mercoledì 9 maggio 2018


                                                                  MORO


Aldo Moro, il caso – La “guerra di carta” servita con il Pentothal

“Un pacchetto controllato di notizie”: questo è ciò che il governo avrebbe dovuto quotidianamente indirizzare ai giornali secondo il suggerimentofornito in un documento riservato dal consigliere statunitense Steve Pieczenik, inviato dal Dipartimento di Stato americano in Italia nel corso dei 55 giorni del sequestro Moro. I rapporti con la stampa andavano orchestrati in modo da gestire alla fonte (il Viminale) il flusso di notizie in uscita per evitare deprecabili fughe di dati sensibili, ma soprattutto per impedire che la totale assenza di informazioni inducesse i giornalisti più intraprendenti ad andare a cercarle in modo autonomo, o peggio, inventarle di sana pianta. In un momento di emergenza come quello bisognava sorvegliare la stampa, ma senza darlo a vedere, limitandosi ad aprire e chiudere i rubinetti delle notizie.

Se si sfogliano le pagine dei principali quotidiani appare chiaro che il consiglio venne attuato perché si resta sorpresi dalla sostanziale uniformitàe sobrietà informativa della carta stampata. I giornali, infatti, si distinsero per un’impaginazione vigile che alternava con professionale regolarità pezzi di colore sulla società, sul mondo politico e sulla famiglia Moro a servizi sul fronte delle indagini (spesso a doppia firma per paura di attentati ritorsivi “ad personam” dal momento che i giornalisti più esposti erano soliti girare con la penna biro e il laccio emostatico nella borsa).
Ad esempio, il Corriere della Sera, i cui vertici proprietari e giornalistici si sarebbe scoperto nel 1981 erano allora controllati dalla P2 di Licio Gelli, fino alla fatidica giornata del 18 aprile dedicò al sequestro non più di due pagine al giorno (la prima e la seconda con occasionali richiami in cronaca di Roma). Tuttavia dal 15 aprile soffrì di un vero e proprio bloccoinformativo che si sciolse soltanto il 19 successivo con la doppia notiziadella scoperta del covo di via Gradoli e del falso comunicato del lago della Duchessa che annunciava il decesso di Moro. Nei tre giorni precedenti quest’azione il giornale ridusse a una sola pagina i suoi servizi e gli stessi giornalisti lamentarono il “black out delle informazioni decise dal Viminale”, peraltro condiviso con le principali testate italiane.

Sin dai primi giorni del sequestro i giornali batterono in modo martellante in particolare su tre chiodi: il primo riguardò il conflitto tra fermezza e trattativa; il secondo, l’autenticità delle lettere di Moro con un profluvio di articoli dedicati alle possibili tecniche di manipolazione e di coercizione della volontà di un prigioniero, dall’uso della tortura ai pareri giurati di grafologi e di criminologi strenui assertori di una sorta di “sindrome di Stoccolma” all’amatriciana fino alle iniezioni di “Pentothal”, un farmaco che, in quegli anni, già popolava l’immaginario collettivo degli italianigrazie alle avventure di un fumetto di successo come “Diabolik”; il terzo interessò il ruolo e la funzione degli intellettuali davanti alla minaccia terroristica.
Il primo e il secondo dibattito si intrecciarono tra loro e, come era forse inevitabile, la discussione si contraddistinse per un’estrema strumentalizzazione: chi era per la trattativa pubblica riteneva le lettere autentiche, rimuovendo il tema delle condizioni di cattività in cui venivano elaborate e la capacità dei brigatisti di condizionarne la recezione mediante un’accorta strategia di recapiti pubblici e riservati funzionale a mettere in cattiva luce la figura di Moro davanti all’opinione pubblica; chi era per la fermezza, invece, le riteneva estorte con la violenza e quindi non “moralmente ascrivibili” a Moro, nonostante l’indubbia coerenza del dettato e il rigore della riflessione avrebbero dovuto indurre a una più prudente considerazione. Di certo, l’uso e l’abuso delle posizioni volte a minare l’autorevolezza di Moro e la sua stessa dignità morale costituirono anche una cinica controffensiva dell’antiterrorismo resasi necessaria per abbassare il valore dell’ostaggio così da sminuire il potere di ricatto spionistico-informativo posto in essere dalle Brigate rosse con l’espediente propagandistico del “processo popolare” a Moro e alla Dc. Un’immagine, quella del “processo al regime democristiano”, che già abitava l’orizzonte di attesa del pubblico italiano dai tempi degli scritti di Pier Paolo Pasolini e di Leonardo Sciascia, del film Todo Modo di Elio Petri nel 1976 e dal celebre discorso dello stesso Moro in Parlamento un anno prima di essere rapito, in cui aveva annunciato che “la Dc non si sarebbe fatta processare nelle piazze”.

