Sul "patto" sfilano i big della politica(Repubblica 18 Agosto 2019)

imagesIl teste Giuliano Amato è stato esaminato all'udienza dei 15 giugno 2016, allorché, in sintesi, ha riferito nelle parti più direttamente concernenti l'On. Scotti (per il resto della testimonianza, concernente anche aspetti dei contatti Mori-Ciancimino, si darà conto nel prosieguo):
[...];
- di non avere ricordo del dibattito pubblico che si sviluppò dopo gli allarmi lanciati dal Ministro Scotti e dal Capo della Polizia Parisi nel marzo 1992 e che pure, insieme ad altri esponenti politici, lo riguardavano [...];
- che si pervenne alla sua nomina come Presidente del Consiglio su indicazione dell'On. Craxi nell'impossibilità di questi di assumere egli stesso l'incarico per il coinvolgimento in alcune vicende giudiziarie [...];
- che soltanto dopo l'affidamento dell'incarico seppe dal Segretario Generale Gifuni della visita fatta da Scotti e Martelli al Presidente della Repubblica al fine, per quanto si diceva, di proporsi per il nuovo governo [...], ma di non avere saputo e di non sapere che tale visita fu causa di dissidio tra Martelli e Craxi [...];
- che il 18 giugno 1992, ricevuto l'incarico, aveva iniziato le consultazioni con i partiti, acquisendo, come di consueto, le indicazioni sui ministri da nominare [...];
- che, tuttavia, in quella occasione egli ritenne di discutere alcune di quelle indicazioni sia con il segretario della D.C. Forlani, sia successivamente nell'apposita riunione avuta con il Presidente della Repubblica la mattina di domenica 28 giugno 1992 quando si decise di escludere alcuni dei proposti per il temuto coinvolgimento in vicende giudiziarie [...], mentre, nella stessa occasione, non furono modificate le indicazioni per Scotti e Mancino (''Non toccai, e questo già ce lo
siamo ... gliel'ho detto, tra le designazioni della Democrazia Cristiana, quella di Mancino all'Interno e di Scotti agli Esteri'');
- che il Presidente Scalfaro accettò le proposte che egli gli aveva avanzato ("Beh, nell'esperienza che io ho fatto in questa occasione ci fu un maggior peso del Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica accettò quello che il Presidente del Consiglio gli proponeva. Nessuna delle proposte che io gli feci, venne contestata dal Presidente della Repubblica, devo dire la verità. [...]");
- che le indicazioni di Scotti agli Esteri e Mancino all'Interno non fu oggetto di discussione con il Capo dello Stato ("Questo non fu oggetto, no");
- che egli si pose il problema della continuità dell'azione di governo di contrasto alla mafia, ma che il nome di Mancino che gli era stato proposto per il Ministero dell'Interno era a tal fine rassicurante ("P.M Dott. DI MATTEO - Quello è un momento particolare, era trascorso meno di un mese dalla strage di Capaci. Lo le chiedo, in particolare per la individuazione del Ministro degli Interni e di
quello della Giustizia, in quel momento lei, nella veste di Presidente del Consiglio incaricato, si pose il problema - intanto le chiedo se si pose il problema, non ... - di cercare di assicurare una continuità all'azione di contrasto alla mafia, che era stata portata avanti anche con una serie considerevoli di Decreti Legge o provvedimenti di vario tipo, in ultimo quello dell'8 giugno, dal
precedente Governo?; TESTE G. AMATO - E certo che me ne preoccupai, anche perché poi il lavoro che facemmo fu soprattutto di assicurare il passaggio parlamentare rapido e, anzi, il rafforzamento di quel decreto dell'8 giugno. Se lei si riferisce alle persone, mah, io ritenevo, tra le proposte che ebbi da Forlani, il nome di Mancino un nome che mi tranquillizzava; lo conoscevo, era
una persona che di cose del genere si era, da capogruppo, occupato, era una persona solida e quindi non avevo problemi davanti alla scelta che la Democrazia Cristiana aveva fatto con lui, né mi parve che l'avesse, appunto, il Capo dello Stato, che non obiettò, e poi Mancino si mise a lavoro su questi
temi'');
- che per quanto gli fu riferito, Scotti, in un primo momento, a causa della incompatibilità col ruolo di parlamentare decisa dalla direzione della D.C., aveva deciso di restare fuori dal governo e che, quindi, quando lo stesso aveva deciso di rientrare nel governo, il ruolo di Ministro dell'Interno era stato già destinato all'On. Mancino [...];
- che, d'altra parte, Scotti non gli aveva manifestato il desiderio di rimanere nel dicastero già occupato per proseguire nell'azione di contrasto alla mafia già intrapresa ("lo ricordo ... guardi, io ricordo un'unica cosa.' che una persona che io conoscevo bene, di cui mi consideravo e mi considero amico, se avesse avuto seriamente questo problema, mi sarei aspettato che mi avesse chiamato e mi avesse detto Giuliano: "Io voglio restare all'Interno, lo considero importante per la lotta contro la mafia, e qui rischia che mi mettono fuori". Questo non è accaduto, è l'unica cosa che ricordo, questa che non è accaduta") ed egli non aveva letto le interviste rilasciate in proposito in quei giorni dallo stesso Scotti, il quale, d'altra parte, nulla gli aveva detto neppure dopo la formazione del nuovo governo [...];
- di non ricordare alcuna sollecitazione affinché Martelli non venisse confermato al Ministero della Giustizia ("So che Claudio ha detto questo; io, quando lei o qualche suo collega me l'ha chiesto, ho detto che non lo ricordavo. L'ultima volta che questa cosa mi è stata chiesta in questa lunga vicenda, io ho aggiunto, mi pare di ricordare, di averlo ex post chiesto a Salvo Andò, che era il responsabile delle questioni giustizia del PSI, perché lui meglio di me poteva ricordare se c'era la volontà da parte del segretario del partito di allontanare Martelli dalla Giustizia. E lo stesso Andò mi ha detto che non ricorda nulla in questo senso, né ricorda di essere mai stato lui designato, eventualmente, per la giustizia, perché c'era Martelli, tanto è vero che lui divenne Ministro della Difesa in quel Governo. Questa è la risposta che ho dato e che le posso confermare");
- di non ricordare, pur non escludendolo, che Scotti già nella immediatezza della nomina come Ministro degli Esteri presentò le dimissioni e che egli lo abbia invitato a soprassedere per l'imminenza di alcuni impegni internazionali [...];
- che il Ministro Mancino era assolutamente favorevole al decreto dell'8 giugno 1992 per la cui tempestiva conversione in legge si prodigò ("Era assolutamente favorevole. anzi lo considerava essenziale che concludessimo nei tempi consentiti") anzi rafforzandolo [...];
- di avere saputo, forse da Forlani, che la designazione di Mancino al governo serviva anche a liberare il posto di capogruppo da destinare a Gava [...].
[...]
Il teste Arnaldo Forlani è stato esaminato all'udienza del 5 febbraio 2015, allorché, in sintesi, ha riferito:
[...];
- che il partito invitava i propri esponenti che assumevano incarichi di governo ad assumere una linea di assoluta intransigenza verso il fenomeno mafioso ("Ma io ricordo che l'atteggiamento del mio Partito nei suoi organi dirigenti, e quindi per le direttive e gli orientamenti che dava anche agli uomini che assumevano responsabilità di Governo, era di un 'assoluta intransigenza, di una lotta
sistematica al fenomeno criminale, in modo particolare alla mafia in Sicilia … ... ... Ia direttiva era di un 'assoluta coerenza, anche con il passato e quindi di un'assoluta intransigenza nel perseguire questi fenomeni'');
- che in occasione della formazione del nuovo governo la Democrazia Cristiana designò Mancino quale Ministro dell'Interno[...] e ciò a seguito di decisione dell'Ufficio Politico composto dal
Presidente De Mita, dal Segretario Forlani e dai presidenti dei gruppi parlamentari Gerardo Bianco e Nicola Mancino [...], cui, tuttavia, si aggiungevano talvolta i responsabili di singoli settori e i due vice segretari Lega e Mattarella [...];
- che tale designazione, come anche le altre, fu fatta pochi giorni prima della formazione del nuovo governo col consenso di tutti e senza alcuna drammaticità [...];
- di non ricordare in proposito interventi del Presidente della Repubblica [...], rettificando, quindi, sul punto una precedente dichiarazione contestatagli [...];
- che anche Scotti, così come gli altri ministri uscenti, era nella lista dei ministri da proporre per il nuovo governo, ma che, poi, taluni di questi, tra cui lo stesso Scotti, si autoesclusero per la regola della incompatibilità tra ruolo di ministro e mandato parlamentare [...];
- che, tuttavia, successivamente, quando era stato già indicato Mancino quale Ministro dell'Interno, Scotti aveva cambiato idea e dato la sua disponibilità ed a quel punto, quindi, fu designato per il Ministero degli Esteri [...];
- che tutto avvenne nel volgere di ventiquattro ore e che fu Gerardo Bianco ad informare Scotti della nomina [...];
- che non vi fu alcun dissenso nella designazione di Mancino [...];
- che, poiché Scotti venne nominato Ministro nonostante la regola della incompatibilità col mandato parlamentare, certamente il medesimo ebbe, ad un certo momento, ad accettare la detta regola allorché fu contattato dall'Ufficio Politico, probabilmente dall'On. Bianco [...];
- che tutti i Ministri accettarono la medesima regola e, tranne Scotti, si dimisero [...];
- che non si pose un problema di continuità della linea politica del Ministero dell'Interno perché Mancino venne ritenuto assolutamente idoneo ad assumere quell'incarico (''Quello che posso dire è che l'indicazione relativa a Mancino derivava da un particolare giudizio dell'ufficio politico circa la idoneità piena del personaggi ad assumere questa responsabilità, quindi certamente la persona che veniva da noi indicata non andava al Ministero per rendere più labile e meno risoluta l'azione e la lotta nei confronti della criminalità organizzata .... ... per continuare in una linea di coerente lotta alla criminalità organizzata .... . , . ... questo appartiene alla logica dei Partiti, mica uno fa il Ministro in eterno, allora venne indicato Mancino. Mancino era uno dei personaggi più autorevoli,
era quello che aveva avuto una lunga responsabilità parlamentare ed era concorde l'opinione che aveva doti di fermezza caratteriale e di risolutezza particolarmente idonee ad assumere quella responsabilità");
- che, d'altra parte, nulla in proposito gli fu rappresentato da Scotti, le cui obiezioni riguardavano soltanto la questione dell'incompatibilità [...], cui, però, nella immediatezza della formazione del governo, ebbe a rinunziare secondo quanto riferito in seno all'Ufficio Politico da tal uno dei suoi
componenti [...];
- che le misure antimafia del decreto legge del giugno 1992 ed il successivo dibattito parlamentare per la conversione in legge non furono oggetto di discussione all'interno del Partito[...];
- di non ricordare specificamente l'allarme lanciato dal Ministro Scotti nel marzo 1992 ("Ma l'allarme era un dato non di eccezione, come la parola indurrebbe a credere, era un dato di continuità assoluta") e di avere, invece, un ricordo vago della lettera di solidarietà a Scotti pubblicata da alcuni parlamentari sul quotidiano del Partito [...];
- di ricordare anche la preoccupazione che vi era allora per alcuni politici siciliani, tra i quali Mannino ("Che gli uomini della DC con responsabilità pubbliche incorressero in minacce, in rischi, questo è un dato oggettivo, insomma, che appartiene alla storia del Paese, alle vicende, agli assassini intervenuti nei confronti di uomini politici, di Sindaci, di Presidente della Regione ... .. ... 1'atteggiamento di lotta e di intransigente contrapposizione alla criminalità, alla mafia è una linea di coerenza della Democrazia Cristiana, sempre tenuta, e quindi non è che sia cambiata o abbia avuto degli adeguamenti diversi a seconda ... Quindi Mannino era segretario in quel periodo, segretario
regionale della Democrazia Cristiana, è evidente che incorreva in dei rischi le notizie allarmanti che venivano ... ... .. rappresentate e in termini di opinione pubblica, di stampa, e dagli stessi rapporti e relazioni di Governo, certo, ne avevamo notizia come tutti e per quanto ci riguarda comportavano orientamenti e direttive di assoluta intransigenza").
