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sabato 2 giugno 2018

                                                       ORA ROMA

Atac, “i guasti sono aumentati del 70%”. Officine aperte h24, ma il personale è lo stesso. Faro puntato sulle ditte esterne

Atac, “i guasti sono aumentati del 70%”. Officine aperte h24, ma il personale è lo stesso. Faro puntato sulle ditte esterne
Esposto in procura dell'azienda capitolina che ha denunciato il 70% in più di guasti delle vetture dopo l’uscita dai depositi. La rimodulazione degli orari di lavoro non ha cambiato la situazione. Sospetti su possibili "sabotaggi": mirino sugli appalti. Dati alla mano, da febbraio scorso, c’è stato un calo drastico dei chilometri percorsi dai mezzi su gomma rispetto al programmato
Atti dolosi o semplici difficoltà manutentive? I riflettori di Atac – e, a questo punto, anche della Procura di Roma – alla ricerca di possibili sabotatori si concentrano sulle ditte esterne. La rimodulazione dell’orario di lavoro dei meccanici, infatti, non ha cambiato la situazione all’interno delle officine dell’azienda capitolina dei trasporti. La pulizia e il caricamento delle sabbiere– che permettono ai tram di frenare più agevolmente e creare attrito nelle salite – è appannaggio di una società appaltatrice, così come la pulizia accurata del motore che dovrebbe eliminare l’olio ed evitare le scintille che provocano gli incendi sui bus. E anche la ricarica dell’aria condizionata sulle vetture – questione che a brevissimo tornerà prepotentemente di moda – è stata appaltata all’esterno, in questo caso con una maxi gara da circa 6 milioni di euro.

CON l’H24, MENO OPERAI PER TURNO – Nell’esposto presentato mercoledì in Procura di Roma, l’azienda capitolina ha denunciato il 70% in più di guasti delle vetture dopo l’uscita dai depositi, dato registrato dopo l’entrata in vigore del nuovo accordo con i lavoratori che praticamente tutti i sindacati hanno sottoscritto. Da febbraio, infatti, le parti sociali hanno dato l’ok all’apertura h24 delle officine, ma il personale è rimasto sempre lo stesso: le squadre da 5 elementi per turno che in precedenza si occupavano di rimettere in strada i mezzi, oggi sono ridotte a 2-3 operai ciascuna e la presenza notturna non è stata estesa alle ditte esterne che, appunto, svolgono un fondamentale ruolo di ausilio agli interni. “I colleghi autisti fanno di tutto per far uscire le vetture dai depositi, ma in molti casi si devono arrendere e ritornare in rimessa, perché i guasti sono frequenti”, denunciava poche settimane fa Micaela Quintavalle, la sindacalista filo-pentastellata finita a un passo dal licenziamento dopo l’intervista rilasciata a Le Iene.

CHILOMETRI PERCORSI IN DIMINUZIONE – Un comportamento, in effetti, che potrebbe trovare riscontro nelle pieghe del contratto di servizio, che considererebbe svolta l’intera corsa – ci sono interpretazioni differenti – pure nel caso in cui la vettura sia costretta a rientrare subito in deposito. Anche se tutto va dimostrato. Dati alla mano, da febbraio scorso, con l’entrata in vigore del nuovo accordo manutentivo, c’è stato un calo drastico dei chilometri percorsi dai mezzi su gomma rispetto al programmato. Basti pensare che a gennaio 2018 si riusciva a coprire l’86,5% del percorso, contro l’82% di marzo e l’80% di aprile-maggio, livelli che solitamente si raggiungono solo d’estate, quando i problemi sull’aria condizionata delle vetture hanno la meglio su tutto il resto. Dalla visione aziendale, ciò potrebbe essere determinato dalla già citata opera di “sabotaggio”, secondo i sindacati è invece l’effetto della riorganizzazione che ha portato a spalmare sulle 24 ore la manovalanza, abbassando le prestazioni delle singole squadre.
IL GIALLO DEI TRAM “SABOTATI” – In particolare, nel mini-dossier presentato in Procura, si farebbe riferimento a dei pezzi di legno trovati nelle sabbiere di ben 9 tram, tanto da metterli fuori uso. Atac, trincerandosi dietro il segreto istruttorio, non fornisce i numeri di matricola delle vetture, anche se dall’analisi dei dati qualcosa non torna. La prima a parlare apertamente di “sabotaggio” fu la sindaca Virginia Raggi il 17 aprile scorso, con un post su Facebook, parlando delle vetture in servizio sulla linea 8, appena corredata dei cosiddetti “semafori intelligenti”. Dai dati di monitoraggio armonizzati dal blog Mercurio Viaggiatore, non si evincono sostanziali variazioni nella circolazione nei giorni precedenti e successivi a quella data (dagli 8 ai 12 tram operanti). Il calo drastico è invece avvenuto nel mese di maggio. Nell’ultima settimana, addirittura, viaggiano in media in totale 45 tram sui 70 dei mesi precedenti e sui 118 che dovrebbero circolare, una caduta verticale che non si è placata nemmeno dopo la denuncia in Procura sugli “atti dolosi”.