In ambito culturale si inasprì la discussione sull’impegno o il disimpegno degli intellettuali davanti al terrorismo. Il sasso lo scagliò per primo lo scrittore Alberto Moravia in un articolo pubblicato sul Corriere della Serail 20 marzo 1978, laddove sostenne che il suo sentimento di fronte a quanto stava avvenendo in quel periodo era di profonda “estraneità che non era indifferenza”. Leonardo Sciascia, in un’intervista apparsa sul quotidiano la Repubblica tre giorni dopo, concordava con Moravia sottolineando di avere profetizzato già nel 1974, nel libro Todo modo, l’autodistruzione della Dc e aggiungendo che bisognava accettare di partecipare come giurati popolari al processo di Torino contro il nucleo storico delle Br soltanto per un dovere verso se stessi, ma non già verso lo Stato.
In un contesto politico e civile tanto delicato, l’insolita convergenza tra Sciascia e Pasolini suscitò una dura reazione degli intellettuali più vicini al Pci. Ad esempio, polemizzò con lo scrittore siciliano il direttore di Paese SeraAniello Coppola, che gli rimproverò di avere rivendicato per sé l’opportunistica posizione di “silenzioso osservatore”. Sciascia reagì accusando Coppola di essere “intollerante, stalinista, dogmatico, intimidatorio” e di fare del “terrorismo verbale”: una reazione veemente che arrivava dopo oltre un anno di polemiche tra Sciascia e gli ambienti politici, culturali e giornalistici prossimi al Pci. Tra i dirigenti comunisti si era distinto Giorgio Amendola che aveva accusato di viltà, disimpegno e ipocrisia (“nicodemismo”) – come già avvenuto ai tempi del fascismo – quella parte del mondo intellettuale italiano che, per diversi motivi, strizzava l’occhio alla sovversione e alla lotta armata.

A questa vera e propria “guerra di carta”, cominciata con il movimento del 1977, parteciparono i principali quotidiani dell’area di sinistra dell’epoca. A partire da l’Unità con una serie di interventi del suo direttore Alfredo Reichlin e del filosofo Eugenio Garin, ai quali risposero su il manifestoRossana Rossanda e il germanista Cesare Cases. Il 24 marzo 1978 sul quotidiano comunista uscì anche l’articolo di un giovane dirigente di Torino, Giuliano Ferrara, in cui si criticava la tendenza a considerare il fenomeno brigatista come il frutto di un complotto reazionario o straniero, una “trappola” che induceva a sottovalutare il suo potere persuasivo presso “i settori di punta dell’estremismo politico, del partito armato e del movimento armato” italiano.
In un’intervista del 19 marzo 1978 rilasciata a Walter Tobagi (un uomo e un riformista mite che nel 1980 sarebbe caduto sotto il piombo terrorista a 33 anni, con tutta la vita davanti), il vice-direttore di Lotta Continua Gad Lerner attaccava il Pci per “non aver fatto i conti fino in fondo né con lo stalinismo né con l’integralismo di partito e questo ha fatto sì che in passato i suoi stessi dirigenti abbiano compiuto azioni non molto diverse da quelle delle Br”. A proposito dei Brigatisti rossi, Lerner precisava che se continuiamo a chiamarli “compagni che sbagliano”, “lo diciamo non per ammiccare alle Br, ma per eliminare forme di rimozione che sono presenti nella sinistra”: “fra loro ci sono ex militanti nostri come del Pci” e nei comunicati brigatisti c’è qualcosa di “russo” che ricordava il Pci. Un mese dopo, sempre Lerner, difendeva le ragioni della trattativa per la liberazione di Moro affermando che Lotta Continua e il movimento avevano “rotto i ponti con una concezione politica (comune al Pci e alle Br) che mette al primo posto la ragion di partito e la militanza intesa come dedizione e sacrificio di sé. E hanno rotto con una morale per cui il fine giustifica sempre i mezzi. Per questo i nostri militanti esprimono livelli di umanità superiori a quelli dei politici di professione; il fatto di essere sganciati dal concetto di ragion di Stato ci permette di tenere in conto anche la vita di un nostro nemico”. Egli sosteneva di essere contro “il fermo di PS e anche contro il fermo di Br” e si diceva persuaso che la morte di Moro, voluta dalla Dc e dai “politici di professione”, sarebbe servita a far passare leggi repressive eccezionali e avviato una trasformazione dello Stato in senso autoritario.