In sede di contro esame, quindi, il teste ha ulteriormente aggiunto e precisato:
- che la designazione di Mancino avvenne in conseguenza anche del fatto che il Seno Gava aspirava e stava per essere eletto alla carica di capogruppo precedentemente ricoperta dallo stesso Mancino [...];
- di non avere saputo all'epoca che Scotti ebbe a presentare una lettera di dimissioni nella immediatezza della sua nomina quale Ministro degli Esteri […] e di non sapere, quindi, spiegare perché sia stata presentata tale lettera stante che precedentemente lo stesso Scotti aveva acconsentito alla nomina (''No, non so spiegarlo, è una contraddizione che non so spiegare ... ... ... Quello che so è che a un certo punto Scotti ha accettato di andare agli Esteri e anche di buon grado e che, quindi, accettando di fare il Ministro degli Esteri avrebbe rassegnato le dimissioni da
Parlamentare").
[...]
Il teste Claudio Martelli è stato esaminato nelle udienze del 9 e 15 giugno 2016 ed ha reso dichiarazioni anche su molti altri fatti rilevanti in questo processo diversi da quelli più strettamente attinenti alla vicenda della sostituzione, al Ministero dell'Interno, dell'On. Scotti.
In questo capitolo, quindi, si riportano soltanto le dichiarazioni testimoniali del Martelli relative a tale ultima vicenda, in ordine alla quale, in particolare, il teste, in sintesi, ha riferito:
- che Scotti, quando gli fu proposto il Ministero degli Esteri, gli disse che era dispiaciuto, ma che non avrebbe potuto dire di no a quell'incarico prestigioso ("Quando gli si propone e lo si invita, si comunica che deve lasciare il Ministero degli Interni e si propone Ministro degli Esteri, lui mi dice che era dispiaciuto, ma come posso dire di no? Come posso dire di no ... "), anche se, forse, la sua aspirazione principale era quella di segretario della DC ("E lui in realtà, secondo me, non pensava più né a una cosa, né all'altra, pensava a fare il segretario del suo partito e questo lo si capisce con tutta evidenza nel momento in cui subentra la questione dell'incompatibilità tra incarico
parlamentare e incarico di Governo. In quel momento Scotti si dimette anche da Ministro degli Esteri. E perché? Perché voleva fare il segretario del partito e quindi voleva essere parlamentare, non so se è chiaro");
- che quel colloquio era avvenuto qualche giorno prima della formazione del Governo [...];
- che Scotti gli disse che nel suo partito gli facevano pagare anche provvedimenti di scioglimento di alcuni consigli comunali adottati come Ministro dell'Interno ("P. M TERESI: - A proposito di questo, si accennò mai al consenso politico o al dissenso politico che ebbero gli scioglimenti dei
Consigli Comunali?; DICH. MARTELLI: - Accidenti, questa era la spiegazione che mi dava Scotti, mi dava Vincenzo ... ... ... Io ho rotto le scatole a troppi nel mio partito con lo scioglimento dei Consigli Comunali .... ... ... Questa me la fanno pagare, mi fanno pagare questa") e che si intendeva tornare alla precedente situazione di convivenza con la mafia (''P. M TERESI: - .... ricorda
se in queste interlocuzioni si parlò di un ritorno al passato, di una restaurazione del clima che riguardava i rapporti con le mafie, con la mafia?; DICH. MARTELLI: - Sì, sì, se ne parlò eccome, credo che l'espressione che usavamo era ... lo dicevo più spesso normalizzazione, lui diceva tornare alla convivenza o la coabitazione tra Stato e mafia");
- di non sapere come si pervenne alla nomina di Mancino quale Ministro dell'Interno al di là di quanto dichiarato dallo stesso secondo cui tale nomina era stata voluta innanzitutto dal Presidente Scalfaro [...];
- che Scotti attribuiva prevalentemente ai suoi provvedimenti di scioglimento dei consigli comunali la ragione della sua sostituzione quale Ministro dell'Interno [...];
- che Scotti ambiva a divenire segretario della D.C. e per tale ragione non intendeva dimettersi da parlamentare ("...questo lo ricordo benissimo, perché cioè pongono una questione assurda e... lui aveva l'ambizione di diventare segretario della DC e quindi non aveva nessuna intenzione di dimettersi da parlamentare ... ... ... o quantomeno di candidarsi a quel ruolo, ben inteso, non di... ").
[...]
Le dichiarazioni rese al P.M., in data 15 dicembre 2010, da Oscar Luigi Scalfaro sono state acquisite al fascicolo dei dibattimento quale atto divenuto irripetibile a seguito del sopravvenuto decesso del detto teste, il quale, quanto alla vicenda oggetto dei presente capitolo (per le restanti dichiarazioni concernenti altri fatti si dirà in seguito), ha riferito di non conoscere i motivi della nomina dell'On.
Scotti a Ministro degli Esteri ("Non conosco i motivi che indussero l 'On. Amato, nel giugno 1992 Presidente del Consiglio incaricato, a nominare l 'On. Scotti ministro degli esteri, piuttosto che a confermarlo nel ruolo di ministro dell'interno. Ricordo solamente che l 'On. Scotti, in virtù di una direttiva del partito della Democrazia Cristiana che impediva la contemporanea assunzione di incarichi di governo ed esercizio dell'attività parlamentare, rassegnò inopinatamente le dimissioni dalla carica di ministro e non da quella di parlamentare. Ciò mi parve strano e decisi, nonostante l'iniziale parere opposto dal Presidente del Consiglio, di accogliere le dimissioni dell'On. Scotti dalla compagine governativa").
[…]
Ancora riguardo all'avvicendamento del Ministro dell'Interno Scotti con Nicola Mancino, deve darsi conto anche della dichiarazioni rese da quest'ultimo in occasione della sua audizione in data 8 novembre 2010 dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia, poiché, da tali dichiarazioni la Pubblica Accusa ha ritenuto di trarre elementi, oltre che a sostegno della contestazione di
falsa testimonianza di cui al capo C) della rubrica riportata in epigrafe, anche a sostegno della tesi sulle reali ragioni di quell'avvicendamento (v. trascrizione della requisitoria del P.M. alle udienze dell' Il e 12 gennaio 2018).
Ebbene, dal Resoconto stenografico n. 58 dell'audizione di Nicola Mancino in data 8 novembre 2010 dinanzi alla Commissione Parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, risulta che il predetto, in quella occasione, quanto alla sua nomina a Ministro dell'Interno nel nuovo Governo presieduto da Giuliano Amato, ebbe, tra l'altro, a dichiarare: "Chi mi volle Ministro dell'Interno fu in primis il Presidente Scalfaro, che si formò un giudizio positivo nei miei riguardi, soprattutto nei cinque anni in cui era stato Ministro dell'Interno ... ... .... mi sostennero poi il Presidente del
Consiglio incaricato, onorevole Amato, e anche l'onorevole Forlani... …. .... sono stato sollecitato ad andare al Ministero dell'Interno. All'epoca ero capogruppo della DC al Senato e mi sono recato dal Presidente della Repubblica, insieme al capogruppo della DC alla Camera dei Deputati e al
segretario della Democrazia Cristiana, perché il Capo dello Stato faceva consultazioni su chi dovesse essere investito della responsabilità di capo del Governo ... ... ... ero sul punto di andare via, quando il capo dello Stato mi disse: io ti conosco bene, per quanto ai fatto in Commissione Affari
Costituzionali, e ritengo tu debba - forse è più esatto dite tu possa - essere il Ministro dell'Interno. L'onorevole Scalfaro ne parlò con il Presidente Amato. Sono stato invitato dalla direzione del mio partito ad accogliere questa sollecitazione e fui nominato Ministro dell'Interno non perché dovessi attenuare l'offensiva, ma, mi si scusi la presunzione, per accrescere il contrasto nei confronti della mafia ... ... . .. Gava era già stato Ministro dell'Interno, aveva dovuto abbandonare per un incidente di percorso dal punto di vista della sua salute e si era perciò dimesso dalla carica .... ... ... mi sento offeso quando si parla di un Antonio Gava che doveva fare il capogruppo della DC, come poi
avvenne ....... ... Mai avrei accettato di fare il ministro perché un altro dovesse sostituirmi come capogruppo ... .. , ... Posso dire di avere partecipato ad una riunione dell'organismo esecutivo del mio partito e che nel corso della stessa si era parlato di un'ipotesi Mancino, qualora il dicastero dell'interno fosse toccato ad un rappresentante della Democrazia Cristiana. Comunque, me ne
andai con il convincimento di dovere rifiutare perché Forlani, nell'ultimo periodo della sua segreteria, fu piuttosto intransigente sulle incompatibilità, peraltro non previste dalla Carta costituzionale, tra Ministro e parlamentare .......... Quindi non è stato solo il Capo dello Stato ad avanzare l'ipotesi della mia candidatura. Immagino che ne abbia parlato con Amato e con Forlani. lo so solo che nel momento in cui doveva recarsi dal Presidente della Repubblica, l'onorevole Amato mi disse: « ti sei deciso a fare il Ministro dell'Interno?» . Risposi che avevo deciso ma nutrivo ancora perplessità".
COMMENTA



La testimonianza del ministro Scotti


13
Vincenzo Scotti, Ministro dell'Interno dal 16 ottobre 1990 sino al 29 giugno 1992, è stato esaminato, in qualità di teste, nelle udienze del 29 maggio e 13 giugno 2014 allorché, in sintesi, ha riferito:
[...]
- di avere assunto, in particolare, la carica di Ministro dell 'Interno il 16 ottobre 1990, mantenendo la in due diversi governi, entrambi sotto la presidenza Andreotti, nei quali, invece, la carica di Ministro della Giustizia era stata ricoperta prima da Giuliano Vassalli e poi da Claudio Martelli [...];
- che in tale periodo, in piena sintonia col Ministro della Giustizia, ebbe ad adottare numerosi provvedimenti per contrastare le organizzazioni mafiose pur incontrando alcune difficoltà in sede di conversione parlamentare ("Quasi tutti, tutti i provvedimenti che abbiamo assunto nell'arco del novembre 90, che fu il primo Decreto Legge a lui partecipai, fino al Decreto Legge dell'8 giugno 92, furono presi sempre in sintonia con il Ministro di Grazia e Giustizia.
Il primo provvedimento fil il Decreto Legge preso con firma congiunta, mia e del Ministro della Giustizia. lo quando mi sono insediato, l'elaborazione era già avanzata, facemmo solo delle ... Feci solo, proposi solo delle aggiunte a quel testo, soprattutto in materia di regime carcerario, che poi sono un po' i
precedenti del 41 bis dell'8 giugno 92. Noi ... Quel decreto incontrò notevoli difficoltà di conversione e fu reiterato per ben sei volte con una prassi costituzionale abbastanza discutibile da questo punto di vista. Questo primo decreto e la discussione in Parlamento aiutò a impostare una serie di provvedimenti che sono tutti tra loro collegati, fanno parte di una unica, possiamo dire, strategia, non solo strategia, ma anche di segno normativo e questi provvedimenti furono elaborati dal Ministero degli Interni e dal Ministero di Giustizia con, evidentemente, delle preminenze per alcune materie del Ministero degli Interni, preminenza del Ministero di Giustizia per altre
questioni. Per esempio per la istituzione della DIA, il decreto fu Ministro degli Interni, Ministro della Giustizia, il decreto della DNA fu invece Ministero di Giustizia, Ministero degli Interni. Il disegno riguardava da una parte una prima osservazione che veniva dal Maxi Processo di Palermo di Falcone, e anche prima della venuta di Falcone a Roma ci fu una discussione con il Giudice
Falcone anche in relazione alla collaborazione che ci venne dal Procuratore Giuliani che aveva collaborato con Falcone ai tempi della istruttoria del Maxi Processo. La prima questione era lasciar cadere le istituzioni emergenziali e delle legislazioni straordinarie, ma affrontare le questioni attinenti alla istituzione investigativa, alla istituzione giudiziaria, nascevano dalla considerazione di Falcone ... È noto, sia per quanto riguardava il problema della creazione di una autorità investigativa che mettesse insieme le diverse Forze di Polizia e avesse una visione complessiva del fenomeno mafioso, anche con riferimenti a livello internazionale e dei suoi collegamenti internazionali.
