sabato 2 giugno 2018

                                                                      DONNE

IDEO CHOC - IN THAILANDIA UNA RAGAZZA DI 21 ANNI È STATA VIOLENTATA E PICCHIATA A MORTE DA QUATTRO SCONOSCIUTI – LA VITTIMA, COMPLETAMENTE UBRIACA, È STATA TRASPORTATA IN BRACCIO, FUORI DAL LOCALE, DAGLI AGGRESSORI DOPO AVER VISTO UNA PARTITA DI CHAMPIONS LEAGUE – PENSAVA CHE GLI UOMINI L’AVREBBERO PORTATA A CASA E INVECE…
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Beatrice Elerdini per  “www.pourfemme.it”

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Vicenda shock in Thailandia, a Chanthaburi: Nong Gift, una ragazza di 21 anni, dopo aver guardato la finale di Champions League in un locale in compagnia di alcuni amici, è rimasta con qualche conoscente.

A un certo punto è stata portata fuori completamente ubriaca, da 4 uomini mentre uno la teneva in braccio. La scena è stata ripresa dalle telecamere del pub. La ragazza credeva che l’avrebbero accompagnata a casa e invece, suo malgrado, stava andando incontro alla morte.

La banda di 4 uomini, uno dei quali conosceva Nong, ha trasportato la ragazza in un frutteto isolato da sguardi indiscreti: lì è stata violentata dal branco e picchiata fino alla morte.

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Nattaphong Saenkraud, Patti Boonthal, Panya Chan Somdee e Suitsit Jaechim, i responsabili dello stupro e dell’atroce pestaggio, hanno confessato le proprie responsabilità agli agenti di Polizia che li hanno interrogati. Il prossimo mercoledì dovranno presentarsi in tribunale per la seconda udienza.

La CCTV ha mostrato il video che incastra la banda: nelle immagini si vedono i quattro che trasportano Nong praticamente incosciente fuori dal pub. Nel parcheggio antistante viene infilata in un pick up, con l’aiuto di una delle amiche della vittima.
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Il maggiore della polizia Charn Jitjunjun ha raccontato: ‘La vittima è stata trovata morta la notte stessa. Quattro uomini sono stati arrestati e hanno confessato il loro coinvolgimento nel delitto.

La giovane è stata violentata da quattro persone e crediamo che sia stata picchiata fino alla sua morte. Il suo corpo è stato ritrovato con la schiuma intorno alla bocca, naso sanguinante e con i vestiti strappati, parte dei quali erano a terra. Una donna che era stata con Nong la sera prima ha detto che l’aveva lasciata con un gruppo di uomini perché pensava che fossero suoi amici’.
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Il membro della banda che conosceva Nong Gift si è giustificato dicendo di aver soltanto portato gli altri uomini nel luogo in cui si è poi consumato lo stupro e l’omicidio.

Al momento sono in corso le indagini sul corpo della vittima, per chiarire se sia stata drogata e quali siano le reali cause del decesso. Il maggiore della Polizia Charn Jitjunjun ha chiarito: ‘L’indagine non si è ancora conclusa, la Polizia sta ricostruendo le dinamiche esatte dell’omicidio.
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I parenti della vittima sono convinti che la ragazza sia stata drogata. Era abituata a bere alcolici e difficilmente avrebbe potuto ridursi nelle condizioni in cui appare nelle registrazioni video’.
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                                                                       DONNE   


LA VERITA’ PER SANA CHEEMA - LE FORZE DELL’ORDINE SCOPRONO UN TENTATIVO DI CORRUZIONE, CON 7400 EURO, PER TRUCCARE L’ESITO DELL’AUTOPSIA DELLA 25ENNE BRESCIANA AMMAZZATA DAL PADRE E DAL FRATELLO IN PAKISTAN PERCHÉ CONTRARIA ALLE NOZZE COMBINATE - L’ESAME HA ACCERTATO CHE LA RAGAZZA E’ STATA STRANGOLATA

GULAM MUSTAFA PADRE DI SANA CHEEMAGULAM MUSTAFA PADRE DI SANA CHEEMA

E ora nella vicenda dell' omicidio di Sana Cheema spunta anche un caso di corruzione, con tanto di "mazzetta" da 600mila rupie, ovvero circa 7.400 euro. Una tangente allungata a un poliziotto e a un dipendente del laboratorio di scienze forensi, perché truccassero l' esito dell' autopsia, da un personaggio vicino alla famiglia della 25enne bresciana ammazzata dal padre e dal fratello perché contraria alle nozze combinate.