Per fortuna questa svolta autoritaria (che in molti auspicavano per dimostrare l’ipocrisia del sistema parlamentare borghese e favorire il ritorno di fiamma rivoluzionario) non ci fu, ma il conflitto culturale, civile e politico approfonditosi in quei mesi si sarebbe ulteriormente radicalizzatodopo la morte di Moro, assumendo la forma di una definitiva frattura tra istituzioni e società civile, partiti e movimenti. Alcuni sarebbero invecchiati dentro quel conflitto adeguandolo con millimetrica abilità all’evoluzione dei tempi nuovi, altri lo avrebbero ricevuto in eredità, a volte persino inconsapevolmente, come un fossile intriso di nevrosi, conformismo e irrimediabile diffidenza: dalla tragica e iper-politica primavera del 1978 sino a quella uggiosa e anti-politica dei nostri giorni, in cui attendiamo tremebondi le decisioni di SalviniDi Maio e Renzi.
(5 – continua)/premium/articoli/moro-la-guerra-di-carta-servita-con-il-pentothal/
                                                                    DONNE

http://milano.repubblica.it/cronaca/2018/05/09/news/morta_pakistan_sana_cheema_autopsia_strangolata-195890438/

martedì 8 maggio 2018

Peppino Impastato, l’inchiesta sul depistaggio e la pista che arriva a Gladio: tutti i pezzi mancanti 40 anni dopo l’omicidio

Peppino Impastato, l’inchiesta sul depistaggio e la pista che arriva a Gladio: tutti i pezzi mancanti 40 anni dopo l’omicidio
Cinque indagini, la condanna in primo grado per il boss di Cosa nostra Tano Badalamenti e due richieste d'archiviazione per i carabinieri di Antonio Subranni non sono bastate a scrivere la verità sull'omicidio dell'attivista di Democrazia proletaria, assassinato a Cinisi nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978. Sullo sfondo resta la relazione dell'Antimafia che parla di "patti" tra mafiosi e pezzi dello Stato e una pista che conduce a un altro mistero italiano
Doveva essere solo la storia di un pazzo, uno dei tanti. Un terrorista saltato in aria mentre cercava di fare esplodere la ferrovia. E invece era la storia di una ribellione: la ribellione a Cosa nostra fatta da un figlio di Cosa nostra. Ma quella di Peppino Impastato è soprattutto la storia di un depistaggio. Un caso insabbiato perché legato a una pervicace e inconfessabile convivenza, sempre la stessa: mafiosiprotetti da pezzi dello Stato. Il risultato è che non sono bastati quarant’anni, cinque inchieste della magistratura, una della commissione Antimafia, due condanne in primo grado per boss di Cosa nostra e altrettante richieste d’archiviare le indagini su quattro carabinieri per scrivere la verità sull’omicidio dell’attivista di Democrazia proletaria, assassinato a Cinisi nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978.