Dall'altra parte il problema giudiziario della creazione di una Procura specifica e un coordinamento e una lunga discussione che avvenne sul problema dell'avocazione possibile da parte della Direzione Nazionale Anti Mafia. Questo fu un primo blocco di provvedimenti che fu molto travagliato perché le opinioni erano profondamente diverse e si congiungevano, diciamo così, visioni garantiste da una parte, costituzionali, e altre invece visioni più particolari di non volere strutture anti mafia specifiche .... ... . . .II secondo blocco è quello che riguarda la collaborazione dei pentiti, la Legge e il regolamento. Il regolamento fu steso sostanzialmente da Falcone in una Commissione presso il Ministero degli Interni in quel momento, che aveva come Presidente il sottosegretario Ruffino del Ministero degli Interni .... ... ... L'altro blocco di misure furono quelle relative al riciclaggio del denaro e alla confisca dei beni, due punti fermi di quella strategia ........ ... L'ultimo blocco fu quello che venne adottato con un Governo dimissionario nel giugno, 1'8 giugno del 92. Il problema quale fu? C'era da una parte l'entrata in vigore del Codice di Procedura Penale che aveva creato notevoli problemi rispetto alla investigazione giudiziaria, all'intervento
giudiziario per la mafia, c'erano problemi che riguardavano proprio lo svolgimento del processo, tutte norme che voi conoscete benissimo, quindi non ho bisogno di dire niente. E in quella occasione venne fuori il problema del raccordo tra mafia interna ed esterna dal carcere e venne fuori la formulazione del 41 bis");
- che già nel 1990 si era intervenuti con una modifica della legge Gozzini che
escludeva i detenuti per mafia dai benefici carcerari [...];
- che in occasione della legge istitutiva della D.I.A. si manifestarono opinioni dissenzienti anche da parte di alcuni Corpi delle Forze dell'Ordine […];
- che il decreto sanciva, tra l'altro, l'obbligo di tutti i Corpi delle Forze dell'Ordine di informare la D.I.A. di quanto emerso nel corso delle rispettive investigazioni in tema di antimafia ("Questo era un presupposto la DIA per poter funzionare, per avere un quadro complessivo del funzionamento, diciamo così, della criminalità organizzata, si richiedeva che la DIA fosse messa in condizioni di avere conoscenza dei vari pezzi di investigazione esistenti sul territorio nazionale e quindi di notizie pervenute ai diversi Corpi, alle diverse responsabilità ...... ... La scelta dei vertici della DIA fu fatta anche con questo criterio di portare il Generale Tavormina dei Carabinieri e il Prefetto De Gennaro, rispettivamente Direttore e Vice, proprio per dare l'indicazione della necessità dell'unità e questa si basa sulla informazione, l'informazione è fondamentale");
- che nel marzo 1992, in occasione di una audizione parlamentare, ebbe effettivamente a lanciare un allarme di un tentativo destabilizzazione in corso da parte delle organizzazioni mafiose, così come, in quegli stessi giorni, d'altra parte, aveva fatto riservatamente il Capo della Polizia con alcuni dispacci riservati trasmessi alle prefetture ed inopinatamente pubblicati sulla stampa
(" .. devo premettere una cosa per comprendere. Dalla fine dell'anno precedente, del 90, del 91, agli inizi del 92, c'è stata una intensificazione della reazione della mafia ai provvedimenti che venivano adottati dal Governo. […] i1 Capo della Polizia, in quella stessa occasione nella sua relazione, spiega questo collegamento e lui consegna al Parlamento, il 20 di marzo, una documentazione ampia di questi fatti. Noi sulla base di questi fatti, io riunii il Comitato dell'Ordine e della Sicurezza e i Servizi ed ebbi, e registrai in quelle occasioni le preoccupazioni. Qui non si tratta di prendere
singolarmente i fatti, ma di mettere insieme dei fatti concreti, delle informazioni provenienti dalle Forze di Polizia e dai Servizi e attraverso una analisi di intelligence dare un quadro e indicare un significato e una direzione di quello che avveniva. Su questa base, con il capo della Polizia decidemmo di allertare Questori, Prefetti, nell'ambito delle rispettive responsabilità, e i Comitati locali, per una attenzione straordinaria. Eravamo nel pieno di una campagna elettorale ... .... .... dentro questo clima noi facemmo e lo facemmo con forma segreta. Due giorni dopo, due - tre giorni dopo, il Corriere della Sera pubblica la notizia. Noi una cosa che volevamo rimanesse segreta e riservata e che fosse una direttiva di comportamento dei Prefetti e dei Questori, diventa
improvvisamente un problema politico. Siamo con il Parlamento sciolto, immediatamente i Presidenti di Camera e Senato mi chiamano e mi dicono: ma che cosa c'è dietro tutto questo e perché?.. ... . ... E qui c'è l'intelligence che entra in gioco, se lei prende questi singoli pezzi di puzzle e li mette insieme, allora arriva ad avere un quadro di preoccupazione, non generica ma specifica.
lo tre giorni prima del 20 marzo avevo parlato alla Commissione Anti Mafia ... I1 17 marzo, tre giorni prima del 20 marzo, avevo parlato alla Commissione Anti Mafia sul delitto Lima e avevo chiesto alla Commissione Anti Mafia e alle Forze Politiche presenti rappresentate nella Commissione Anti Mafia, di rispondere a un interrogativo: quale era la scelta che essi volevano. Cioè una scelta di scontro e di scontro a 360 gradi con la criminalità organizzata, io parlai
specificamente di guerra, nel senso anche tecnico del termine, non di guerriglia, ma di strategia di guerra, o volevano avere un atteggiamento di connivenza che avrebbe certamente consentito un clima diverso, più ... meno violento, con meno quantità di violenza, ma avremmo avuto... Ci portavamo sulle spalle la responsabilità di una situazione che era di corrompimento della vita sociale, economica e politica ..... ... .... lo dissi che la mia scelta era quella e l'ho ripetuto ... ... ... Questa dello scontro frontale [...] Certamente io mi sentivo, fin quando sono stato lì, di rappresentare il Governo e di esprimere una linea in questa direzione non smentita.... ... ... io ho detto che quelle decisioni dell'allarme, eccetera, furono decisioni assunte da me e dal Capo della Polizia, assumendoci la responsabilità di quello che facevamo, pronti a risponderne, è evidente, e ne rispondemmo in Parlamento, questa è la situazione. E poi se il Governo mi smentiva, quello può tranquillamente farlo, siamo in Democrazia, questa era la posizione del Ministro degli Interni, ma fin quando non era smentita dal Governo era la posizione, io l'ho considerata la posizione del
Governo e della maggioranza in Parlamento");
- che, tuttavia, in quegli stessi giorni si sovrappose la vicenda di una segnalazione specifica giunta dall' A.G. di Bologna che riferiva di un allarme lanciato da un soggetto, prima non specificato, ma che poi si venne a sapere trattarsi di un noto depistatore, Elio Ciolini ("[...] Una comunicazione che mi aveva trasmesso il Capo della Polizia su un documento acquisito da un Magistrato a Bologna, documento nel quale si diceva che c'era ... Si erano visti all'estero, che c'erano delle... Che ci sarebbero stati attentati, ci sarebbero state azioni, eccetera, eccetera. Siamo prima di Capaci, cioè prima di quella fase lì, cioè siamo in quei giorni. E con il Capo della Polizia guardiamo al documento e gli dico: va bè, qui ci sono del cose che possono essere vere e delle cose fatte per
depistare, sta a voi capire un minuto che cosa c'è dentro e che cosa è ... Va presa sul serio, su cosa, come va invece scartata come depistaggio. Mentre la mattina, di giorno sono per andare al Parlamento, una agenzia di stampa viene fuori con il nome, si trattava di Ciolini, noto depistatore di processi passati [...]. Alla Commissione dei Servizi di cui sono andato dopo il 20 di marzo, due giorni dopo sono andato anche alla Commissione dei Servizi presieduta allora, in quel momento, dall'Onorevole Gitti, sono andato e abbiamo riferito con il Capo della Polizia, con qualche maggiore dettaglio, l'informativa che avevamo dato alla Camera e al senato .... ... .... anche il Comitato dei Servizi riteneva che c'erano degli elementi che spingevano a richiamare l'attenzione e a stringere non solo le istituzioni, ma anche l'opinione pubblica sul quadro in cui siamo. Quello che è
risultato i mesi successivi, giudichiamoli come vogliamo, sono lì a dichiarare che qualcosa in fondo ... "), così che lo stesso Presidente del Consiglio ebbe a ridimensionare quell'allarme fondato su segnali diversi da quelli provenienti dal Ciolini [...], tanto che egli ritenne necessario a
quel punto informare personalmente anche il presidente del Consiglio [...];
- di ritenere che tutti i possibili obiettivi della strategia mafiosa, quali il Presidente del Consiglio Andreotti e i Ministri Mannino e Vizzini, furono allertati ("Sono convinto di sì, ho trovato un ritaglio di stampa che è dalla rassegna stampa ufficiale del Ministero degli Interni in cui qui parla ... "Scotti respinge, il Ministro Mannino si tenga la scorta. No, il Ministro non potrà fare
a meno della scorta, la richiesta di revoca dei Servizi di Protezione, avanzata dal Ministro Calogero Mannino, è stata ritenuta inaccettabile da parte del Ministero dell'Interno. Lo ha reso noto un comunicato dello stesso Ministero nel quale si informa inoltre che l'Onorevole Mannino è stato invitato ad accettare ulteriormente le misure di sicurezza disposte nei suoi riguardi. La notizia, la
richiesta di rinuncia da parte del Ministro Mannino, dal servizio di scorta era stata comunicata venerdì dai rappresentanti di Sindacati di Polizia durante una conferenza stampa che si è svolta a Palermo per sottolineare i problemi inerenti alla carenza di mezzi e uomini nella lotta alla criminalità organizzata e in particolare ... " ...... ... Questa porta la data 1 giugno 1992 ... ... ... La Gazzetta del Mezzogiorno");
- che il Dott. Falcone, invece, ebbe ad esprimergli solidarietà, avendo condiviso l'opportunità di lanciare quell'allarme e la strategia del Ministro di contrasto duro alla mafia ("Sì, devo dire che il dottor Falcone ... Anche qui ci sono le tracce, non sono un ricordo mio di oggi, no? Ho ritrovato anche sulla stampa le tracce su questo, Falcone mi espresse tutta la solidarietà e tutta la
partecipazione dicendo che era giusto, che avevo ragione, che avevamo ragione in quella circostanza .... ... ... Del lanciare ... .... .... la mia comunicazione allaCommissione Anti Mafia del 17 marzo, io prima di farla sui contenuti, mi consultai con Falcone e lui fil, diciamo così, condivise quella impostazione e mi disse: benissimo, lo faccia ... ...... Sì. lo gli lessi, gli feci leggere un minuto il testo che avevo preparato per la Commissione Anti Mafia perché doveroso mio avere un consenso su quello. Lui conosceva meglio di qualsiasi altro la situazione a Palermo e mi poteva consigliare se stavo dicendo delle cose del tutto fuori dalla realtà effettiva e quindi io... Fu mia preoccupazione, mio dovere, ritenni farlo");
- che la decisione di introdurre il regime del cosiddetto 41 bis nacque dopo la strage di Capaci (" .. Il 41 bis nasce dopo e nasce su una convergenza rapida con Martelli sulla necessità di dare non un segnale, come si suoi dire, ma di dare un provvedimento in grado di poter interrompere il rapporto della mafia che sta nei carceri e quella che sta fuori .... ... . .. Nasce subito dopo Capaci, dove ...
