via Gradoli.

 

Secondo quanto ricostruito dalla Commissione Moro2 infatti (in base a testimonianze acquisite solo dopo il 2015 e agli esami balistici della Polizia scientifica sulle traiettorie dei proiettili sparati nel corso dell’agguato) i terroristi in via Fani erano almeno venti, e non dodici come hanno riferito i brigatisti durante i cinque processi Moro.

ENRICO BERLINGUER ALDO MOROENRICO BERLINGUER ALDO MORO

 

Il 21 marzo 1978, del resto, cioè cinque giorni dopo il sequestro, un testimone oculare (un ragazzo di quindici anni) vide un pulmino Hanomag-Henschel giallo con tetto bianco con targa tedesca e una Mercedes (color caffellatte) risalire la penisola verso il Nord. A bordo, in tutto sette persone: due nel pulmino, quattro uomini ed una donna nell’auto.

 

Il testimone fu ascoltato a più riprese nel corso 1978, ma “la pista tedesca” non fu seguita dagli inquirenti, come ha ammesso davanti alla Commissione il prefetto Ansuino Andreassi (deceduto a gennaio 2021), concentrati sulla ricerca dell’ostaggio.

 

adriana farandaADRIANA FARANDA

In base a successivi accertamenti dell’Interpol e della polizia tedesca, si è anche accertato che due persone, un uomo e una donna, che avevano avuto a che fare con quel pulmino, erano membri della RAF (le BR tedesche) e la donna era anche in possesso di una carta d’identità italiana falsa, appartenente ad uno stock rubato in bianco, nella disponibilità delle BR in via Gradoli, e nell’appartamento di Giuliana Conforto, figlia di “Dario”, il principale agente del Kgb in Italia già dai tempi del fascismo , in cui trovarono rifugio i due brigatisti Adriana Faranda e Valerio Morucci e fu sequestrata anche la mitraglietta Skorpion che uccise Moro, il 9 maggio 1978.

 

Il cosiddetto Memoriale Morucci (scritto da Morucci con la “supervisione“ del servizio segreto interno Sisde, alla base della ricostruzione giudiziaria del sequestro Moro, ritenuta insufficiente dai giudici nelle motivazioni delle sentenze di Corte d’assise) ha “cancellato” dalla scena del sequestro proprio alcuni componenti del commando di via Fani, alcuni certamente di nazionalità tedesca, appartenenti alla Rote Armee Frackion, un gruppo terroristico controllato dalla Stasi (servizio segreto dell’allora Ddr, la Germania dell’Est).

ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLIALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI

 

Furono invece questi elementi del commando probabilmente a portare sul campo la loro capacità militare e le armi migliori (che subito dopo ripresero la strada per la Germania). I terroristi tedeschi sono stati identificati dagli inquirenti del loro Paese. Abu Bassam Sharif, capo per decenni del FPLP ha testimoniato nel giugno 2017 che “chi ha sparato in via Fani non sono certamente quegli straccioni delle Brigate rosse”, perché “ io che ne capisco di queste cose... vi dico che anche l’umidità incide sulla traiettoria” ed era difficilissimo sparare a via Fani, in quelle circostanze , senza colpire Moro.

 

ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLIALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI

I profili genetici sui mozziconi di sigaretta rinvenuti nell’auto di via Fani, non ancora attribuiti, serviranno a verificare l’identità di persone che sono tutte di sesso maschile. Mentre quelli relativi al covo di Via Gradoli (dove testimonianze recenti hanno messo in evidenza la presenza di un uomo e una donna che non parlavano italiano, che rientravano in quello stabile in moto e sempre con il casco integrale calzato) sono di due donne e di due uomini.

 

Secondo la ricostruzione “ufficiale” del sequestro Moro, via Gradoli sarebbe stata la base logistica frequentata dai soli Mario Moretti e Barbara Balzerani. Le analisi delle impronte digitali ritrovate dopo quarant’anni hanno già messo in evidenza su uno stivale di gomma un’impronta riconducibile a Adriana Faranda. Mentre nessuna impronta digitale è stata ricondotta dalle analisi ad Aldo Moro. In quel covo inoltre sono state trovati i profili biologici misti di due uomini e due donne su cui sono in corso adesso gli accertamenti scientifici.

