venerdì 11 maggio 2018

                                                             ROMA ROMA

Raid in un bar a Roma, Antonio Casamonica: “Io ho difeso la donna”. Un altro arrestato si scusa: “Ero ubraico”

Raid in un bar a Roma, Antonio Casamonica: “Io ho difeso la donna”. Un altro arrestato si scusa: “Ero ubraico”

I quattro arrestati per il raid in un bar della periferia este di Roma hanno scelto strade diverse per affrontare l'interrogatorio di garanzia davanti al gip di Roma Clementina Forleo
Due sono stati tecnicamente in silenzio davanti al gip, gli altri hanno risposto. I quattro arrestati per il raid in un bar della periferia este di Roma hanno scelto strade diverse per affrontare l’interrogatorio di garanzia davanti al gip di Roma Clementina Forleo. C’è chi ha racconta di essere intervenuto per difendere la donna disabile dal pestaggio, chi assicura di non avere minacciato nessuno e chi chiede scusa con la giustiziaaffermando di non ricordare nulla perché era ubriaco e sotto effetto di droghe. Alfredo e Vincenzo Di Silvio, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere ma hanno rilasciato dichiarazioni spontanee, Antonio Casamonica ed Enrico Di Silvio hanno risposto.
Il rampollo del clan Casamonica ha assicurato di avere fatto da paciere, di essere intervenuto per tentare di evitare il pestaggio della donna disabile e di non avere mai attaccato, neanche verbalmente, il gestore del bar. Una versione che si scontra con quanto ripreso dalle telecamere a circuito chiuso del “Roxy Bar” in cui Casamonica sembra avere un ruolo attivo nel pestaggio.
Raid Casamonica in un bar: botte a una disabile
 
“Sono stato presente in quel bar – ha sostenuto – solo quando c’era quella donna. Ho provato a separarla da Di Silvio perché lei gli aveva tolto la cinta che si era sfilato ma lui è riuscita a riprenderla”. Casamonica, accusato assieme agli altri tre arrestati di violenza privata, lesioni e danneggiamento con l’aggravante mafiosa, sostiene di non avere mai offeso Roman Marian, gestore dell’esercizio commerciale, perché non era stato servito subito. “Non ho mai detto romeni di merda – ha sostenuto nel corso dell’atto istruttorio a cui ha partecipato anche il pm Giovanni Musarò – sono intervenuto solo per difendere quella donna”.
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Dal canto loro i fratelli Di Silvio hanno fornito una ricostruzione diversa. “Mi scuso con la giustizia – ha detto Alfredo -. Ero ubriaco e sotto effetto di droga e non ho capito più nulla di quello che stava succedendo” mentre il fratello maggiore, Vincenzo, ha affermato di essere intervenuto perché era convinto che “il fratello fosse stato aggredito dal barista, io per difenderlo ho tirato un pugno. Ma anche io ho ricevuto qualche colpo, ci sono i referti medici che parlano per me”. Il nonno dei due, Enrico Di Silvio finito ai domiciliari,, ha scelto di rispondere all’interrogatorio confermando di essere andato nel bar due giorni dopo l’aggressione. “Andavo sempre lì a fare colazione, e quando ho visto la titolare dell’attività le ho detto: “Cosa hanno fatto i miei nipoti?“, lei mi ha risposto ‘ho fatto già tutto’. Io ho provato allora a convincerla a desistere, ma mai in maniera aggressiva. Sempre bonaria, non l’ho minacciata, mai detto “allora vuoi la guerra””.