Il piano, però, è sfumato: l' esame autoptico ha accertato che Sana aveva l' osso del collo rotto, causa strangolamento. Risultato: chi ha versato la tangente inutilmente si è vendicato, ha spifferato tutto alle forze dell' ordine e i due sono stati arrestati. Le manette sono scattate ad opera di un team della Forza anti-corruzione (Ace) del Pakistan nei confronti di un vice ispettore di polizia ed un dipendente dell' Agenzia di Scienze forensi del Punjab (Pfsa).
SANA CHEEMASANA CHEEMA

«Un personaggio di basso profilo che non avrebbe potuto fare nulla - ha dichiarato il direttore del laboratorio - Da noi è impossibile falsare i referti, siamo un istituto all' avanguardia».

Stando agli ultimi sviluppi investigativi Muhammad Naveed, di Gujrat, avrebbe avvicinato il vice ispettore Maqsood Ahmad proponendogli l' affare: intascare 600mila rupie per falsare il referto e attribuire la morte di Sana a cause naturali. Così come aveva sostenuto la famiglia della ragazza dopo che un' amica di Brescia aveva diffuso il sospetto del delitto d' onore e il caso era rimbalzato su tutti i media del mondo.

SANA CHEEMASANA CHEEMA
L' ispettore avrebbe quindi preso contatto con un impiegato della Pfsa, tale Mohsin, per mettere in atto la falsificazione. I due si sarebbero intascati i soldi e, fallito il piano, non li avrebbero più restituiti, nemmeno dietro precisa richiesta. Ecco spiegata la ritorsione. Il destino di Naveed ora è nelle mani delle autorità pakistane, incerte se metterlo in carcere perché ha tentato di coprire l' omicidio, oppure premiarlo con la libertà per avere collaborato con la giustizia.

Dietro le sbarre a Kunjah ci sono il padre della ragazza, Mustafa Ghulam e il fratello trentenne Adnan, considerati gli esecutori materiali dello strangolamento messo in atto nell' abitazione dei Cheema, nel villaggio di Magowal, il 18 aprile. Poche ore prima che Sana prendesse un volo per tornare in Italia. Nel mirino della polizia (rischia il carcere) c' è anche la madre della giovane, che ha tentato di coprire il delitto. Tra gli indagati, gli zii, un cugino e un medico, autore di un certificato di morte naturale.
SANA CHEEMASANA CHE
                                                       ORA ROMA

Atac, “i guasti sono aumentati del 70%”. Officine aperte h24, ma il personale è lo stesso. Faro puntato sulle ditte esterne

Atac, “i guasti sono aumentati del 70%”. Officine aperte h24, ma il personale è lo stesso. Faro puntato sulle ditte esterne
Esposto in procura dell'azienda capitolina che ha denunciato il 70% in più di guasti delle vetture dopo l’uscita dai depositi. La rimodulazione degli orari di lavoro non ha cambiato la situazione. Sospetti su possibili "sabotaggi": mirino sugli appalti. Dati alla mano, da febbraio scorso, c’è stato un calo drastico dei chilometri percorsi dai mezzi su gomma rispetto al programmato
Atti dolosi o semplici difficoltà manutentive? I riflettori di Atac – e, a questo punto, anche della Procura di Roma – alla ricerca di possibili sabotatori si concentrano sulle ditte esterne. La rimodulazione dell’orario di lavoro dei meccanici, infatti, non ha cambiato la situazione all’interno delle officine dell’azienda capitolina dei trasporti. La pulizia e il caricamento delle sabbiere– che permettono ai tram di frenare più agevolmente e creare attrito nelle salite – è appannaggio di una società appaltatrice, così come la pulizia accurata del motore che dovrebbe eliminare l’olio ed evitare le scintille che provocano gli incendi sui bus. E anche la ricarica dell’aria condizionata sulle vetture – questione che a brevissimo tornerà prepotentemente di moda – è stata appaltata all’esterno, in questo caso con una maxi gara da circa 6 milioni di euro.