[...]In concreto, perché le opinioni uno le può tenere, ma quando sono andato dal Presidente del Consiglio e gli ho chiesto: qui c'è un Governo dimissionario, il Capo dello Stato, siamo all'8 di giugno, sta facendo le consultazioni per la formazione del Governo, cosa facciamo? Rimettiamo al nuovo Governo queste carte e poi il nuovo Governo deciderà che cosa fare sulla base della linea che
adotta, o decidiamo noi? lo insieme a Martelli ti proponiamo di decidere noi. Andreotti mi dice: ma tu lo ritieni veramente ... Lo ritengo urgente perché se lasciamo passare i giorni e dire non lo facciamo perché c'è la crisi di Governo, nei confronti della mafia noi mostriamo momenti di incertezza o di debolezza. Queste sono le cose ... Le risposte vanno fatto anche quando c'è difficoltà a farle, come l'essere in una crisi, in un Governo di ordinaria amministrazione. Andreotti mi pregò, allora dice: sarà opportuno che tu vada un minuto dal Capo dello Stato insieme a Martelli e gli spiegate un istante perché questo, perché è lui che deve firmare in questo momento, poi lui deve firmare il Decreto e trasmetterlo alle Camere .... ... ... ed ebbi la risposta che il Capo dello Stato
avrebbe firmato il decreto, anche non avendo visto ancora i contenuti ... . .. ... sembrò che fosse essenziale fare il decreto, cioè dico che non dovessimo cedere perché sennò le cose dette in Parlamento potevano apparire dichiarazioni di indirizzo futuro .... ... ... La stesura del decreto legge fu frutto del lavoro congiunto dei due uffici legislativi, questa volta ci furono più riunioni con la partecipazione anche dei Ministri, data anche la delicatezza della materia ... ... ... Il 41 bis nacque in discussione su diversi strumenti da poter mettere in campo, alla fine si convenne che forse quello che poteva avere più rilievo era proprio l'introduzione di un regime carcerario capace di influenzare
quello che ... Di cambiare quello che spesso si diceva essere una prassi di collegamento dell'esterno del carcere con l'interno del carcere");
- che anche il decreto legge dell'8 giugno 1992 suscitò reazioni negative sia da parte degli avvocati, sia da parte del mondo politico nell'ambito del quale soprattutto si discuteva dell'opportunità di affrontare subito il passaggio parlamentare, come egli, d'intesa con Martelli, richiedeva, anziché attendere la formazione del nuovo governo (''Noi siamo al 9 giugno, la formazione del
Governo è in corso, il Capo dello Stato sta svolgendo le consultazioni, il Governo si formerà il 28 o 29 giugno .... ... ... Noi credo che nel giro di pochi giorni mandammo in Parlamento, il capo dello Stato firmò rapidamente, il decreto fil trasmesso alla Camera. (PAROLA INCOMPRENSIBILE) le reazioni soprattutto l'inizio fu le reazioni sulla prima parte, gli Avvocati, le Camere Penali, cioè dico così, presero, misero in discussione quella parte, oltre tutto sollevando il problema di avere stravolto in un certo senso la normativa del Codice di Procedura Penale Vassalli. A livello politico sì, noi chiedemmo di iniziare la discussione perché ci fu una discussione sulla ... Dice il decreto è stato approvato, il decreto è vigente, lasciamo che il Governo si insedi, che la maggioranza si formi in Parlamento, facciamo esaminare dalla nuova maggioranza che si forma, il nuovo Presidente, i nuovi Ministri di poter entrare nel merito. Io d'intesa con Martelli sostenemmo invece no, l'utilità è che si
iniziasse in un certo senso la discussione, cioè che il Parlamento desse un segnale di attenzione alla proposta. Si aprì a discussione innanzitutto sulla costituzionalità, lo stesso Onorevole Salvi al Senato mostrò in Commissione, diciamo così, un giudizio di grande dubbio sulla costituzionalità di alcune norme. Non specificò, nelle dichiarazioni che ho letto, mai quali fossero in particolare le norme a cui lui si riferiva. La discussione sul 41 bis fu in questa fase iniziale tenuta molto sotto traccia, non ci furono molti a scoprirsi nel dare un giudizio sul 41 bis, cioè ... Anche perché non c'era stato ... Il41 bis arrivò alla Camera, al Senato, arrivò tra gli esperti, tra gli operatori del Diritto
improvviso, non erano quelle questioni sa cui comunque c'era stata una certa discussione, no? .. ...... il 41 bis fu un po' un fulmine a ciel sereno, cioè dico, perché non era tra le previsioni ... ... ... Questo provvedimento arrivò così, quindi non ci fu, nella fase iniziale, una reazione scoperta. Ci fu poi... Le interpretazioni non stanno a me darle, ma ci fu una tendenza a non entrare nel merito, a lasciare che la cosa andasse al successivo Governo");
- che egli ebbe subito la percezione che, in sede parlamentare, sarebbero stati apportati profondi cambiamenti a quel decreto ("Il provvedimento sarebbe stato oggetto di interventi molto decisi di cambiamento, eravamo convinti che la discussione parlamentare, come si era annunciata, non sarebbe stata né facile, né avrebbe portato ad una approvazione del testo che era stato introdotto dal Governo, quindi avevamo la sensazione della difficoltà enorme del passaggio
parlamentare, non c'erano dubbi su questo [...]);
[...]
- che in quei mesi percepì ripetuti segnali di isolamento all'interno del Partito [...];
- che anche l'On. Andò, poi divenuto Ministro della Difesa nel nuovo Governo, aveva manifestato perplessità generali sul decreto legge dell'8 giugno 1992 (''Sul 41 bis no, sul decreto nel suo insieme sì, cioè anche lui aveva preoccupazioni di costituzionalità, lo ha scritto, lo ha detto, quindi non è una cosa diciamo così che ... Uno scambio di battute in un corridoio, cioè è stata una sua indicazione legittima, io ... Lui riteneva, come altri ritenevano che ci fossero dei profili di incostituzionalità");
- che egli ebbe in un certo senso a sfogarsi in una intervista al giornalista D'Avanzo pubblicata il 21 giugno 1992 sul quotidiano "La Repubblica" [...];
- di non avere mai avuto notizia dei contatti intrapresi dal R.O.S. con Vito Ciancimino [...];
- che nel nuovo governo varato il 29 giugno 1992 gli venne affidato, non più il Ministero dell'Interno, ma il Ministero degli Esteri […];
- che, pertanto, egli presentò immediatamente al Presidente del Consiglio una lettera di dimissioni, ma, tuttavia, poi accettò la richiesta di quest'ultimo di soprassedere per far fronte ad alcuni imminenti appuntamenti di politica internazionale [...];
- che alla fine di luglio 1992 il Presidente del Consiglio improvvisamente lo informò che il Presidente della Repubblica lo aveva invitato ad accogliere le sue dimissioni [...];
- che soltanto dopo la firma del decreto di accettazione delle dimissione aveva avuto occasione di avere uno scambio di opinioni col Presidente della Repubblica [...];
- che dopo la strage di Capaci egli aveva individuato nel Dott. Borsellino la persona più adatta per ricoprire il ruolo di Procuratore Nazionale Antimafia come ebbe a manifestare allo stesso Dott. Borsellino personalmente in occasione di un incontro alla presenza anche dell'On. Martelli ("lo ritenni che la persona più indicata per dare anche un segno di continuità, io mi preoccupai di
continuità in una azione anti mafia, fosse quella della nomina di Borsellino e ci
trovammo alla presentazione del libro di Arlacchi a Roma alla Libreria Mondadori, alla Casa Mondadori, quella che sta a Via Veneto, sopra, gli uffici diciamo, non la libreria, e c'era Arlacchi, Martelli, io, Borsellino e il Capo della Polizia. […] Dopo pochi giorni mi mandò una lettera riservata dicendo: lascio a lei la responsabilità di pubblicarla o meno. Dopo che le cose un po' erano
andate avanti, io pubblicai la lettera di Borsellino. Quello che mi colpì nella lettera di Borsellino fu l'estrema umanità e umiltà della persona, il suo dirsi, rispetto a Falcone ... Tutte le ... Ma altra fine dice: io, il mio posto è a Palermo, ho delle cose da fare. Adesso la dizione non la ... ... ... Non era ancora formato il Governo, eravamo sulla seconda... Verso il 15 - 20 giugno del 92, 20 giugno
così, cioè eravamo ... ... ... E questa era la parte finale della lettera, quello che .. . ... ... "Per quanto per me attiene, le supposte riflessioni cui si accompagnano le affettuose insistenze di molti dei componenti del mio ufficio, mi inducono a continuare a Palermo la mia opera appena iniziata in una Procura della Repubblica che sicuramente è quella più direttamente e aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalità organizzata". Questa era la conclusione della lettera, ma la lettera ... ");
- che il passaggio delle consegne con il Ministro Mancino avvenne in modo rapido e pubblico e senza alcuna occasione di colloquio privato [...];
- che, poi, la conversione in legge del decreto dell'8 giugno fu accelerata dalla strage di via D'Amelio [...];
- che alla base dell' allarme lanciato nel marzo 1992 vi erano stati anche alcuni episodi relativi a strane intrusioni in uffici e case riferibili al Ministro dell'Interno stesso [...];
- che, per quanto si era saputo, l'avvicendamento al Ministero della Giustizia tra l'On. Martelli ed il Prof. Conso, invece, era scaturito da vicende interne al Partito Socialista […].
In sede di contro esame da parte dei difensori degli imputati, quindi, Vincenzo Scotti, ancora in sintesi, ha aggiunto:
- di avere appreso soltanto dalla lettura della lista dei ministri della nomina
dell'Ono Mancino quale ministro dell'Interno […];
- che nel settembre del 1992 organizzò una riunione presso la propria abitazione con il nuovo segretario della Democrazia Cristiana Martinazzoli, il Capo della Polizia Parisi ed il Capo di Stato Maggiore dei Carabinieri Pisani per sensibilizzare il primo sulle questioni che già da tempo lo avevano indotto a lanciare segnali di allarme [...];
- di non avere avuto nel ruolo di Ministro dell'Interno alcun contrasto con il capogruppo al Senato Mancino [...] e di non avere mai espresso giudizi su coloro che guidavano i vari Corpi delle Forze dell'Ordine [...];
- che le prime notizie riguardo al rischio di attentati gli furono date dal Capo della Polizia tra i mesi di ottobre e novembre 1991 ("Sì, intorno a quella data quelle che sono state riferite a me. l tempi sono stati acquisiti dal Capo della Polizia, il Capo della Polizia disse a Camera e Senato nella Commissione che era da tempo che pervenivano segnali di questo tipo") e che la segnalazione che
poi fece nel marzo 1992 non era usuale [...];
- di avere chiesto al Capo della Polizia di informare del pericolo anche coloro che erano stati indicati nominativamente quali destinatari delle minacce [...];
- di non avere informato, prima di diramare l'allarme, né il Ministro della Giustizia, né il Presidente del Consiglio [...];
- che anche nel dibattito politico di quel periodo si contrapponevano due diverse idee di contrasto alla criminalità mafiosa ("Erano sempre, io l'ho detto allora, lo ripeto adesso, sempre che in questo paese nella lotta alla mafia ci sono stati sempre due grandi filoni, uno tendente a ridurre la mafia entro confini controllati in uno scambio di istituzioni e dall'altra parte invece la tesi di una necessità di fare una azione tra virgolette di guerra nei confronti della mafia, queste sono dentro e si sono alternate spesso, ma queste sono le due faccende. [...]);
- che tra il Presidente della Repubblica Scalfaro e il Capo della Polizia Parisi vi erano rapporti che trascendevano i ruoli istituzionali [...];
- che l'allarme lanciato comprendeva anche segnali azioni concernenti la Falange Armata […] e che della Falange Armata ebbe a parlargli anche l'Ambasciatore Fulci [...];
- di non essere stato mai informato di incontri personali avvenuti tra 1'0n.
Mannino, il Gen. Subranni e il Dott. Contrada [...];
- di non avere mai ricevuto al Ministero dell'Interno il Dott. Contrada ("lo non ho mai ricevuto il dottor Contrada, né lui aveva accesso al secondo piano, al Gabinetto e al Ministro. Poi il problema, il Viminale è anche un porto di mare, quindi non posso dirgli quali frequentazioni ... ").
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Strage di Capaci, la “premessa” del patto


12Tra gli antefatti logico-fattuali della c.d. "trattativa Stato-mafia" di cui si dirà, assume, ovviamente, un ruolo del tutto centrale e forse determinante per la sua dirompente tragicità, anche la strage di Capaci nella quale persero la vita il Dott. Giovanni Falcone, la moglie Dott.ssa Francesca Morvillo e alcuni degli uomini della scorta del primo.
In questa sede, tuttavia, non appare necessario ricostruire quel tragici accadimenti, potendosi rinviare alle risultanze delle sentenze irrevocabili intervenute su tale delitto ed acquisite agli atti (la sentenza di primo grado della Corte di Assise di Caltanissetta del 26 settembre 1997; la sentenza di secondo grado della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta del 7 aprile 2000; la sentenza della Corte di Cassazione del 30 maggio 2002).
Quel che semmai è opportuno evidenziare, per le valutazioni che si faranno nel prosieguo, è che dal complesso esame di tali sentenze emerge con chiarezza l'intento vendicativo e punitivo che ebbe in quel momento ad animare la feroce reazione di Salvatore Riina pur nell'esecuzione di una "condanna a morte" del Dott. Falcone risalente nel tempo, tanto da abbandonare improvvisamente la possibile più agevole esecuzione del delitto in Roma per perpetrare una strage senza precedenti e così manifestare coram populo la persistente potenza di "cosa nostra" e della propria persona (v. quanto successivamente si dirà riguardo alle risultanze delle intercettazioni eseguite nel 2013 nei confronti dello stesso Riina) nonostante il grave colpo inferto dallo Stato con la sentenza del maxiprocesso.