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Roma, a Tor Bella Monaca il Bronx dei bus. Gli autisti: “Spari, dirottamenti, blocchi stradali. Protesti? Ti puntano la pistola”

Roma, a Tor Bella Monaca il Bronx dei bus. Gli autisti: “Spari, dirottamenti, blocchi stradali. Protesti? Ti puntano la pistola”
Le testimonianze dei conducenti di linee come la 20 e la 058 a IlFattoQuotidiano.it. L'area più pericolosa, spiegano, è quella di via dell'Archeologia che bisogna percorrere "tutta d'un fiato" per evitare sassaiole e colpi di fucile ad aria compressa. Ma la situazione è difficile anche altrove. Carlo racconta che "a Tor Sapienza, sulla via principale, una bancarella abusiva si è piazzata sopra lo spazio della fermata. Alla fine hanno spostato la fermata"
“Er bus adesso è mio, questa è zona mia. Portame a casa, famme scende dove te dico e nessuno se farà male”. Le immagini del pestaggio del Roxy Bar a La Romanina, ad opera di tre esponenti del clan Casamonica-Di Silvio, sono ancora vive negli occhi dei romani e non solo. Ma nel quadrante est della Capitale da anni si vive tutti i giorni sotto lo schiaffo di quel metodo mafioso che i magistrati romani hanno iniziato a imputare a chi commette reati violenti che mostrino in modo incontrovertibile il “controllo del territorio”, prerogativa sostanziale dei clan malavitosi e mafiosi.
Non solo commercianti, residenti, operatori sociali. Ne sanno più di qualcosa anche gli autisti dell’Atac, quelli impegnati sulle linee periferiche come il 20 e lo 058, che giornalmente vengono costretti a soprusi di ogni genere e rischiano anche la loro incolumità – se non la vita – di fronte a una possibile assenza di omertà. Le sassaiole, i colpi di fucile ad aria compressa, i blocchi stradali, gli autobus dirottati come fossero taxi, gli estintori rubati, gli scambi di droga al capolinea sul bus in attesa di ripartire. “Ma anche denunciare diventa inutile”, ripetono loro.
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L’inferno per i conducenti si trova a via dell’Archeologia, a Tor Bella Monaca, la strada che costeggia gli “R”, la sigla che marchia, ognuno con un numero, i complessi popolari in gran parte quartier generale dello spaccio e della criminalità organizzata nel quadrante. Una collinetta sopra via di Tor Bella Monaca che gli autisti percorrono “tutto d’un fiato”, sperando di non incontrare problemi.
AUTOBUS COME TAXI – IlFattoQuotidiano.it ha raccolto le testimonianze in forma anonima dei lavoratori. “Io qualche mese fa ho subito un vero e proprio dirottamento – ricorda Stefano – E’ arrivato un tizio sui 30 anni, parlava romano, mi ha detto che era di ‘quelli di Tor Bella’, che dovevo portarlo a casaperché non gli andava di camminare e, alla mia prima opposizione, che dovevo fare come mi diceva. Quando una signora ha provato a chiedere chiarimenti, lui ha risposto che ‘non si doveva preoccupare’. Se aveva un’arma? Non devo vedere la pistola o il coltello per capire con chi ho a che fare”. I mezzi Atac sono roba loro, semplicemente perché passano nel “loro” territorio. “La cosa che fanno più di frequente – racconta Massimo – è tirare il freno d’emergenza per scendere dove vogliono loro. Non è difficile immaginare un bestione del genere che frena di botto in mezzo alla strada i danni che può creare. Io ho deciso che quando passo di là assecondo le loro richieste, non me ne frega niente. E’ meglio per tutti, per me che lavoro e per i passeggeri”.
Stefano: “E’ arrivato un tizio sui 30 anni, mi ha detto che era di ‘quelli di Tor Bella’, che dovevo portarlo a casa perché non gli andava di camminare e, alla mia opposizione, che dovevo fare come mi diceva”