FLAMBUS: DEPOSITI DIVERSI, STESSO MODELLO – Anche sulla vicenda “flambus” – gli autobus che prendono fuoco improvvisamente nel bel mezzo del servizio – si è gridato spesso al complotto e l’elenco dei casi è stato inserito nell’incartamento consegnato ai pm. Qui, in realtà, la casistica appare ancora più chiara. Più o meno tutte le principali rimesse hanno visto uscire vetture finite poi bruciate (o quasi), ma i modelli interessati sembrano essere sempre gli stessi: i Mercedes Citaro (21 su 44 in due anni e mezzo) poi gli Iveco Citelis (8 su 44). Non a caso, la stessa Atac ha pubblicato un bando pubblico per l’acquisto di sistemi antincendio compatibili con il primo tipo. Insomma, più facile una “propensione di fabbrica” per un modello obsoleto che la presenza di sabotatori sparsi in tutti i depositi, che comunque andrebbero ricercati anche in chi è addetto – aziende esterne – a pulire adeguatamente i motori dall’olio fuoriuscito a causa delle sconnessioni del manto stradale. Infine, una curiosità. Da dicembre 2016, non ci sono stati bus andati a fuoco con l’orario estivo e durante le festività natalizie: che i sabotatori se ne vadano tutti in ferie?
IL PRECEDENTE DEL LUGLIO NERO – Ora toccherà agli inquirenti capire se c’è una regia dietro il calo spaventoso della produzione – ad aprile la “perdita” sul contratto di servizio è calcolata in circa 20,9 milioni di euro – oppure la ben poco rosea situazione economica di Atac ha solo causato comprensibili difficoltà nell’espletamento del servizio. D’altronde, i lavoratori della società capitolina hanno già dimostrato nel luglio 2015, quando protestavano contro il piano industriale ideato dalla giunta Marino, di essere in grado di coalizzarsi bypassando i sindacati e di bloccare il trasporto pubblico cittadino, semplicemente applicando alla lettera il regolamento aziendale.

Roma, le speranze di Virginia Raggi con Di Maio e Toninelli al governo: il nodo dei fondi per il rilancio della Capitale

Roma, le speranze di Virginia Raggi con Di Maio e Toninelli al governo: il nodo dei fondi per il rilancio della Capitale






                                                                 ORA ROMA 



Il Campidoglio chiederà all’esecutivo di poter gestire direttamente il denaro che le spetterebbe il riposizionamento internazionale della Capitale, nell’interesse di tutto il Paese. Dai trasporti, ai rifiuti, passando per le infrastrutture e il turismo, le politiche sociali e la gestione di migranti e rom
Chi lavora a stretto contatto con Virginia Raggi racconta che mercoledì sera, alla lettura del messaggino whatsapp contenente lo shot della lista ufficiale dei ministri in pectore, le si siano illuminati gli occhi. “Toninelli ai Trasporti. Non me l’aspettavo. Adesso sì che possiamo far ripartire Roma”, avrebbe esclamato la sindaca. Tralasciando le ricostruzioni più o meno romanzate, quel che è certo è che l’accoppiata fra l’ex assicuratore di Soresina alle Infrastrutture e Luigi Di Maio allo Sviluppo Economico potrà permettere all’inquilina del Campidoglio di tirare fuori dal cassetto, nelle prossime ore, il più ambizioso dei dossier: quello virtualmente intitolato “Roma Città Stato”, una sorta dichiarazione d’indipendenza dalla burocrazia nazionale. “Virtualmente”, perché per trasformare la Città Eterna in qualcosa di simile ad una Washington italiana (o Parigi, per restare in Europa) ci vorrebbe una nuova riforma costituzionale, ad oggi numericamente – e politicamente – impensabile. Molto più realistico, e immediato, spingere il nuovo governo ad approvare i decreti attuativi che renderebbero pienamente operativa la legge 42/2009 su Roma Capitale. Cosa su cui Di Maio sembra ben disposto. “Non vogliamo soldi, ma competenze”, scriveva l’inquilina del Campidoglio all’ormai ex ministro Carlo Calenda, prima che sul dialogo fra i due calasse il velo fra battutine infantili e sgarbi istituzionali.