Si vuole dire, in altre parole, che in quel momento era ben lungi da Salvatore Riina l'intento di formulare richieste trattativiste nei confronti di Istituzioni dello Stato (che, altrimenti, sarebbe stato più utile non portare lo scontro alle estreme conseguenze con una strage così eclatante, che, nella logica delle cose, avrebbe dovuto, semmai, inevitabilmente chiudere qualsiasi possibilità di dialogo e "scatenare", da parte dello Stato, una reazione senza quartiere diretta a sgominare definitivamente l'organizzazione mafiosa siciliana e quella sua leadership così sanguinaria), ma soltanto quella di dimostrare la forza e l'ineluttabilità della reazione di "cosa nostra" all'attacco sferrato dallo Stato con le condanne inflitte ali 'esito del maxiprocesso.
In sostanza, dunque, non v'era ancora alla vista alcuna ipotesi di minaccia di ulteriori azioni finalizzata ad ottenere benefici (e, quindi, di ricatto), ma solo e soltanto l'esplosione della furia vendicatrice di Salvatore Riina nei confronti dei magistrati che venivano individuati quali artefici di quel successo dello Stato e di quei personaggi, gravitanti attorno all'associazione mafiosa beneficiando di appoggi elettorali e prebende economiche, che non erano stati in grado di
opporsi a quell'esito infausto (per "cosa nostra").
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L'omicidio del maresciallo Guazzelli


11
Il Maresciallo Giuliano Guazzelli è stato assassinato il 4 aprile 1992 e, dopo iniziali incertezze che avevano indirizzato le indagini ed un conseguente processo nei confronti di soggetti riconducibili alla c.d. "stidda", è stato definitivamente accertata, con sentenze passate in cosa giudicata, la piena riconducibilità di tale omicidio all'organizzazione mafiosa "cosa nostra" specificamente nella sua
articolazione operante nel territorio di Agrigento ove è avvenuto l'agguato
mortale.
In questa sede è sufficiente prendere atto di tale risultanza già definitivamente accertata, senza necessità di ricostruire più dettagliatamente il fatto omicidiario.
E' utile, invece, ricostruire la figura del M.llo Guazzelli, i suoi rapporti con i colleghi e l'attività che egli nel periodo immediatamente antecedente alla sua uccisione stava conducendo.
A tal fine è stato, innanzitutto, esaminato nel dibattimento il figlio del M.llo Guazzelli, Riccardo, le cui dichiarazioni in parte sono state sopra già riportate a proposito dell'On. Mannino.
E' opportuno, tuttavia, qui, per completezza, dare conto di tale importante deposizione.
Riccardo Guazzelli è stato esaminato in qualità di testimone all'udienza del 13 febbraio 2014 ed ha, innanzitutto, riferito, appunto, di essere figlio del M.1l0 Giuliano Guazzelli, ucciso in data 4 aprile 1992 [...], del quale, quindi, ha ricostruito la carriera e gli incarichi ricoperti nell'Arma dei Carabinieri [...], soffermandosi, poi, specificamente su alcuni dei servizi svolti, tra i quali, quello presso la Stazione o la Compagnia dei Carabinieri di Castelvetrano ove ebbe a collaborare, tra gli altri, con l'allora Ten. Subranni [...].
Il teste, quindi, a quel punto, ha manifestato di non ricordare più alcune circostanze di fatto già oggetto di dichiarazioni dallo stesso rese nell'ambito delle indagini per l'omicidio del padre ed in alcuni processi nel quali successivamente è stato chiamato a testimoniare e, tuttavia, a fronte delle
contestazioni formulate dal P.M. anche per sollecitarne la memoria, il medesimo, pur ribadendo di non avere più ricordo di quei fatti, ha sempre confermato il contenuto delle dichiarazioni precedentemente rese di cui gli è stata data lettura.
La prima di tali circostanze di fatto confermate seppur soltanto dopo la contestazione del P.M. riguarda la collaborazione che il padre ebbe con il Subranni anche dopo il servizio a Castelvetrano allorché ebbe a trasferirsi a Palermo alle dipendenze del Col. Russo [...], in relazione alla quale il teste ha, a quel punto, aggiunto che negli stessi anni si consolidò una particolare intesa tra il padre e il M.llo Scibilia [...] di cui si parlerà nel prosieguo con riferimento ad un'altra vicenda, quella della mancata cattura di Benedetto Santapaola a Terme Vigliatore.
Il teste, poi, ha riferito che dopo l'omicidio del Col. Russo il padre venne trasferito alla Stazione dei Carabinieri di Palma di Montechiaro [...] e che poco prima dell'uccisione nell'aprile 1992 il padre, prossimo ad andare in pensione avendo maturato una anzianità di quaranta anni di servizio, era stato contattato da personale dei servizi segreti [...].
Anche su tale punto, però, il teste non è stato in grado di ricordare i particolari della vicenda [...], che, tuttavia, anche in questo caso dopo la sollecitazione della sua memoria fattagli attraverso la contestazione delle dichiarazioni precedentemente rese, ha, infine, confermato anche nella parte in cui aveva già riferito che il padre fu contattato dal SISDE e, tra gli altri, dal Dott. Bruno Contrada [...] e di essere stato presente in occasione di uno di tali incontri tra il padre e funzionari dei servizi segreti [...] avvenuto tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992 [...].
Ancora, su analoga sollecitazione del P.M., il teste ha confermato che la collaborazione del padre con i servizi segreti avrebbe dovuto riguardare le province di Agrigento e Trapani […] e che analoga richiesta di collaborazione in quel periodo era stata fatta al padre anche dalla D.LA. nella persona del Gen. Tavormina [...].
Poi il teste si è soffermato sui rapporti, anche di amicizia, instauratisi tra il padre e Subranni ("Furono sia dei rapporti professionali, ma anche dei rapporti di amicizia, cioè nel senso che l'attività fatta sul campo cementò nel tempo una amicizia .... ... .... Che io ricordi fil un rapporto sempre, insomma, continuo, voglio dire... Cioè, vorrei capire che intende per dire quando... Cioè fu un rapporto sempre continuo .... .... ..... Allora, diciamo, i rapporti erano, come abbiamo detto, continui. Sicuramente non erano rapporti che si limitavano ad uno scambio di auguri, erano anche rapporti, diciamo, di tipo, scambio di informazioni investigative") e sull'incontro che gli stessi ebbero qualche giorno prima della uccisione del Guazzelli [...], confermando che già precedentemente il padre aveva iniziato a collaborare con il R.O.S., tra l'altro, nella c.d. Indagine "mafia e appalti" coinvolgente politici e Angelo Siino, che, infatti, una volta ebbe a recarsi a casa Guazzelli per incontrare il padre che, però, lo respinse [...], così come egli ebbe ad apprendere il giorno dei funerali del padre ascoltando un colloquio tra Subranni ed un intimo amico del padre medesimo, l'Ing. Saverio Vetrano [...].
Indi, il teste ha riferito riguardo alla attività politica dallo stesso svolta [...], precisando di avere conosciuto personalmente l'On. Mannino soltanto in occasione delle elezioni regionali del 1991 [...] e di ritenere, però, che il padre, invece, lo avesse conosciuto già precedentemente, avendo, tra l'altro, svolto indagini a riscontro delle dichiarazioni rese da un collaboratore di Giustizia sul Mannino medesimo [...].
Tra le altre indagini svolte dal padre riguardo all'On. Mannino, poi, il teste, seppure con ripetute contestazioni del P.M., ha ricordato anche quella relativa alla partecipazione del predetto alle nozze del figlio del mafioso Caruana [...].
In tale contesto, quindi, il teste ha riferito delle frequentazioni del padre con l'On. Mannino sia presso la segreteria di quest'ultimo in Sciacca [...], sia successivamente a Palermo [...].
Il teste, quindi, come già sopra fatto cenno nel Capitolo precedente, si è soffermato sulle preoccupazioni manifestate dal Mannino in occasione di tali incontri, allorché, in particolare, prima ebbe a riferire al Guazzelli di temere che la mafia potesse uccidere o l'On, Lima ovvero lo stesso On. Mannino ("P. M. DEL BENE: - .. Ricorda, sempre per quell'incontro, se suo padre le disse anche le preoccupazioni esternate da Mannino in ordine a delle espressioni particolari, forti, che Mannino ebbe a pronunciare in quell'incontro?; DICH. GUAZZELLl: - Allora, io ricordo che, insomma, poi alla fine di questo incontro ci fu una battuta che fu detta dal Mannino: o ammazzano me o ammazzano Lima, una cosa del genere") e, poi, dopo l'omicidio dell'On. Lima, che a quel
punto anch'egli potesse essere, appunto, ucciso ("io mi ricordo nitidamente uno che è successo diciamo dopo l'omicidio Lima, quando insomma forse, essendosi verificato diciamo quello che era stato oggetto diciamo della affermazione del Mannino, si erano incontrati e quindi diciamo posso collocare a marzo del 92, ecco ... .... .... Non lo so se fu mio padre o se fu cercato dal Mannino, non mi ricordo signor Giudice .... . ... Giustamente questo incontro era consequenziale al primo incontro in cui c'era stata quella affermazione ed essendosi diciamo concretizzato quello che aveva paventato il Mannino in quell'incontro, giustamente lui era fortemente turbato e preoccupato per quello
che era successo; .... .... P. M DEL BENE: - Dico, come nel primo incontro ci fu la frase uccidono o me o Lima, in questo secondo incontro ricorda se suo padre le riportò qualche espressione particolare di Mannino?; DICH. GUAZZELLl: - No, c'era la preoccupazione che potesse essere il prossimo lui, insomma, il Mannino.; P. M DEL BENE: - io procedo ad una contestazione, giusto per il ricordo, perché nella sostanza credo... Verbale del 18 maggio del 2012, udienza dibattimentale per il processo a carico del Generale Mori più 1, dinnanzi alla Quarta Sezione del Tribunale, pagina 38 della trascrizione, allorquando lei ebbe a dire: Mannino ebbe ad esclamare una frase che di
recente ho anche riletto sui giornali, nel senso hanno ammazzato Lima, potrebbero ammazzare pure me.; DICH. GUAZZELLl: - Sì, sì, sì").
Nel prosieguo della deposizione il teste ha affrontato il tema dei rapporti del padre con il M.llo Scibilia che da ultimo aveva prestato servizio al R.O.S. Di Messina [...] e che il teste aveva incontrato allorché era stato chiamato a testimoniare nel processo a carico del Gen. Mori [...].
Quanto ai rapporti tra il padre ed il Procuratore della Repubblica di Agrigento Vaiola, il teste ha riferito che, per quanto a sua conoscenza, il padre nutriva disistima nei confronti del Vaiola [...], il quale, peraltro, in una occasione lo aveva costretto a modificare una informativa di reato ("[…] Sì. sì. perfettamente ... . .. Sì. sì. ricordo perfettamente ... . ... .... ricordo che mio padre venne a casa ed era veramente fortemente amareggiato per questa vicenda. perché aveva fatto delle indagini particolari su Reina che era collegato a tutta una serie di situazioni che facevano. manifestavano in maniera chiara ed evidente che fosse collegato ad ambienti mafiosi. E lui insomma ci teneva molto a questa informativa e quando la depositò. andò per depositarla e ne parlò con il Procuratore, vide che insomma il Procuratore era nettamente contrario, contrario a ricevere ... E che anzi gli disse di modificarla, insomma, di addolcirla, ci rimase male. Ci rimase così male che, insomma, per diciamo far valere dal suo punto di vista quella che era la sua opinione, ne fece due, nel senso una l'addolcì secondo il dettame del Procuratore, ma quello che era il suo vero pensiero lo depositò presso gli archivi del Comando Provinciale di Agrigento dove penso sia stata ritrovata se non ricordo male").
Anche il tema dei rapporti tra il M.llo Guazzelli e il Gen. Subranni è stato ulteriormente approfondito su sollecitazione del P.M. ed, in particolare, il teste ha precisato che si trattava di rapporti anche familiari e di amicizia [...], così come, approfondendo anche l'episodio della visita fatta dal padre all'On. Mannino prima dell'omicidio Lima, il teste ha confermato che forse a quell'incontro il padre era stato accompagnato dall'Ing. Vetrano [...].
Il teste, ancora, ha riferito del servizio dallo stesso prestato nell'Arma dei Carabinieri dopo la morte del padre […] e di non avere parlato col Subranni, subito dopo la morte del padre, degli incontri di questi con l'On. Mannino, ma, soltanto dopo qualche tempo, ad altri ufficiali del R.O.S. che
seguivano le indagini sull'omicidio [...].