LE SASSAIOLE E I DANNEGGIAMENTI – Via dell’Archeologia va fatta “tutta d’un fiato”. Anche perché sugli autobus potrebbe piovere di tutto. Le ultime sassaiole le notti del 20 e del 30 aprile, con una passeggera lievemente ferita e due vetture della linea 20 parzialmente distrutte. “La Polizia dice che erano solo sassi – afferma Daniele – ma quei buchi sembrano proprio fatti da proiettili. Perché lo fanno? Per divertimento, per sfregio, ma anche perché a volte qualche collega si ribella al sopruso, i ragazzini si segnano la targa della vettura e appena questa ripassa gliela fanno pagare. In quella zona è un continuo ricatto, è un continuo accondiscendere a questa gentaglia”. Non solo sassi. “L’anno scorso uno di questi vandali è salito – racconta Francesca – si è preso l’estintore e ha iniziato a dare fastidio ai passeggeri, mettendolo pure in azione. Uno straniero? No: romanissimo. Un’altra volta è scoppiata una rissa, avevano preso pure i coltelli. Ci ho messo un quarto d’ora prima di parlare con la Polizia, ma l’agente che mi ha risposto mi ha detto che avrebbero mandato una volante solo se fossi stato disposto a denunciare. Io ho attaccato e ho aspettato, sperando che si ammazzassero fuori dal bus”.
Daniele: “Una volta è scoppiata una rissa coi coltelli. Al telefono la Polizia mi ha detto che avrebbero mandato una volante solo se avessi denunciato. Io ho aspettato, sperando che si ammazzassero fuori dal bus”
I BLOCCHI STRADALI – Un altro “classico” di Tor Bella Monaca, stando ai racconti, sembra essere quello dei blocchi stradali. “Si mettono con le auto all’imbocco della via – ricorda Alessandro – e ti fanno stare fermo per 10-15 minuti. Guai se suoni il clacson: a un collega gli hanno puntato la pistola contro. Dopo un po’ ti fanno passare, oppure ti dicono di cambiare il tragitto. Così tu salti quelle 4 o 5 fermate”. Ovviamente, dalla sala operativa monitorano tutto. “Ma ormai non chiedono più spiegazione: sanno che lì è così e basta”. Secondo il rapporto ‘Mafie nel Lazio’ dell’Osservatorio regionale, in quella zona c’e’ una delle principali piazze di spaccio della città, in mano alla famiglia Cordaro – da 5 anni c’e’ perfino un muralessu un edificio comunale a ricordarlo – Ma queste cose sembrano non accadere solo a Tor Bella Monaca. Carlo racconta che “a Tor Sapienza, sulla via principale, una bancarella abusiva si è piazzata sopra lo spazio della fermata. Alla fine hanno spostato la fermata”.
Carlo: “A Tor Sapienza, sulla via principale, una bancarella abusiva si è piazzata sopra lo spazio della fermata. Alla fine hanno spostato la fermata”
LA BATTAGLIA DEI SINDACATI – Dopo l’ultima aggressione a colpi di sassi e proiettili di piombo, il sindacato Orsa ha detto basta ed ha scritto alla prefetta, Paola Basilone, per chiedere di vietare il passaggio dei mezzi pubblici nella zona. “Il fine – spiega il segretario Massimo Dionisi – è quello di evitare pericoli all’incolumità dei lavoratori e degli utenti oltre che i continui danni ai mezzi”. Alla magistratura spetta combattere questi fenomoneni. Nel frattempo i sindacati chiedono che i lavoratori vengano tutelati. Alla battaglia intrapresa dall’Orsa si è associata da poco la Fast Confsal. “Ci sono lavoratori che si stanno rifiutando di prestare servizio – afferma il sindacalista Alessandro Neri – Bisogna valutare tutte le soluzioni, anche di eliminare i percorsi più pericolosi oppure dotare le linee calde di un agente di polizia, pubblica o privata che sia. Così ci arrendiamo alle mafie? Non lo so, ma almeno i ragazzi portano a casa la pelle”.
Il sindacalista: “Bisogna valutare anche di eliminare i percorsi più pericolosi. Così ci arrendiamo alle mafie? Non lo so, ma almeno i ragazzi portano a casa la pelle”
Le istituzioni capitoline da parte loro dichiarano di voler fare il possibile per tutelare i lavoratori. Su input del Campidoglio, negli ultimi mesi Atac ha predisposto un “piano anti aggressioni” in cui si chiede alla Questura di implementare “la presenza di forze dell’ordine in borghese sui mezzi e nelle zone più a rischio”. “L’azienda – spiegano da via Prenestina – si sta attrezzando per richiedere la nomina del personale di guida ad Agente di polizia amministrativa“, con un tavolo attivo in Regione Lazio. Sempre secondo i dati forniti, circa 730 bus sarebbero già stati dotati di “cabine rinforzate” quota che dovrebbe arrivare a 800 nei prossimi mesi.