La notte della Repubblica – Sarebbe passata alla storia come la notte della Repubblica, con i telegiornali a raccontare del ritrovamento di via Caetani, la Renault, le Brigate rosse e il cadavere di Aldo Moro. In coda una notizia locale: la morte accidentale di un bombarolo pazzo in terra di Sicilia. Non era accidentale e non era neanche quella di un bombarolo pazzo. La verità era un’altra ed era vicina, vicinissima, addirittura a pochi metri da casa del morto. Anzi ad appena cento passi, per citare il film di Marco Tullio Giordana che diede notorietà alla storia dell’attivista di Cinisi. Figlio e nipote di mafiosi, Impastato era nato e cresciuto nella stessa strada in cui abitava Gaetano Badalamenti, il boss del paese che sarà condannato all’ergastolo per quell’omicidio ma solo in primo grado: Tano Seduto, come lo chiamava Peppino dai microfoni della sua radio Aut, sarebbe morto prima della Cassazione.
Il cadavere di Aldo Moro
Indagini, pentiti e archiviazioni – D’altra parte per arrivare alla sentenza della corte d’Assise su Badalamenti si è dovuto attendere fino al 2002: un pezzettino di verità con ventiquattro anni di ritardo. Ed è per questo motivo che la principale domanda rimasta inevasa ancora oggi è soprattutto una: perché gli uomini del generale Antonio Subranni avrebbero depistato le indagini sull’omicidio Impastato? A sancirlo non c’è alcuna sentenza, ma anzi sull’ex numero uno del Rosrecentemente condannato a dodici anni alla fine del processo sulla Trattativa Stato – mafiaè stata avanzata una richiesta d’archiviazione. A tirarlo in ballo è il pentito Francesco Di Carlo: “Gaetano Badalamenti – ha raccontato il collaboratore –  spingeva Nino e Ignazio Salvoper parlare col colonnello. Dopo poco tempo mi ha detto: no, la cosa si è chiusa. Non spuntava più niente nei giornali per un periodo, era stata archiviata“. Per due volte, però, la procura di Palermo ha chiesto al gip di chiudere l’inchiesta su Subranni, accusato di favoreggiamento, e su Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo, accusati di falso. Il motivo? Su quei reati si è ormai abbattuta la prescrizioneL’ultima richiesta d’archiviazione è del giugno del 2016 e da allora si attende che un gip decida cosa faredell’indagine riaperta nel 2010 dal sostituto procuratore Francesco Del Bene, e poi portata avanti anche dai pm Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia. È l’ultima inchiesta sul caso Impastato e ripercorre nel dettaglio le manovre compiute dai carabinieri per evitare a tutti i costi di battere la pista mafiosa.
Antonio Subranni
Come insabbiarono l’omicidio – Un depistaggio ricostruito dal centro Impastato – autore nel 1994 della prima istanza di riapertura dell’inchiesta – e poi finito sul tavolo della commissione parlamentare Antimafia, che ha messo in fila omissioni e buchi di un’indagine deviata già sulla scena del delitto. Quella mattina di maggio di quarant’anni fa, gli investigatori arrivati nelle campagne tra Cinisi e Terrasini non vedono che a pochi metri dal cratere sui binari c’è una pietra: è un grosso sasso con una larga macchia scura di sangue. A trovarla, alcune ore dopo, saranno i compagni di Peppino: con tutta probabilità è l’arma usata per ammazzare Peppino. Poi i killer “vestirono il pupo”, lo legarono al binario e fecero in modo che sembrasse un terrorista morto suicida. Ma nella prima informativa dei carabinieri di quel sasso rosso non si parla. “In proposito – si legge in un articolo del Giornale di Sicilia di quel periodo – gli investigatori hanno detto di avere trovato accanto a quelle macchie degli assorbenti igienici femminili e sono convinti che l’indagine ematologica non sposterà il quadro già delineato”. Si parla molto e subito, invece, dell’esplosivo usato per il presunto attentato: era dello stesso tipo di quello che veniva utilizzato nelle cave. Eppure non una perquisizione sarà ordinata nelle cave intorno Cinisi, tutte o quasi di proprietà dei mafiosi. “Anche se si volesse insistere su un’ipotesi delittuosa, bisognerebbe comunque escludere che Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia”, scrivono sicuri i carabinieri nel primo rapporto presentato in procura.
Francesco Del Bene
La testimone scomparsa era a casa sua – E siccome la mano mafiosa era da escludere a priori, non vengono sentiti neanche quelli che potevano essere i testimoni oculari del delitto. Come Provvidenza Vitale, la casellante di turno al passaggio a livello di Cinisi la notte in cui Impastato viene ammazzato. Per trentadue anni nessuno  è mai riuscito a trovarla. O meglio: si disse che era immigrata negli Stati Uniti perché rimasta vedova e sui verbali i carabinieri scrissero semplicemente che la donna era “irreperibile”. Solo che Vitale non è mai scomparsa e non è mai stata neanche irreperibile. Salvo brevi soggiorni da alcuni parenti Oltreoceano, ha sempre abitato a casa sua, a Terrasini, cittadina attaccata a Cinisi, poco più di diecimila abitanti ad ovest di Palermo. A scoprirlo è proprio il pm Del Bene che va a interrogarla nel 2011: la donna, però, ha ormai 88 anni e pochi ricordi di quella notte di maggio del 1978. Il pm, però, appura che Vitale non si era quasi mai allontanata da casa, che ha sempre abitato a due passi da luogo in cui Impastato fu ucciso, dove ha cresciuto sei figli. Addirittura uno dei suoi generi è un carabiniere: perché, dunque, per tutti questi anni gli investigatori avrebbero cercato di celare agli organi inquirenti l’esistenza della teste chiave in un caso delicato come quello Impastato?