* * *
Orbene, dalla predetta deposizione, per quanto caratterizzata da una scarsa volontà collaborativa, poiché il teste ha sostanzialmente sempre atteso le contestazioni da parte del P.M. delle dichiarazioni precedentemente rese per poi confermarle (anche quelle ben più recenti in cui aveva manifestato di ricordare i fatti remoti degli anni 1991-1992), si ricava, per quel che rileva ai fini della ricostruzione degli accadi menti prospettata dalla Accusa che sarà valutata nel
prosieguo, che:
l) il M.llo Guazzelli, sino al giorno della sua uccisione, ha avuto intensi rapporti di collaborazione - oltre che di amicizia - con il Gen. Subranni anche al di là delle proprie formali attribuzioni funzionali;
2) il M.llo Guazzelli ha intrattenuto anche rapporti con l'Ono Mannino, incontrandolo più volte e, in particolare, da ultimo qualche mese prima dell'omicidio dell'On. Lima e subito dopo il medesimo omicidio (quindi, nel mese di marzo 1992), raccogliendo, in entrambi i casi, i timori espressamente
manifestati dal Mannino per la propria vita;
3) il M.llo Guazzelli, qualche giorno prima di essere ucciso (il 4 aprile 1992), ha incontrato il Gen. Subranni (sul punto, contestato dalla difesa degli imputati Subranni e Mori all'udienza del 2 marzo 2018 sulla base della tesi che il fatto che Guazzelli sia stato prelevato all'aeroporto con l'autovettura e dall'autista di Subranni non proverebbe il successivo incontro, non sembra necessario aggiungere alcunché, avuto riguardo alla chiara testimonianza di Riccardo Guazzelli, persino sullo spostamento della partenza del padre proprio per consentire quell'incontro, del tutto trascurata dalla difesa medesima).
* * *
Altri elementi utili alla ricostruzione dei fatti si ricavano, altresì, dalle dichiarazioni del teste Gen. Giuseppe Tavonnina (in parte pure sopra già richiamate), il quale ha confermato, sia pure dopo una contestazione, di avere anch'egli incontrato il M.llo Guazzelli pochi giorni prima che questi venisse
ucciso.
Il teste, infatti, dopo avere in un primo tempo riferito di avere parlato una sola volta e per telefono col M.llo Guazzelli [...], ha successivamente confermato, come detto a seguito di contestazione del P.M., le precedenti dichiarazioni con le quali aveva riferito di un incontro personale alcuni giorni prima che il Guazzelli fosse ucciso [...].
E' da evidenziare, dunque, la singolare coincidenza che il M.llo Guazzelli, che ben conosceva il Mannino e dal quale, peraltro, aveva già raccolto le esternazioni sul pericolo che riteneva su di lui incombente sia prima che dopo l'omicidio Lima, abbia poi incontrato pochi giorni prima di morire entrambi i Generali dell'Arma, Tavormina e Subranni, cui lo stesso Mannino si era rivolto
per le medesime preoccupazioni esternate al Guazzelli.
Ed è stato lo stesso teste Tavormina, pur non avendone un ricordo, a non escludere che nell'incontro avuto con Guazzelli si sia parlato di Mannino [...].
Si tralasciano, invece, in questa sede le dichiarazioni rese da Angelo Siino riguardo ad asseriti rapporti del M.llo Guazzelli con esponenti mafiosi di Agrigento sia per la possibile equivocità di tali rapporti, sia, soprattutto, per l'assenza di riscontri, oltre che per l'irrilevanza ai fini che qui interessano, e, tuttavia, va rilevato che anche le dichiarazioni di Siino, comunque, confermano i
rapporti tra Mannino e Guazzelli anche quale tramite verso il Gen. Subranni [...], nonché, altresì, i rapporti tra lo stesso Guazzelli e gli altri odierni imputati Mori e De Donno e gli incontri diretti tra Mannino e Subranni (v. ancora dich. Siino: "Guazzelli io sicuramente ne ho parlato, però non le posso essere più preciso in che momento ne parlai e per quale motivo ne ho parlato. Però debbo dire che qualche volta ne ho parlato e il Guazzelli mi disse che lui spesso si riuniva sia con Subranni e dopo, dopo un certo periodo, nel punto cruciale della mia via crucis, perché così la definisco, mi disse pure che aveva avuto rapporti con il Colonnello Mori e con il Capitano De Donno .... .. ... Li
aveva avuti Mannino, era anzi ... È andato a chiedere la mia testa al De Donno e al Colonnello Mori perché mi diceva che ero un delinquente, che vessavo le imprese locali e lui no. E praticamente ero un personaggio poco raccomandabile. E forse in effetti lo ero, ma praticamente non ero da meno, da
che pulpito veniva la predica; […] P. M DI MATTEO : - Guazzelli si espresse proprio in che termini sul rapporto Subranni - Mannino?; DICH. SIINO : - In questi termini: io praticamente porto spesso il Subranni da Mannino, perché ... Almeno quando lui me lo chiede. Perciò il Mannino glielo chiedeva: portami a Subranni. E lui lo faceva. Perché era legato da comparaggio con il Mannino, almeno così mi disse. lo non è che so se lui era compare o meno, era vero, però così lui mi diceva e io dovevo crederci, per cui praticamente va bene, per me andava bene. Sapevo anche perché usava il Guazzelli per incontrarsi con Subranni, e praticamente mi ricordavo del fatto che aveva detto Rosario Cascio, che c'era stata una indagine lampo sulle attività del Mannino, da cui Mannino era uscito bello ... Un uccello bianco;[...]).
2.7 CONCLUSIONI SULL'OMICIDIO DEL M.LLO GUAZZELLI
Anche in questo caso non vi sono sicuri elementi per affermare che il M.llo Guazzelli sia stato ucciso da "cosa nostra" nell'ambito della strategia delineata dai vertici di questa tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992 ovvero anche soltanto come segnale lanciato da "cosa nostra" all'On. Mannino ed ai Carabinieri cui il predetto si era già rivolto per tutelare la propria persona dall'incombente
vendetta della medesima associazione mafiosa.
Certamente non possono, invero, escludersi causali più direttamente collegate alle attività che il M.llo Guazzelli stava portando avanti nella provincia di Agrigento e, dunque, appare del tutto superfluo ricostruire tutte le vicende in qualche modo collegate ai procedimenti concernenti l'On. Mannino instaurati presso le Procure di Sciacca e Agrigento sui quali, invece, si è molto dilungata la
difesa degli imputati Subranni e Mori (v. trascrizione all'udienza del 2 marzo 2018), insistendo anche per l'ulteriore acquisizioni di documenti che la Corte già nel corso dell'istruttoria dibattimentale ha ritenuto - e continua ora a ritenere - superflui.
Ma non può essere dubbio che l'uccisione del M.llo Guazzelli, avvenuta nel contesto di tutti quei rapporti tra Mannino da un lato e Subranni, Tavormina e lo stesso Guazzelli dall'altro in relazione ai timori per la propria vita manifestati dal primo e, peraltro, temporalmente pressoché in coincidenza con gli incontri avuti da quest'ultimo sia col Gen. Tavormina che col Gen. Subranni, possa avere accresciuto nello stesso Gen. Subranni la sensibilità verso i temi della sicurezza di persone a lui in qualche modo e a vario titolo vicine e possa, quindi, averlo indotto ad assumere, sollecitare o avallare quell'iniziativa dei suoi subordinati Mori e De Donno finalizzata ad instaurare una interlocuzione con i vertici mafiosi.
Una conferma, ancorché non necessaria, di tale conclusione, che, seppure di carattere logico-deduttivo, si fonda su dati di fatto accertati e su una valutazione complessiva degli stessi, si trae anche da una annotazione rinvenuta sulle agende del Col. Riccio a proposito di una confidenza che il collega Sinico ebbe a fargli.
Delle dichiarazioni del Col. Riccio, della loro attendibilità e dei limiti di utilizzabilità delle stesse si parlerà ampiamente in altro Capitolo di questa sentenza, ma può già qui anticiparsi, in sintesi, sia che ovviamente per l'utilizzazione delle dette dichiarazioni nella parte relativa alle confidenze
raccolte dal Sinico non sussistono ostacoli di sorta, sia che in questo caso le dichiarazioni intervengono a supporto di una risultanza documentale autonomamente acquisita ancorché proveniente dallo stesso Riccio.
Ci riferisce ad una annotazione rinvenuta in una agenda sotto la data del 13 febbraio 1996 relativa alla confidenza fattagli da Sinico riguardo alla paura suscitata nel Gen. Subranni dall'omicidio Guazzelli in quanto "vicino" a Mannino (v. dich. Riccio: "P. M DI MATTEO: - Senta, facciamo un attimo un passo indietro. Cortesemente, prenda l'agenda alla data del 13 febbraio del 1996 ......... 13 febbraio 96, Roma, lavoro in ufficio ... ..... Sinico confermato ..... Subranni. Confermato, Subranni aveva paura della morte di Guazzelli, maresciallo vicino Mannino; DICH. RICCIO: - A Mannino ... ...... Sì, c'è una A piccolina ... ... . .. De Donno fu fatto rientrare di corsa dalla Sicilia. E poi faccio una mia considerazione, faccio trattino, Guazzelli, fu un avvertimento per (FUORI MICROFONO) Mannino e soci? .. ...... Sì, o "e soci" o "solo soci da Mannino" ... ... ... allora, il discorso nasce prima di questa annotazione e come in altre volte mi accadeva di fare, con Ilardo affronto diciamo la questione Guazzelli perché ne riporto l'articolo sui quotidiani di quel tempo, che
parlavano appunto della morte di Guazzelli, che si diceva, se non ricordo male, ammazzato dalla Stidda. E sollecito Ilardo a parlare e Ilardo mi fa una faccia contrariata dicendo... E mi fa capire in maniera abbastanza, diciamo, abbastanza chiara che i fatti non erano in quel modo. Cioè, mi fa capire che l'omicidio non era nato perché avevano timore di Guazzelli come un sottufficiale che operasse fattivamente Cosa Nostra, ma che rappresentasse altri aspetti. E poi disse... Ovviamente rimandò ad altri momenti, diciamo, di approfondire questa, diciamo, questa vicenda. E successivamente a questo incontro, trovandomi al Ros perché facevo lì servizio e lavorando in ufficio, quella mattina chi incontrai con Sinico, eravamo nell'ufficio di Sinico, […] E Sinico che mi dice che quando avviene la morte di Guazzelli, il Generale Subranni si è spaventato moltissimo, mi è spaventato moltissimo, tanto è vero che hanno fatto rientrare di corsa dalla Sicilia De Donno perché avevano paura che anche a De Donno poteva succedergli qualcosa. E io me lo sono
annotato proprio perché c'era stato il discorso giorni prima con Ilardo. E allora ho fatto le mie considerazioni, siccome lui mi aveva detto, come ho scritto poi nelle relazioni e anche che Mannino era strettamente controllato dalla famiglia di Agrigento, il discorso aveva, con questi fatti, per me una connotazione diversa, e che poi ovviamente in sede di collaborazione avrebbe dovuto
spiegarmi... ... .. .. Confermato che Subranni aveva paura della morte di Guazzelli, che era un Maresciallo vicino a Mannino, questo me l'ha detto il Capitano Sinico ... ... ... Certo, del Ros. E in più mi dice che in quell'occasione, alla notizia della morte di Guazzelli, fecero rientrare di corsa De Donno dalla Sicilia perché avevano paura che anche a De Donno potesse succedere, fare la
stessa fine di Guazzelli, punto... […] P. M DI MATTEO : - Aspetti, aspetti, poi ci dirà l'esempio, ma sul punto specifico. Stesso verbale del 22 novembre 2012, allora, dunque: nella stessa conversazione Sinico mi riferì, come ho annotato, dello stretto rapporto tra il Guazzelli e l'Onorevole Mannino e mi confermò quanto già avevo sentito nell'ambiente del Ros in merito al fatto che il Mannino fosse molto vicino agli stessi Ros. Adr: quanto al rapporto
Guazzelli - Mannino, certamente me ne riferì anche Ilardo. Fu invece personalmente il Colonnello Mori a parlarmi per primo dei rapporti di conoscenza diretta tra Vito Ciancimino e il Generale Subranni. Ciò avvenne nel momento in cui stava costituendosi il Ros e si discuteva di come affrontare le indagini sulle famiglie mafiose siciliane. In quel frangente Mori mi disse del pregresso rapporto Ciancimino - Subranni, senza specificarmi altro. Quindi qua lei è stato netto nel dire che fu Mori a parlarle del rapporto Ciancimino - Subranni; DICH RICCIO: - Sì, molto probabilmente sì... ... ... Mi sembra anche lui direttamente mi parlò della sua conoscenza con Sinico, con Siino,
perché a me in un accertamento che feci a Bagheria, mi viene fuori questo personaggio e lui mi disse sì, io l'ho conosciuto, anzi mi ha fatto anche da confidente ... .. ; ...... ... P. M DI MATTEO : - E ricorda che tra gli altri lo stesso Mori le parlò di questo rapporto diretto Ciancimino - Subranni?; DICH. RICCIO: - Sicuramente, se l'ho detto sì, allora avevo un ricordo ancora più preciso, comunque io con loro parlavo, non è che parlassi con altre persone, i miei interlocutori del Ros erano loro").