Per quanto riguarda le telecamere insistono circa 4.500 telecamere oltre a quelle presenti su circa 500 nuovi bus, mentre si prevede anche la dotazione al personale di spray al peperoncino. Dall’assessorato alla Mobilità, inoltre, fanno sapere che “la proposta dell’Orsa per noi è irricevibile“, in quanto “rappresenterebbe una resa di fronte alla delinquenza e al vandalismo” e, comunque, “il servizio in periferia deve essere sempre garantito”. Al momento non risultano tavoli aperti in Prefettura sull’argomento, anche se dal Campidoglio specificano che “i nostri organi sulla sicurezza stanno lavorando per migliorare la sicurezza dei nostri lavoratori e degli utenti”.

mercoledì 9 maggio 2018


                                                                  MORO


Aldo Moro, il caso – La “guerra di carta” servita con il Pentothal

“Un pacchetto controllato di notizie”: questo è ciò che il governo avrebbe dovuto quotidianamente indirizzare ai giornali secondo il suggerimentofornito in un documento riservato dal consigliere statunitense Steve Pieczenik, inviato dal Dipartimento di Stato americano in Italia nel corso dei 55 giorni del sequestro Moro. I rapporti con la stampa andavano orchestrati in modo da gestire alla fonte (il Viminale) il flusso di notizie in uscita per evitare deprecabili fughe di dati sensibili, ma soprattutto per impedire che la totale assenza di informazioni inducesse i giornalisti più intraprendenti ad andare a cercarle in modo autonomo, o peggio, inventarle di sana pianta. In un momento di emergenza come quello bisognava sorvegliare la stampa, ma senza darlo a vedere, limitandosi ad aprire e chiudere i rubinetti delle notizie.

Se si sfogliano le pagine dei principali quotidiani appare chiaro che il consiglio venne attuato perché si resta sorpresi dalla sostanziale uniformitàe sobrietà informativa della carta stampata. I giornali, infatti, si distinsero per un’impaginazione vigile che alternava con professionale regolarità pezzi di colore sulla società, sul mondo politico e sulla famiglia Moro a servizi sul fronte delle indagini (spesso a doppia firma per paura di attentati ritorsivi “ad personam” dal momento che i giornalisti più esposti erano soliti girare con la penna biro e il laccio emostatico nella borsa).
Ad esempio, il Corriere della Sera, i cui vertici proprietari e giornalistici si sarebbe scoperto nel 1981 erano allora controllati dalla P2 di Licio Gelli, fino alla fatidica giornata del 18 aprile dedicò al sequestro non più di due pagine al giorno (la prima e la seconda con occasionali richiami in cronaca di Roma). Tuttavia dal 15 aprile soffrì di un vero e proprio bloccoinformativo che si sciolse soltanto il 19 successivo con la doppia notiziadella scoperta del covo di via Gradoli e del falso comunicato del lago della Duchessa che annunciava il decesso di Moro. Nei tre giorni precedenti quest’azione il giornale ridusse a una sola pagina i suoi servizi e gli stessi giornalisti lamentarono il “black out delle informazioni decise dal Viminale”, peraltro condiviso con le principali testate italiane.