La devolution mai concretizzata – In sostanza, il Campidoglio chiederà all’esecutivo di poter gestire direttamente i fondi che le spetterebbero per il rilancio della Capitale e il suo riposizionamento internazionale, nell’interesse di tutto il Paese. Dai trasporti, ai rifiuti, passando per le infrastrutture e il turismo, le politiche sociali e la gestione di migranti e rom. Ad oggi, come tutti i Comuni italiani, anche Roma deve presentare progetti ai ministeri, con il tramite della Regione Lazio e tutta la fila burocratica che ne consegue fra stanziamenti parziali, attese e – perché no – dispetti istituzionali. Lungaggini e intoppi che negli anni (anche con le filiere monocolore di Alemanno-Polverini-Berlusconi e Marino-Zingaretti-Renzi) hanno bloccato la città. Con il progetto Raggi non si andrebbero certo a eliminare le conferenze dei servizi o le singole competenze, ma il pallino sarebbe in mano al Campidoglio. Una “devolution” alla romana già auspicata dal famoso “patto della pajata” del 2010, ma mai concretizzata anche per l’opposizione dell’allora Lega Nord ancora di stampo bossiano.

Sviluppo e infrastrutture al centro – Cosa c’entrano Di MaioToninelli? Le loro titolarità sono la chiave di tutto. Il dossier della Raggi è quasi completamente incentrato sugli investimenti necessari per far ripartire l’economia capitolina (quindi Sviluppo Economico) e le infrastrutture trasportistiche. Il restyling delle metropolitane A e B, il completamento della linea C e la progettazione della D – su cui verte un ricorso da 460 milioni – sono partite su cui bisogna ragionare subito, da soli valgono almeno 3 miliardi. E se l’Atac fallisce l’accesso al concordato, andrà salvata con la copertura di almeno 600 milioni e il sostegno operativo delle Ferrovie dello Stato per evitare l’aggressione dei colossi stranieri. Fra l’altro, un debito quello di Atac che rappresenta un terzo di quello totale delle municipalizzate romane, fermo a quota 3 miliardi, possibilmente da riversare sulla gestione commissariale. E poi ci sono le buche. Il Campidoglio ha calcolato che per riparare agli errori del passato e rimettere a posto gli 8mila chilometri di strade romane serviranno circa 250 milioni per 5 anni, per un totale di quasi 1,3 miliardi. Quindi, la partita dei rifiuti. La scaricabarile Regione-Comune non fa bene a nessuno, il Campidoglio “vuole decidere” e vuole prendersi anche la responsabilità di scelte impopolari, ma serve il sostegno di tutti.
Appello a Salvini: Roma non è più ladrona – A questo punto, la domanda è d’obbligo. Perché mai Matteo Salvini, che ha cancellato la dicitura “Nord” dal nome “Lega” da meno di un anno, dovrebbe permettere agli alleati pentastellati di versare miliardi di euro delle tasse di tutti gli italiani per la rinascita della Capitale – a guida M5S – quando ci sono ancora 13 miliardi da ripianare e il 2044 è lontano? Ecco allora un capitolo del dossier studiato appositamente per convincere i “verdi” che “Roma non è più ladrona” e che un suo rilancio è di “chiaro e preminente interesse nazionale”. Come? Innanzitutto partendo dal bilancio 2017, dove per la prima volta in dieci anni il Campidoglio è stato capace di diminuire il debito, seppur di “soli” 200 milioni: una goccia nel mare, ma un’inversione di tendenza importante. E anche se il Comune non è stato in grado di spendere due miliardi già stanziati per i servizi cittadini, ci sono le sentenze dei Tribunali e le relazioni dell’Anac a certificare che “prima si è rubato, ma ora non si ruba più”. Un segnale, a cui va aggiunto il fatto che oggi gli italiani già stanno ripagando di tasca loro il 60% dei debiti capitolini. “Nominate Virginia Raggi commissaria del debito, ci penserà Roma a rimettere a posto i suoi conti”, diceva lo stesso Luigi Di Maio quando a Palazzo Chigi c’era Paolo Gentiloni. Infine, il cosiddetto “interesse nazionale”. Gli investimenti sugli aeroporti, il rilancio del turismo e dell’economia cittadina secondo le analisi dei pentastellati romani dovrebbe portare al Paese un ritorno economico e d’immagine.

Le prossime mosse – La sensazione è che già nei prossimi giorni, subito dopo il giuramento e la fiducia in Parlamento, Virginia Raggi chiederà di essere ricevuta dai prossimi ministri e dal futuro premier Giuseppe Conte. In modo che la questione romana diventi subito centrale nell’azione del nuovo esecutivo.