L’indagine della commissione Antimafia e quei patti mafia – Stato – Una risposta prova a darla la commissione Antimafia nel 2000. “Giuseppe Impastato sfidò la mafia in un territorio in cui si era stabilito un  sistema di relazioni tra segmenti degli apparati dello Stato e mafiosi molto potenti; un sistema di relazioni che, in quegli anni, può essere rinvenuto anche in altri territori, teso, spesso illusoriamente, alla cattura, per via confidenziale, di alcuni capimafia, all’apporto che queste relazioni potevano dare ad alcuni filoni di indagine o, comunque, ad una pacifica convivenza per un tranquillo controllo della zona”, scrive il relatore Giovanni Russo Spena. “È anche del tutto probabile – continua la relazione di Palazzo San Macuto – che Badalamenti abbia avuto dei rapporti confidenziali con i carabinieri in una zona alta, apicale, data la statura delinquenziale del capo mafia di Cinisi. È ancora tutto da scrivere il capitolo del rapporto tra mafiosi e forze dell’ordine. E quando lo si scriverà si potrà vedere che esso è popolato da notissimi capimafia i quali, agli occhi del popolo mafioso, vogliono apparire come i più fieri avversari della ‘sbirraglia‘ ma in realtà con la ‘sbirraglia’ trattano, si accordano, fanno dei patti. Un doppio gioco. Per un lungo periodo storico la prassi dei rapporti confidenziali dei carabinieri e dei poliziotti con i mafiosi è stata un dato di fatto, anzi è stata il cuore di quelli che oggi vengono chiamati ‘colloqui investigativi'”. È davvero così? Le indagini su Impastato sono state insabbiate solo per un patto di non belligeranza tra boss e carabinieri? Per un doppio gioco, uno scambio di favori, una trattativa ante litteram che aveva come obiettivi la cattura dei latitanti e il controllo della zona?
Giovanni Impastato
Il sequestro informale e i pezzi mancanti – È l’ipotesi della procura di Palermo che proprio per il Patto con Cosa nostra ha ottenuto recentemente la condanna di Subranni. Sullo sfondo del caso Impastato, però, ha fatto capolino di recente anche un’altra pista investigativa molto più nera e oscura. Un’ipotesi legata a un’altra scoperta fatta dai pm, un foglio su cui i carabinieri avevano scritto: “Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe”. A casa di Peppino ci fu un sequestro informale dunque, cioè un sequestro non autorizzato da nessuno. Quello foglio è un dettaglio importante perché si affianca a un altro elenco, questa volta formale, in cui i carabinieri avevano appuntato di avere portato via da casa Impastato solo sei fogli tra lettere e volantini, con scritti d’ispirazione politica e propositi di suicidio. “Voglio abbandonare la politica e la vita“, è il testo di un appunto che per gli inquirenti doveva essere la prova del suicidio. Nei documenti sequestrati, però, c’era anche altro. Lo ha raccontato Giovanni Impastato, fratello di Peppino:  “Ricordo che mio fratello poco prima di morire si stava interessando attivamente alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri. In seguito a quel fatto, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra dato che mio fratello era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni sulla questione, notizie che accumulava in una specie di dossier: una cartelletta che fu sequestrata e mai più restituita”.
Giuseppe Gulotta
La pista della casermetta di Alcamo Marina – La strage della casermetta di Alcamo Marina è ancora oggi uno dei tanti misteri irrisolti di questo paese. I carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta furono trovati uccisi la notte del 27 novembre 1976 nella frazione balneare della cittadina in provincia di Trapani, a trenta chilometri da Cinisi. Per il duplice omicidio furono arrestati quattro giovani, Giuseppe VescoGaetano SantangeloGiuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. Fu il primo ad accusare gli altri tre, che all’epoca frequentavano ancora le scuole superiori. Vennero torturati e costretti a suon di botte a firmare una confessione. Il loro accusatore, cioè lo stesso Vesco, morì invece carcere in strane circostanze: fu trovato impiccato in cella nonostante gli mancasse la mano destra. Come avrebbe fatto a fare il nodo scorsoio con un mano sola? Nessuno se lo chiede. E nessuno fa alcuna domanda sul motivo che avrebbe portato quei tre adolescenti di provincia a commentere una strage tanto atroce. Ma d’altra parte quello di Alcamo Marina è un delitto strano. Un duplice omicidio maturato in un contesto inquietante e ancora oggi senza un colpevole: come quello di Impastato, appunto. Vesco, Santangelo e Gulotta hanno dovuto aspettare 36 anni perché spuntasse a sorpresa un testimone a raccontare la verità: grazie alle parole del brigadiere in pensione Renato Olino furono assolti nel processo di revisione, ma solo nel 2012.
Gladio, le convergene parallele, il puzzle – Gli autori della strage della casermetta, invece, rimangono senza volto. Perché vennero uccisi Apuzzo e Falcetta? Molti anni dopo, gli investigatori ipotizzarono che i due carabinieri potrebbero avere avuto un colpo di sfortuna: durante un posto di blocco fermarono in un furgone con a bordo armi destinate a una base di Gladio nelle vicinanze. È per questo motivo che la strage della casermetta viene subito risolta addossando la colpa a quattro innocenti? Perché c’era il rischio di svelare con 25 anni di anticipo l’esistenza dell’organizzazione paramilitare clandestina che aderiva a Stay Behind, cioè l’operazione promossa dalla Cia in Europa in chiave anti comunista? Sono soltanto ipotesi, piste investigative mai confermate e dunque domande senza una risposta, ma che gli inquirenti hanno collegato in tempi recenti al caso Impastato. L’attività di controinformazione di Peppino era forse riuscita a raccogliere elementi sulla strage della casermetta? Ed è anche per questo motivo che le indagini sull’assassinio del giovane di Cinisi furono depistate? Impastato divenne  un caso da insabbiareper occultare i reali motivi che ne avevano decretato la morte? In questo caso il fatto che dai microfoni di radio Aut mettesse alla berlina Badalamenti sarebbe soltanto un motivo in più per metterlo a tacere. Gli investigatori la chiamano “convergenza di interessi“: si verifica quando sono molteplici i motivi e i mandanti di un delitto eccellente. E quello di Impastato un delitto eccellente lo è stato senz’altro. Doveva essere solo la storia di un pazzo. Oggi è la storia di un puzzle incompleto: negli anni c’è sempre stato qualcuno che ha tentato di nasconderne qualche pezzo.