Sin dai primi giorni del sequestro i giornali batterono in modo martellante in particolare su tre chiodi: il primo riguardò il conflitto tra fermezza e trattativa; il secondo, l’autenticità delle lettere di Moro con un profluvio di articoli dedicati alle possibili tecniche di manipolazione e di coercizione della volontà di un prigioniero, dall’uso della tortura ai pareri giurati di grafologi e di criminologi strenui assertori di una sorta di “sindrome di Stoccolma” all’amatriciana fino alle iniezioni di “Pentothal”, un farmaco che, in quegli anni, già popolava l’immaginario collettivo degli italianigrazie alle avventure di un fumetto di successo come “Diabolik”; il terzo interessò il ruolo e la funzione degli intellettuali davanti alla minaccia terroristica.
Il primo e il secondo dibattito si intrecciarono tra loro e, come era forse inevitabile, la discussione si contraddistinse per un’estrema strumentalizzazione: chi era per la trattativa pubblica riteneva le lettere autentiche, rimuovendo il tema delle condizioni di cattività in cui venivano elaborate e la capacità dei brigatisti di condizionarne la recezione mediante un’accorta strategia di recapiti pubblici e riservati funzionale a mettere in cattiva luce la figura di Moro davanti all’opinione pubblica; chi era per la fermezza, invece, le riteneva estorte con la violenza e quindi non “moralmente ascrivibili” a Moro, nonostante l’indubbia coerenza del dettato e il rigore della riflessione avrebbero dovuto indurre a una più prudente considerazione. Di certo, l’uso e l’abuso delle posizioni volte a minare l’autorevolezza di Moro e la sua stessa dignità morale costituirono anche una cinica controffensiva dell’antiterrorismo resasi necessaria per abbassare il valore dell’ostaggio così da sminuire il potere di ricatto spionistico-informativo posto in essere dalle Brigate rosse con l’espediente propagandistico del “processo popolare” a Moro e alla Dc. Un’immagine, quella del “processo al regime democristiano”, che già abitava l’orizzonte di attesa del pubblico italiano dai tempi degli scritti di Pier Paolo Pasolini e di Leonardo Sciascia, del film Todo Modo di Elio Petri nel 1976 e dal celebre discorso dello stesso Moro in Parlamento un anno prima di essere rapito, in cui aveva annunciato che “la Dc non si sarebbe fatta processare nelle piazze”.

In ambito culturale si inasprì la discussione sull’impegno o il disimpegno degli intellettuali davanti al terrorismo. Il sasso lo scagliò per primo lo scrittore Alberto Moravia in un articolo pubblicato sul Corriere della Serail 20 marzo 1978, laddove sostenne che il suo sentimento di fronte a quanto stava avvenendo in quel periodo era di profonda “estraneità che non era indifferenza”. Leonardo Sciascia, in un’intervista apparsa sul quotidiano la Repubblica tre giorni dopo, concordava con Moravia sottolineando di avere profetizzato già nel 1974, nel libro Todo modo, l’autodistruzione della Dc e aggiungendo che bisognava accettare di partecipare come giurati popolari al processo di Torino contro il nucleo storico delle Br soltanto per un dovere verso se stessi, ma non già verso lo Stato.
In un contesto politico e civile tanto delicato, l’insolita convergenza tra Sciascia e Pasolini suscitò una dura reazione degli intellettuali più vicini al Pci. Ad esempio, polemizzò con lo scrittore siciliano il direttore di Paese SeraAniello Coppola, che gli rimproverò di avere rivendicato per sé l’opportunistica posizione di “silenzioso osservatore”. Sciascia reagì accusando Coppola di essere “intollerante, stalinista, dogmatico, intimidatorio” e di fare del “terrorismo verbale”: una reazione veemente che arrivava dopo oltre un anno di polemiche tra Sciascia e gli ambienti politici, culturali e giornalistici prossimi al Pci. Tra i dirigenti comunisti si era distinto Giorgio Amendola che aveva accusato di viltà, disimpegno e ipocrisia (“nicodemismo”) – come già avvenuto ai tempi del fascismo – quella parte del mondo intellettuale italiano che, per diversi motivi, strizzava l’occhio alla sovversione e alla lotta armata.