 

BRIGATE ROSSE ALESSIO CASIMIRRIBRIGATE ROSSE ALESSIO CASIMIRRI

Dimostrare la “presenza sul campo” di terroristi della RAF, porterebbe una prova in più non tanto e non solo quanto ai collegamenti internazionali delle BR, ma soprattutto l’ intervento decisivo della RAF nella “operazione Fritz” nome dato da Morucci al sequestro Moro ( l’appunto intitolato “Fritz “fu trovato in via Gradoli, appartamento di proprietà di un’amica-conoscente di Giuliana Conforto).

 

E quindi, insieme a decine di fatti e testimonianze, potrà sostanziare la ricostruzione del sequestro e l’assassinio dello statista Dc come la più grande operazione mai messa in piedi durante la Guerra Fredda. Al tempo stesso si chiarirebbero i motivi per cui il Muro di Berlino si è trasformato in Italia in un Muro di specchi capace di occultare per oltre quarant’anni la verità sul caso Moro e l‘influenza sovietica all’interno di uno dei più’ importanti paesi della Nato.

 

ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLIALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI

Tra i brigatisti o parenti di brigatisti che si erano rifiutati di sottoporsi all’esame del Dna, lo stesso Mario Moretti e il fratello dell’unico latitante delle BR per il caso Moro, Alessio Casimirri, figlio dell’ex numero due della Sala stampa vaticana sotto tre Papi, ancor oggi riparato in Nicaragua, sotto la protezione del presidente Ortega, dove arrivò dall’inizio degli anni Ottanta, e che non ha mai scontato un giorno di carcere nonostante la condanna a sei ergastoli.

 

Del resto, Il figlio di Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2 - i cui elenchi furono scoperti dalla magistratura il 17 marzo di quarant’anni fa, e cui appartenevano i vertici dei servizi segreti durante il sequestro Moro - (Maurizio) e suo nipote (Licio jr ), sono stati entrambi ambasciatori del Nicaragua di Ortega, in Sudamerica, in Canada e in Svizzera. L’8 ottobre 2020 una risoluzione del Parlamento europeo ha chiesto per la seconda volta per l’estradizione dal Nicaragua di Casimirri, dopo la prima del 14 marzo 2019, sollecitata anche dell’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una decisione su cui l’attuale ambasciatore italiano in Nicaragua, Amedeo Trambajolo, ha preferito non commentare.

 

alessio casimirri in copertina su la prensaALESSIO CASIMIRRI IN COPERTINA SU LA PRENSA

Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, per molti aspetti, si dimostra, insomma, ancora un “cold case”, visto che quello che ne sappiamo è in gran parte frutto di una “verità concordata“ tra brigatisti ed apparati dello Stato, prima della caduta del Muro di Berlino. Una verità “accettabile” che lasciasse fuori dai riflettori dell’opinione pubblica altre verità troppo grandi, in quel determinato contesto geopolitico. Né deve essere di ostacolo a questa ricerca il tempo che è passato. Non si tratta soltanto di permettere una affidabile ricostruzione storica. Il reato di strage (e questo avvenne in via Fani) per il nostro codice penale non si prescrive.

Licio Gelli e Giulio AndreottiLICIO GELLI E GIULIO ANDREOTTIvilla wandaVILLA WANDAvilla wanda 4VILLA WANDA 4Francesco Cossiga in via Caetani, davanti alla R4 con il cadavere di Aldo MoroFRANCESCO COSSIGA IN VIA CAETANI, DAVANTI ALLA R4 CON IL CADAVERE DI ALDO MOROaldo moro brigate rosseALDO MORO BRIGATE ROSSEL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROALDO MORO 11ALDO MORO 11AGGUATO DI VIA FANI - UNO DEGLI AGENTI DI SCORTA DI ALDO MOROAGGUATO DI VIA FANI - UNO DEGLI AGENTI DI SCORTA DI ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROmostra fotografica su aldo moro (16)MOSTRA FOTOGRAFICA SU ALDO MORO (16)licio gelliLICIO GELLIlicio gelliLICIO GELLI