CON l’H24, MENO OPERAI PER TURNO – Nell’esposto presentato mercoledì in Procura di Roma, l’azienda capitolina ha denunciato il 70% in più di guasti delle vetture dopo l’uscita dai depositi, dato registrato dopo l’entrata in vigore del nuovo accordo con i lavoratori che praticamente tutti i sindacati hanno sottoscritto. Da febbraio, infatti, le parti sociali hanno dato l’ok all’apertura h24 delle officine, ma il personale è rimasto sempre lo stesso: le squadre da 5 elementi per turno che in precedenza si occupavano di rimettere in strada i mezzi, oggi sono ridotte a 2-3 operai ciascuna e la presenza notturna non è stata estesa alle ditte esterne che, appunto, svolgono un fondamentale ruolo di ausilio agli interni. “I colleghi autisti fanno di tutto per far uscire le vetture dai depositi, ma in molti casi si devono arrendere e ritornare in rimessa, perché i guasti sono frequenti”, denunciava poche settimane fa Micaela Quintavalle, la sindacalista filo-pentastellata finita a un passo dal licenziamento dopo l’intervista rilasciata a Le Iene.

CHILOMETRI PERCORSI IN DIMINUZIONE – Un comportamento, in effetti, che potrebbe trovare riscontro nelle pieghe del contratto di servizio, che considererebbe svolta l’intera corsa – ci sono interpretazioni differenti – pure nel caso in cui la vettura sia costretta a rientrare subito in deposito. Anche se tutto va dimostrato. Dati alla mano, da febbraio scorso, con l’entrata in vigore del nuovo accordo manutentivo, c’è stato un calo drastico dei chilometri percorsi dai mezzi su gomma rispetto al programmato. Basti pensare che a gennaio 2018 si riusciva a coprire l’86,5% del percorso, contro l’82% di marzo e l’80% di aprile-maggio, livelli che solitamente si raggiungono solo d’estate, quando i problemi sull’aria condizionata delle vetture hanno la meglio su tutto il resto. Dalla visione aziendale, ciò potrebbe essere determinato dalla già citata opera di “sabotaggio”, secondo i sindacati è invece l’effetto della riorganizzazione che ha portato a spalmare sulle 24 ore la manovalanza, abbassando le prestazioni delle singole squadre.
IL GIALLO DEI TRAM “SABOTATI” – In particolare, nel mini-dossier presentato in Procura, si farebbe riferimento a dei pezzi di legno trovati nelle sabbiere di ben 9 tram, tanto da metterli fuori uso. Atac, trincerandosi dietro il segreto istruttorio, non fornisce i numeri di matricola delle vetture, anche se dall’analisi dei dati qualcosa non torna. La prima a parlare apertamente di “sabotaggio” fu la sindaca Virginia Raggi il 17 aprile scorso, con un post su Facebook, parlando delle vetture in servizio sulla linea 8, appena corredata dei cosiddetti “semafori intelligenti”. Dai dati di monitoraggio armonizzati dal blog Mercurio Viaggiatore, non si evincono sostanziali variazioni nella circolazione nei giorni precedenti e successivi a quella data (dagli 8 ai 12 tram operanti). Il calo drastico è invece avvenuto nel mese di maggio. Nell’ultima settimana, addirittura, viaggiano in media in totale 45 tram sui 70 dei mesi precedenti e sui 118 che dovrebbero circolare, una caduta verticale che non si è placata nemmeno dopo la denuncia in Procura sugli “atti dolosi”.