Per completezza, va, altresì, evidenziato che la difesa di Subranni e Mori ha fortemente contestato la contestualità di quelle annotazioni sotto la data del 13 febbraio 1996 (anche in sede di discussione, esibendo alla Corte, all'udienza del 2 marzo 2018, la copia della relativa pagina dell'agenda per evidenziare il carattere più minuto della scrittura rispetto a precedenti e successive
annotazioni, nonché richiamando l'interpretazione contenuta in altra sentenza) e che, però, il Col. Riccio, sul punto, ha fornito spiegazioni di cui non può negarsi la plausibilità [...] tenuto conto che le annotazioni precedenti con grafia più ampia sono relative ad impegni programmati e, dunque, ragionevolmente possono farsi risalire anche al giorno precedente rispetto a quella relativa all'occasionale colloquio di quel giorno con Sinico che ben potrebbe essere stato, poi, inserito la sera così come riferito da Riccio, dopo che durante il giorno erano state già scritte altre più semplici annotazioni più di routine. [...]
Certo, va anche detto che il teste Sinico, citato dalla difesa degli imputati Subranni, Mori e De Oonno, ha smentito di avere avuto quel colloquio oggetto dell'annotazione di Riccio […] ma
tale generica negazione, a prescindere dai rapporti di fedeltà (che non è un termine offensivo, come ritenuto, invece, dalla difesa di Subranni e Mori in sede di discussione ali 'udienza del 2 marzo 2018, che, poi, ha anche ironizzato, ricorrendo al paragone del cane, se è vero che la fedeltà è addirittura richiamata nel motto dell'Arma dei Carabinieri sin dali' inizio del secolo scorso) e
riconoscenza che legano il teste all'imputato Mori, tanto che quest'ultimo ebbe a chiamare il Sinico presso di sé al SISDE […] , appare poco credibile alla luce della precisione di quell'annotazione (non comprendendosi, peraltro, per quale ragione Riccio avrebbe dovuto falsificarla o anche soltanto attribuirla al Sinico piuttosto che direttamente a Subranni o Mori) e della coerenza della
stessa con l'intero contesto delle risultanze concernenti il Mannino e l'omicidio del M.llo Guazzelli di cui si è detto.
In conclusione, dunque, può ragionevolmente ritenersi che anche tale omicidio si pone come antecedente logico-fattuale dell'iniziativa che di lì a poco Subranni, unitamente a Mori, avrebbe deciso di intraprendere per tentare un contatto diretto con i vertici dell'associazione mafiosa nelle persone dei suoi capi assoluti Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
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Gli ufficiali “amici”


10Come si è visto, tutte le fonti di prova esaminate, seppure di eterogenea natura (dichiarazioni di collaboranti di Giustizia, dichiarazioni testimoniai i e risultanze documentali), convergono univocamente sulla logica conclusione che 1'On. Mannino, ben consapevole della vendetta che "cosa nostra" intendeva attuare anche nei suoi confronti per non essere egli riuscito a garantire l'esito del maxi processo auspicato dai mafiosi (v. anche confidenze al giornalista Padellaro [...]), si sia rivolto, non già a coloro che avrebbero potuto rafforzare le misure già adottate per la sua sicurezza (non nutrendo alcuna fiducia sulla effettività delle stesse, [...] come confermato anche da quella rinunzia alla scorta di cui ha riferito il teste Scotti), bensì ad alcuni Ufficiali dell'Arma "amici" e, innanzitutto, tra questi, al Gen. Subranni, al quale lo legava, essendo questi conterraneo, un rapporto di risalente conoscenza.
II Gen. Subranni, allora a capo del R.O.S., non aveva alcuna competenza per adottare concrete e specifiche misure dirette a preservare 1'On. Mannino da eventuali attentati ed, infatti, non risulta che si sia adoperato, direttamente e quale Comandante del R.O.S. ovvero intervenendo su coloro che avevano quelle competenze, per migliorare o rafforzare le misure di protezione per l'On. Mannino medesimo.
Costituisce, allora, logica ed inevitabile conclusione che l'intendimento dell'On. Mannino allorché ebbe a rivolgersi al Gen. Subranni non fosse quello di ottenere un miglioramento o rafforzamento delle misure di protezione (che, d'altra parte, come detto, nel suo pensiero, non lo avrebbero comunque "salvato"), ma quello diverso di attivare un canale che, per via info-investigativa, potesse, sì, acquisire più dettagliate notizie sugli intendimenti e sui movimenti di "cosa nostra", ma,
inevitabilmente, perché altrimenti non avrebbe addirittura del tutto rinunziato alle misure di protezione assicurategli dalla Polizia di Stato, anche operare affinché il corso degli eventi per lui sfavorevole potesse essere in qualche modo mutato.
Ora, non è dato sapere come sia stata recepita ed attuata da Subranni quella più o meno esplicita sollecitazione del Mannino, anche perché nel frattempo veniva lanciato da "cosa nostra" un altro segnale che più direttamente toccava il R.O.S. e, personalmente, lo stesso Subranni, l'omicidio del M.llo Guazzelli di cui di seguito si dirà meglio, ma è un dato di fatto incontestato che, dopo la strage di Capaci, tra la fine di maggio e l'inizio di giugno 1992, un ufficiale del R.O.S., l'odierno imputato De Donno, autorizzato - rectius, sollecitato dai suoi superiori Subranni e Mori - contatta Vito Ciancimino ed inizia a porre le basi di quel discorso che bene può racchiudersi in quella frase che, poi, ad un certo punto [...], sarebbe stata rivolta dal Col. Mori a Vito Ciancimino: "Ma signor Ciancimino, ma cos'è questa storia qua? Ormai c'è muro, contro muro. Da una parte c'è Cosa Nostra, dall'altra parte c'è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente? (v. sentenza Corte di Assise di Firenze del 6 giugno 1998 e trascrizione dell 'udienza del 24 gennaio 1998).
Si tratta, come si vede, di un approccio del tutto coerente con l'intendimento più o meno chiaramente esplicitato dal Mannino con la sua condotta fattuale, laddove, al di là delle intenzioni che potevano animare inizialmente il De Donno (ed i suoi superiori Mori e Subranni che, è bene ancora ricordarlo, come detto, avevano ideato e sollecitato quell'iniziativa del sottoposto), non può essere dubbio che l'approccio col Ciancimino nella sua qualità di possibile referente dei vertici mafiosi (perché questa, dichiaratamente, era la ragione di quel contatto all'indomani della strage di Capaci) costituiva un oggettivo invito all'apertura di un possibile dialogo con i vertici medesimi e, quindi, l'accantonamento della strategia mafiosa nell'ambito della quale si collocava
anche la possibile uccisione dell'On. Mannino.
Ora, come detto, non v'è ovviamente la prova (né si vede come potrebbe essere acquisita se non attraverso il racconto degli imputati, i quali, però, pur dilungandosi in dichiarazioni spontanee, non hanno acconsentito all'esame dibattimentale e, comunque, non avrebbero alcun interesse a confermare la circostanza) che Subranni, comprendendo il senso degli approcci da parte dell'On. Mannino, abbia incaricato i suoi subaltemi di avviare quel tentativo di contatto con i vertici dell'associazione mafiosa nell'interesse (anche) del suo diretto interlocutore, ma indubbiamente, anche se non possono escludersi – ed anzi, appaiono altamente probabili - altre concomitanti causali (oltre alla uccisione del M.llo Guazzelli, non va dimenticato che nel frattempo era sopravvenuta la strage di Capaci con la sua dirompente tragicità), la valutazione logica dei fatti come sopra accertati non può che condurre alla conclusione che anche le preoccupazioni dell'On. Mannino non siano state estranee nella maturazione degli eventi poi definiti come "trattativa Stato-mafia" di cui si dirà
ampiamente più avanti.
D'altra parte, è ben possibile completare un quadro probatorio già formato con riguardo alla esistenza dei fatti nei loro aspetti essenziali, ricorrendo, oltre che alle prove dirette, anche a prove indirette o deduzioni di tipo logico.
Ma, in ogni caso, si tratta di una conclusione che, ancorché utile per meglio inquadrare, sotto il profilo soggettivo e psicologico, l'origine di quella che, appunto, viene definita "trattativa Stato-mafia", non appare in alcun modo determinante, poiché, come già più volte ricordato, non è quell'iniziativa e l'apertura della "trattativa" (i cui esiti inizialmente non erano prevedibili, non
potendosi escludere che, ad esempio, i vertici mafiosi si potessero accontentare di quel "riconoscimento" da parte delle Istituzioni e di un conseguente possibile nuovo patto di non belligeranza per porre termine alla già deliberata azione criminosa) che integra la fattispecie di reato che in questa sede deve essere verificata.
COMMENTA



I testimoni e le angosce di “Lillo”


9
GUAZZELLI RICCARDO
Il teste Riccardo Guazzelli, figlio del Maresciallo ucciso nell'aprile del 1992, invece, ha riferito delle preoccupazioni manifestate dall'On. Mannino in occasione di incontri col padre addirittura prima che l'On. Lima fosse ucciso, allorché, infatti, ebbe a riferire al Guazzelli di temere che la mafia potesse uccidere o l'On Lima ovvero lo stesso On. Mannino ("P. M DEL BENE " - .. Ricorda, sempre per quell'incontro, se suo padre le disse anche le preoccupazioni esternate da Mannino in ordine a delle espressioni particolari, forti, che Mannino ebbe a pronunciare in quell'incontro?; DICH GUAZZELLI " - Allora, io ricordo che, insomma, poi alla fine di questo incontro ci fu una
battuta che fil detta dal Mannino,' o ammazzano me o ammazzano Lima, una cosa del genere"), preoccupazione poi ancora ribadita dopo l'omicidio dell'On. Lima quando l'On. Mannino disse espressamente a Guazzelli di temere che sarebbe stato lui la prossima vittima ("io mi ricordo nitidamente uno che è successo diciamo dopo l'omicidio Lima, quando insomma forse, essendosi
verificato diciamo quello che era stato oggetto diciamo della affermazione del Mannino, si erano incontrati e quindi diciamo posso collocare a marzo del 92, ecco ... .... .... Non lo so se fu mio padre o se fu cercato dal Mannino, non mi ricordo signor Giudice.... . ... Giustamente questo incontro era
consequenziale al primo incontro in cui c'era stata quella affermazione ed essendosi diciamo concretizzato quello che aveva paventato il Mannino in quell'incontro, giustamente lui era fortemente turbato e preoccupato per quello che era successo; .... .... P. M DEL BENE: - Dico, come nel primo incontro ci fu la frase uccidono o me o Lima, in questo secondo incontro ricorda se suo
padre le riportò qualche espressione particolare di Mannino?; DICH. GUAZZELLl : - No, c'era la preoccupazione che potesse essere il prossimo lui, insomma, il Mannino.; P. M. DEL BENE: Io procedo ad una contestazione, giusto per il ricordo, perché nella sostanza credo ... Verbale del 18 maggio del 2012, udienza dibattimentale per il processo a carico del Generale Mori più l, dinnanzi alla Quarta Sezione del Tribunale, pagina 38 della trascrizione, allorquando lei ebbe a dire: Mannino ebbe ad esclamare una frase che di recente ho anche riletto sui giornali, nel senso hanno ammazzato Lima, potrebbero ammazzare pure me.; DICH. GUAZZELLl: - Sì, sì, sì").