A questa vera e propria “guerra di carta”, cominciata con il movimento del 1977, parteciparono i principali quotidiani dell’area di sinistra dell’epoca. A partire da l’Unità con una serie di interventi del suo direttore Alfredo Reichlin e del filosofo Eugenio Garin, ai quali risposero su il manifestoRossana Rossanda e il germanista Cesare Cases. Il 24 marzo 1978 sul quotidiano comunista uscì anche l’articolo di un giovane dirigente di Torino, Giuliano Ferrara, in cui si criticava la tendenza a considerare il fenomeno brigatista come il frutto di un complotto reazionario o straniero, una “trappola” che induceva a sottovalutare il suo potere persuasivo presso “i settori di punta dell’estremismo politico, del partito armato e del movimento armato” italiano.
In un’intervista del 19 marzo 1978 rilasciata a Walter Tobagi (un uomo e un riformista mite che nel 1980 sarebbe caduto sotto il piombo terrorista a 33 anni, con tutta la vita davanti), il vice-direttore di Lotta Continua Gad Lerner attaccava il Pci per “non aver fatto i conti fino in fondo né con lo stalinismo né con l’integralismo di partito e questo ha fatto sì che in passato i suoi stessi dirigenti abbiano compiuto azioni non molto diverse da quelle delle Br”. A proposito dei Brigatisti rossi, Lerner precisava che se continuiamo a chiamarli “compagni che sbagliano”, “lo diciamo non per ammiccare alle Br, ma per eliminare forme di rimozione che sono presenti nella sinistra”: “fra loro ci sono ex militanti nostri come del Pci” e nei comunicati brigatisti c’è qualcosa di “russo” che ricordava il Pci. Un mese dopo, sempre Lerner, difendeva le ragioni della trattativa per la liberazione di Moro affermando che Lotta Continua e il movimento avevano “rotto i ponti con una concezione politica (comune al Pci e alle Br) che mette al primo posto la ragion di partito e la militanza intesa come dedizione e sacrificio di sé. E hanno rotto con una morale per cui il fine giustifica sempre i mezzi. Per questo i nostri militanti esprimono livelli di umanità superiori a quelli dei politici di professione; il fatto di essere sganciati dal concetto di ragion di Stato ci permette di tenere in conto anche la vita di un nostro nemico”. Egli sosteneva di essere contro “il fermo di PS e anche contro il fermo di Br” e si diceva persuaso che la morte di Moro, voluta dalla Dc e dai “politici di professione”, sarebbe servita a far passare leggi repressive eccezionali e avviato una trasformazione dello Stato in senso autoritario.

Per fortuna questa svolta autoritaria (che in molti auspicavano per dimostrare l’ipocrisia del sistema parlamentare borghese e favorire il ritorno di fiamma rivoluzionario) non ci fu, ma il conflitto culturale, civile e politico approfonditosi in quei mesi si sarebbe ulteriormente radicalizzatodopo la morte di Moro, assumendo la forma di una definitiva frattura tra istituzioni e società civile, partiti e movimenti. Alcuni sarebbero invecchiati dentro quel conflitto adeguandolo con millimetrica abilità all’evoluzione dei tempi nuovi, altri lo avrebbero ricevuto in eredità, a volte persino inconsapevolmente, come un fossile intriso di nevrosi, conformismo e irrimediabile diffidenza: dalla tragica e iper-politica primavera del 1978 sino a quella uggiosa e anti-politica dei nostri giorni, in cui attendiamo tremebondi le decisioni di SalviniDi Maio e Renzi.
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                                                                    DONNE

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