FLAMBUS: DEPOSITI DIVERSI, STESSO MODELLO – Anche sulla vicenda “flambus” – gli autobus che prendono fuoco improvvisamente nel bel mezzo del servizio – si è gridato spesso al complotto e l’elenco dei casi è stato inserito nell’incartamento consegnato ai pm. Qui, in realtà, la casistica appare ancora più chiara. Più o meno tutte le principali rimesse hanno visto uscire vetture finite poi bruciate (o quasi), ma i modelli interessati sembrano essere sempre gli stessi: i Mercedes Citaro (21 su 44 in due anni e mezzo) poi gli Iveco Citelis (8 su 44). Non a caso, la stessa Atac ha pubblicato un bando pubblico per l’acquisto di sistemi antincendio compatibili con il primo tipo. Insomma, più facile una “propensione di fabbrica” per un modello obsoleto che la presenza di sabotatori sparsi in tutti i depositi, che comunque andrebbero ricercati anche in chi è addetto – aziende esterne – a pulire adeguatamente i motori dall’olio fuoriuscito a causa delle sconnessioni del manto stradale. Infine, una curiosità. Da dicembre 2016, non ci sono stati bus andati a fuoco con l’orario estivo e durante le festività natalizie: che i sabotatori se ne vadano tutti in ferie?
IL PRECEDENTE DEL LUGLIO NERO – Ora toccherà agli inquirenti capire se c’è una regia dietro il calo spaventoso della produzione – ad aprile la “perdita” sul contratto di servizio è calcolata in circa 20,9 milioni di euro – oppure la ben poco rosea situazione economica di Atac ha solo causato comprensibili difficoltà nell’espletamento del servizio. D’altronde, i lavoratori della società capitolina hanno già dimostrato nel luglio 2015, quando protestavano contro il piano industriale ideato dalla giunta Marino, di essere in grado di coalizzarsi bypassando i sindacati e di bloccare il trasporto pubblico cittadino, semplicemente applicando alla lettera il regolamento aziendale.

Roma, le speranze di Virginia Raggi con Di Maio e Toninelli al governo: il nodo dei fondi per il rilancio della Capitale

Roma, le speranze di Virginia Raggi con Di Maio e Toninelli al governo: il nodo dei fondi per il rilancio della Capitale






                                                                 ORA ROMA 



Il Campidoglio chiederà all’esecutivo di poter gestire direttamente il denaro che le spetterebbe il riposizionamento internazionale della Capitale, nell’interesse di tutto il Paese. Dai trasporti, ai rifiuti, passando per le infrastrutture e il turismo, le politiche sociali e la gestione di migranti e rom
Chi lavora a stretto contatto con Virginia Raggi racconta che mercoledì sera, alla lettura del messaggino whatsapp contenente lo shot della lista ufficiale dei ministri in pectore, le si siano illuminati gli occhi. “Toninelli ai Trasporti. Non me l’aspettavo. Adesso sì che possiamo far ripartire Roma”, avrebbe esclamato la sindaca. Tralasciando le ricostruzioni più o meno romanzate, quel che è certo è che l’accoppiata fra l’ex assicuratore di Soresina alle Infrastrutture e Luigi Di Maio allo Sviluppo Economico potrà permettere all’inquilina del Campidoglio di tirare fuori dal cassetto, nelle prossime ore, il più ambizioso dei dossier: quello virtualmente intitolato “Roma Città Stato”, una sorta dichiarazione d’indipendenza dalla burocrazia nazionale. “Virtualmente”, perché per trasformare la Città Eterna in qualcosa di simile ad una Washington italiana (o Parigi, per restare in Europa) ci vorrebbe una nuova riforma costituzionale, ad oggi numericamente – e politicamente – impensabile. Molto più realistico, e immediato, spingere il nuovo governo ad approvare i decreti attuativi che renderebbero pienamente operativa la legge 42/2009 su Roma Capitale. Cosa su cui Di Maio sembra ben disposto. “Non vogliamo soldi, ma competenze”, scriveva l’inquilina del Campidoglio all’ormai ex ministro Carlo Calenda, prima che sul dialogo fra i due calasse il velo fra battutine infantili e sgarbi istituzionali.

La devolution mai concretizzata – In sostanza, il Campidoglio chiederà all’esecutivo di poter gestire direttamente i fondi che le spetterebbero per il rilancio della Capitale e il suo riposizionamento internazionale, nell’interesse di tutto il Paese. Dai trasporti, ai rifiuti, passando per le infrastrutture e il turismo, le politiche sociali e la gestione di migranti e rom. Ad oggi, come tutti i Comuni italiani, anche Roma deve presentare progetti ai ministeri, con il tramite della Regione Lazio e tutta la fila burocratica che ne consegue fra stanziamenti parziali, attese e – perché no – dispetti istituzionali. Lungaggini e intoppi che negli anni (anche con le filiere monocolore di Alemanno-Polverini-Berlusconi e Marino-Zingaretti-Renzi) hanno bloccato la città. Con il progetto Raggi non si andrebbero certo a eliminare le conferenze dei servizi o le singole competenze, ma il pallino sarebbe in mano al Campidoglio. Una “devolution” alla romana già auspicata dal famoso “patto della pajata” del 2010, ma mai concretizzata anche per l’opposizione dell’allora Lega Nord ancora di stampo bossiano.