giovedì 26 aprile 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/26/da-hina-a-sana-cheema-il-no-al-matrimonio-forzato-che-uccide-ecco-il-servizio-segreto-che-salva-le-ragazze/4313867/

domenica 1 aprile 2018

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lunedì 19 marzo 2018


                                                            OMO CONTEMPORANEO

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2018/03/19/news/_e_vero_ho_ucciso_io_lauretta_siracusa_il_compagno_della_ventenne_confessa-191647979/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S1.8-T1

venerdì 9 marzo 2018

                                                          LA PAGINA NUOVA

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/09/m5s-cosi-i-gruppi-parlamentari-cambiano-forma-tra-fedeli-a-di-maio-ortodossi-e-la-novita-dei-vip/4213272/

giovedì 8 marzo 2018

                                                    FALCONE E BORSELLINO

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2018/03/08/news/strage_borsellino_tre_poliziotti_sotto_accusa_per_il_depistaggio_del_falso_pentito_scarantino-190735316/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P8-S1.8-T1

venerdì 2 marzo 2018

                                 

https://www.ilfattoquotidiano.it/longform/mafie-europa/mappa/
                                                             ELEZIONI 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/02/elezioni-la-guida-per-un-voto-consapevole-146-tra-indagati-condannati-prescritti-vince-il-centrodestra-39-voltagabbana-vince-il-centrosinistra-eccoli-divisi-per-nome-e-per-regione/4182938/