Sviluppo e infrastrutture al centro – Cosa c’entrano Di MaioToninelli? Le loro titolarità sono la chiave di tutto. Il dossier della Raggi è quasi completamente incentrato sugli investimenti necessari per far ripartire l’economia capitolina (quindi Sviluppo Economico) e le infrastrutture trasportistiche. Il restyling delle metropolitane A e B, il completamento della linea C e la progettazione della D – su cui verte un ricorso da 460 milioni – sono partite su cui bisogna ragionare subito, da soli valgono almeno 3 miliardi. E se l’Atac fallisce l’accesso al concordato, andrà salvata con la copertura di almeno 600 milioni e il sostegno operativo delle Ferrovie dello Stato per evitare l’aggressione dei colossi stranieri. Fra l’altro, un debito quello di Atac che rappresenta un terzo di quello totale delle municipalizzate romane, fermo a quota 3 miliardi, possibilmente da riversare sulla gestione commissariale. E poi ci sono le buche. Il Campidoglio ha calcolato che per riparare agli errori del passato e rimettere a posto gli 8mila chilometri di strade romane serviranno circa 250 milioni per 5 anni, per un totale di quasi 1,3 miliardi. Quindi, la partita dei rifiuti. La scaricabarile Regione-Comune non fa bene a nessuno, il Campidoglio “vuole decidere” e vuole prendersi anche la responsabilità di scelte impopolari, ma serve il sostegno di tutti.
Appello a Salvini: Roma non è più ladrona – A questo punto, la domanda è d’obbligo. Perché mai Matteo Salvini, che ha cancellato la dicitura “Nord” dal nome “Lega” da meno di un anno, dovrebbe permettere agli alleati pentastellati di versare miliardi di euro delle tasse di tutti gli italiani per la rinascita della Capitale – a guida M5S – quando ci sono ancora 13 miliardi da ripianare e il 2044 è lontano? Ecco allora un capitolo del dossier studiato appositamente per convincere i “verdi” che “Roma non è più ladrona” e che un suo rilancio è di “chiaro e preminente interesse nazionale”. Come? Innanzitutto partendo dal bilancio 2017, dove per la prima volta in dieci anni il Campidoglio è stato capace di diminuire il debito, seppur di “soli” 200 milioni: una goccia nel mare, ma un’inversione di tendenza importante. E anche se il Comune non è stato in grado di spendere due miliardi già stanziati per i servizi cittadini, ci sono le sentenze dei Tribunali e le relazioni dell’Anac a certificare che “prima si è rubato, ma ora non si ruba più”. Un segnale, a cui va aggiunto il fatto che oggi gli italiani già stanno ripagando di tasca loro il 60% dei debiti capitolini. “Nominate Virginia Raggi commissaria del debito, ci penserà Roma a rimettere a posto i suoi conti”, diceva lo stesso Luigi Di Maio quando a Palazzo Chigi c’era Paolo Gentiloni. Infine, il cosiddetto “interesse nazionale”. Gli investimenti sugli aeroporti, il rilancio del turismo e dell’economia cittadina secondo le analisi dei pentastellati romani dovrebbe portare al Paese un ritorno economico e d’immagine.

Le prossime mosse – La sensazione è che già nei prossimi giorni, subito dopo il giuramento e la fiducia in Parlamento, Virginia Raggi chiederà di essere ricevuta dai prossimi ministri e dal futuro premier Giuseppe Conte. In modo che la questione romana diventi subito centrale nell’azione del nuovo esecutivo.

Pensioni, la Ue chiede sacrifici. Ma aumenta il budget per quelle dei suoi funzionari sforando i 2 miliardi di euro

Pensioni, la Ue chiede sacrifici. Ma aumenta il budget per quelle dei suoi funzionari sforando i 2 miliardi di euro


Nel bilancio 2019 un aumento del 6,2% del budget per pagare gli assegni agli euroburocrati in pensione, una cifra mai raggiunta prima. Eppure il trattamento è già da super-privilegiati: maturano il diritto alla pensione dopo soli 10 anni di servizio e ne godono a partire dai 66, in alternativa dai 58. La beffa: gli importi sono calcolati con il metodo retributivo che l’Italia ha archiviato proprio su impulso della Ue a partire dal 1995


“Lavorate di più”, “non toccate la Fornero”. Aumentate (ancora) l’età della pensione. La Commissione Europea continua a predicare l’austerità per l’Italia in fatto di politiche previdenziali ma senza troppa pubblicità fa per se stessa l’esatto contrario. Concede un generoso aumento di spesa per le pensioni dei propri “burocrati” che dal 2019 costeranno il 6,2% in più a tutti i cittadini europei, italiani compresi. Non si tratta di noccioline ma di 117 milioni di euro in più che per la prima volta portano il capitolo di bilancio “pensioni interne” a sfondare quota 2.009,507. Altro cheausterity.
A rendere la notizia indigesta – oltre ai diktat martellanti e qualche insulto di troppo – è il fatto che fu proprio l’Europa ad esigere che archiviassimo il sistema di calcolo retributivo considerato troppo dispendioso in favore di quello contributivo. Salvo mantenerlo inalterato per i propri burocrati.

I funzionari Ue maturano il diritto alla pensione dopo 10 anni di servizio e ne godono a partire dal compimento dei 66, in alternativa dai 58, con una penalizzazione sull’assegno pari 3,5% per ogni anno di anticipo. In Italia, dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni con uno scatto di cinque mesi per l’adeguamento della speranza di vita. Gli importi poi sono calcolati con il metodo retributivo che l’Italia ha archiviato proprio su impulso della Ue a partire dal 1995 e definitivamente proprio con la Fornero, perché ritenuto troppo oneroso per le casse pubbliche. Ma attenzione: da noi era calcolato sull’80% delle retribuzioni degli ultimi 5-10 anni, per il fortunato funzionario Ue sul 70% dell’ultimo stipendio base percepito, dunque con l’ultimo grado nel quale è stato inquadrato.
Non parliamo di noccioline ma di stipendi così consistenti da pesare, letteralmente, nel dibattito sulla Brexit. Nel pieno della discussione, destò un certo effetto la notizia che un quinto dei funzionari Ue percepisse più di 142mila euro l’anno, ben più del premier britannico. A rintuzzare le pensioni d’oro poi, diversamente da quanto avviene in Italia e negli altri paesi dove l’indicizzazioneè al palo, ci pensa un sofisticato sistema di rivalutazione che assicura loro di mantenere inalterato il potere d’acquisto. Non sia mai che l’ex funzionario ai giardinetti debba vedersela con l’inflazione.

Ecco perché la notizia di due miliardi messi sulla giostra di quelle pensioni desta un certo scalpore in Europa. Per l’Italia reagisce l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Marco Valli. “È assurdo – dice – che per far quadrare i conti dei paesi del sud Europa siano state imposte riforme molto impopolari d’austerità e sacrificio sulle pensioni in stile Fornero, mentre per il sistema previdenziale delle istituzioni europee non siano previste gestioni responsabili e in linea con i sacrifici richiesti ai cittadini nelle raccomandazioni specifiche per paese presentate anch’esse in questi giorni”.
E’ tutto? No, perché non va dimenticato che oltre alle pensioni d’oro dei burocrati ci sono quelle di platino degli eletti che, a differenza dei comuni cittadini, non versano un contributo che sia uno. Non rientrano nell’aumento di cui sopra, ma si capisce perché non abbiano poi grandi problemi ad approvarlo. Al compimento di 63 anni l’eurodeputato ha diritto alla sua pensione a vita pari al 3,5% della retribuzione per ciascun anno completo di esercizio di mandato. Questo privilegio scatta dopo appena un solo anno di mandato e, in questo caso, l’importo ammonta a 296 euro al mese. Con una sola legislatura completa, invece (5 anni di mandato), ogni europarlamentare matura una pensione a vita pari a 1.484,70 euro al mese. Questo importo raddoppia se l’europarlamentare fa due legislature. Proprio un anno fa il M5S propose di equipararle a quelle dei cittadini con il passaggio al contributivo, ma la proposta fu respinta dagli altri partiti al Parlamento europeo.