TAVORMINA GIUSEPPE
Definitiva conferma delle forti preoccupazioni dell'On. Mannino conseguenti all'omicidio Lima e dei conseguenti contatti intrapresi dal predetto con Ufficiali dell' Arma dei Carabinieri si trae, ancora, dalla testimonianza del Gen. Giuseppe Tavormina, il quale, in particolare, esaminato nel dibattimento all'udienza del 9 gennaio 2015, dopo avere ricordato di avere studiato a Ribera e Sciacca [...], interrogato sui fatti oggetto del processo, ha, in sintesi, riferito quanto al tema qui in esame (sui colloqui con il Ministro Martelli si dirà successivamente):
- di avere conosciuto l'On Calogero Mannino nei primi anni 80 a Torino [...] e di averlo, poi, ancora rivisto negli anni successivi allorché prestava servizio a Roma nelle occasioni in cui il Mannino gli chiedeva di incontrarlo ed egli, trattandosi della richiesta di un Ministro, riteneva doveroso acconsentire agli incontri appena possibile ("P. M DI MA TTEO " - Senta, tra questo episodio che quindi lei colloca tra 1'83 e 1'84, e il momento in cui lei assunte poi la Direzione
della Dia.. .. .... in questi anni lei ebbe occasione di rivedere, di incontrare nuovamente, di colloquiare, di intrattenersi a colloquio con l'Onorevole Calogero Mannino?; DICH. TAVORMINA "- Ritengo proprio di sì guardi, una volta arrivato a Roma, rientrato a Roma con un certo grado, con un incarico anche di un certo riguardo, l'Onorevole Mannino, se non ricordo male, era già Ministro, quindi era affermato sul piano istituzionale, [...]);
- di conoscere il Gen. Subranni [...];
- di sapere che vi era un rapporto di conoscenza tra l'On. Mannino ed il Gen. Subranni poiché una volta questi ebbe a parlargli di minacce riguardanti il primo ("P. M DI MATTEO : - Lei era a conoscenza o venne comunque a conoscenza di eventuali rapporti, degli incontri personali tra il Generale Subranni e l'Onorevole Mannino?; DICH. TA VORMINA : - Sì, in una circostanza credo di sì, perché se la memoria mi aiuta c'era stata una occasione in cui c'era arrivata notizia di una minaccia di attentato nei confronti dell'Onorevole Mannino e siccome in quella circostanza, che doveva essere di fine settimana, lui era venuto in Sicilia e doveva andare ad Agrigento, se non vado errato ... Noi allora a Palermo non avevamo nessuna struttura ancora... ... .. .. ero Direttore della
Dia nell'ultima sede che allora io ho avuto, ora la Dia è in un contesto diverso. In quella circostanza, dal momento che c'era questa notizia diciamo che poteva essere anche preoccupante a quell'epoca, credo che ebbi occasione di parlare a lui di questo fatto affinché eventualmente o lo rintracciassero o attivasse Palermo, dove lui aveva la sede del Ros già in funzione, per avvertirlo che c'era arrivata questa comunicazione e che ci poteva essere questa minaccia, va bene, nei suoi confronti. Questo è un particolare che credo di ricordare piuttosto bene, anche se dato il tempo e data l'età anche ... ");
- di non ricordare incontri avuti insieme al Gen. Subranni con il Mannino presso
la segreteria di quest'ultimo in Roma nella quale egli, comunque, aveva avuto
modo di recarsi in più occasioni ("Con Subranni no, non mi ricordo, assolutamente. Che io sia andato a trovare Mannino in Via Borgognona questo me lo ricordo perfettamente. Non so se ero ancora Comandante della Divisione di Roma o se ero già transitato nella Dia, il periodo comunque doveva essere quello, tra poco tempo prima e subito dopo, siamo là insomma"), ma che forse
si era recato col Subranni presso una altro ufficio del Mannino diverso da quello di via Borgognona [...];
- di non essere a conoscenza che il Gen. Subranni, in altro processo, ha dichiarato di avere avuto più incontri con Mannino alla presenza del Gen. Tavormina presso l'ufficio di via Borgognona [...];
- di non ricordare le ragioni degli incontri con Mannino, ma che certamente ebbe a parlare con Subranni in occasione delle minacce ricevute dal Mannino medesimo [...] e di apprendere per la prima volta anche che Subranni ha riferito di avergli parlato delle accuse che il collaboratore di
Giustizia Spatola aveva rivolto nei confronti di Mannino [...];
- che probabilmente era stato egli a chiedere a Subranni di recarsi insieme a incontrare Mannino ("P. M DI MATTEO : - Senta fu lei a chiedere a Subranni di andare a trovare il Ministro Mannino?; DICH. TA VORMINA : - Probabilmente sì, probabilmente sì dal momento che forse mi aveva
rappresentato una qualche sua preoccupazione su Palermo, non avendo io riferimenti a cui poterlo indirizzare, probabilmente avrò potuto chiedere senza altro a Subranni di mettersi in contatto con lui per potere eventualmente dare un riscontro a quelle che erano le richieste che avrebbe avanzato");
- che Mannino appariva alquanto preoccupato ([...]P. M DI MA TTEO : - Quindi la prima volta
è Mannino ad esprimerle queste preoccupazioni?; DICH. TA VORMINA : - Certamente, una prima volta oppure... Sì, ma sicuramente la prima volta, perché se già c'era stato l'episodio successivo, chiaramente c'era un pregresso per il quale io ero a conoscenza che poteva avere delle preoccupazioni di questo genere");
- che quando Mannino gli manifestò le sue preoccupazioni vi erano stati la sentenza del maxi-processo e l'omicidio Lima ("Certamente c'erano state queste evenienze, sicuramente ... .. .. .Intanto il Maxi Processo, l'omicidio Lima e il Maxi Processo, l'esito del Maxi Processo") e, quindi, ciò avvenne nei primi mesi del 1992 essendo egli da poco Direttore della DIA [...];
- di non ricordare se Mannino fece riferimento a concreti atti intimidatori e minacce ricevute [...], pur confermando quando dichiarato in proposito precedentemente ("P. M DI MA TTEO : - lo le leggo, le contesto quello che lei ha riferito... Lei è stato sentito anche nell'ambito del processo Mannino davanti al Tribunale di Palermo all'udienza del 19 luglio del 2000. Sul punto fu più specifico rispetto ad ora e rispondendo alle domande del difensore di Mannino ... Allora, io c'ho ... Però questa è una stampa informatica, pagina 14, ma anche la sua credo che sia informatica. Allora, l'Avvocato le chiedeva: lei ebbe modo di parlare in quegli anni con l'Onorevole Calogero Mannino di queste minacce che lui aveva subito, di quegli episodi di cui lei hafatto riferimento? Certo. Difensore: e cosa le disse l'Onorevole Mannino in quell'occasione? Ma più che cosa mi disse, che non posso certamente ricordare a distanza di tanto tempo, il frasario usato nella circostanza, rappresentò delle grosse preoccupazioni. A questo proposito, sentendosi appunto vittima di minacce che venivano indirizzate nei suoi confronti per l'attività politica che svolgeva a livelli diciamo di evidenza in quel periodo. Quindi lui attribuiva il fatto di vivere in Sicilia e di esercitare queste
sue funzioni politiche e governative a livelli così elevati, attribuiva a tutto questo, va bene, una serie di iniziative a carattere intimidatorio che venivano portate nei suoi confronti e la cosa lo preoccupava, lo ricordo che manifestava queste preoccupazioni quando si parlava di circostanze di questo genere. Quindi lei in una epoca più vicina rispetto allo svolgimento dei fatti, ricordava il riferimento di Mannino anche a delle iniziative a carattere intimidatorio nei suoi confronti. Adesso le ho diciamo riletto la sua dichiarazione, lei è in grado di confermarla o di ricordare?; D1CH. TAVORMINA : - Chiaramente sì, perché se allora, la mia memoria certamente era diversa rispetto all'attuale, ho fatto questa affermazione, chiaramente la facevo fondatamente su ricordi ben precisi
o quanto meno ricordi meno, come dire, buoni rispetto agli attuali insomma, cioè molto più buoni di quelli attualà'');
- che tali atti intimi datori e minacce non erano oggetto di indagini della DIA (''Credo di no, credo di no"), ma che forse se ne stava occupando il ROS ("Posso pensare di sì, che qualcosa potessi avere arguito sull'argomento, ma i miei rapporti con il Ros non erano né continuativi né tali da potermi interessare attraverso di loro di situazioni di questo genere"), confermando, però, poi, in proposito, quanto già precedentemente dichiarato ([...] Lei ha risposto così: sì, indubbiamente sì, soprattutto quando arrivarono quelle minacce a cui facevo riferimento prima, che costrinsero sostanzialmente il Ros a pigliare delle iniziative a tutela della persona che nella circostanza ci risultava essere stata minacciata in maniera intimidatoria e quindi come in quella occasione certamente ho avuto modo di parlare con il Generale Subranni, che all'epoca dirigeva il Ros, di queste circostanze; [...]);
- di non avere verificato se Mannino avesse formalmente denunciato le minacce e di non sapere se tale verifica fu fatta dal ROS [...];
- di non avere conosciuto personalmente il M.llo Guazzelli, ma di avergli parlato per telefono soltanto una volta [...], confermando, però, poi, a seguito di contestazione del P.M., le precedenti dichiarazioni con le quali aveva riferito di un incontro personale alcuni giorni prima che il Guazzelli fosse ucciso [...];
- di non avere alcuna memoria dell'anonimo denominato "Corvo 2" ("Questa notizia del Corvo 2 era completamente uscita dalla mia memoria. Quando io ho letto sulla citazione questo Corvo 2 ho avuto bisogno di, attraverso il computer, di sapere di che cosa si trattasse perché non mi ricordavo più l'episodio del Corvo 2. Ricordavo perfettamente il Corvo l, ma non ricordavo assolutamente
in che cosa consistesse questo episodio. Certamente a quell'epoca ne sarò venuto a conoscenza sicuramente, ma che cosa fu fatto, cioè l'impressione che io ho riportato ora per allora era che la notizia era così paradossale che a mio giudizio non venne presa in considerazione o quasi, tanto è vero che, ripeto, per potere di nuovo richiamare alla mia attenzione questo episodio del Corvo 2 ho
dovuto rifarmi a delle notizie di carattere giornalistico dell'epoca"), pur avendone già riferito in occasione di precedenti dichiarazioni [...];
- che la nomina di De Gennaro quale Vice Direttore della DIA non gli fu preannunciata (" .. la nomina di De Gennaro come vice non era almeno conosciuta da me. non era ipotizzata per quanto mi riguardava e non dico che fu una sorpresa, ma seppi all'ultimo che c'era stata anche la nomina di un mio vice che era appunto il dottor Gianni De Gennaro.; P. M DI MATTEO: - Ho capito, quindi qua Scotti ha detto sono stato io diciamo ad imporre ... Comunque non era a lei conosciuta, non lo propose lei il nominativo di De Gennaro?; DICH. TAVORMINA : - Assollutamente");
- che quale Direttore della DIA si rapportava soprattutto col Prefetto Parisi [...];
- pur ricordando e confermando l'episodio, di non essere in grado di collocare con maggiore esattezza il periodo in cui Mannino ebbe a riferirgli delle minacce [...];
- che egli ed il Gen. Subranni valutarono che le minacce a Mannino potessero avere un fondamento ("Avv. Milio : - .... In merito a questa minaccia, ricorda quale era diciamo la valutazione che faceva lei e il Generale Subranni, la vostra ... Il vostro convincimento?; DICH. TA VORMINA : - Che potesse avere un fondamento e in questo caso cercare di evitare che effettivamente venisse portato a compimento mi sembrava che fosse una cosa assolutamente da fare"),
confermando quanto dichiarato in precedenza riguardo agli ipotizzati
collegamenti con l'attività politica del predetto [...];
- di avere continuato ad incontrare il Gen. Subranni anche dopo la strage di Capaci, ma di non ricordare se gli stessi avessero ad oggetto anche la formulazione di ipotesi investigative [...];
- di avere avuto notizia allora anche del rischio di un possibile attentato anche ai danni del Ministro Andò che egli conosceva personalmente [...];
- che quando Mannino ebbe a parlargli delle minacce rivestiva la carica di Ministro [...];
- di non ricordare se ebbe a parlare delle minacce a Mannino anche con i suoi collaboratori alla DIA [...].
Come si vede, la testimonianza appena richiamata conferma, oltre che i rapporti dell'On. Mannino con lo stesso Gen. Tavormina (" .. anche se non ricordo specificamente date o circostanze a riguardo, certamente avrò avuto modo di incontrarlo, di salutarlo, cioè di avere quel rapporto, se così possiamo dire, di carattere personale che si rifaceva a una pregressa conoscenza .... ") e con il
Gen. Subranni e le visite dagli stessi fatte negli uffici privati dello stesso Mannino (" ...... andai io con Subranni a trovare Mannino"), anche la forte preoccupazione (" .. era preoccupato, era preoccupato perché evidentemente gli erano arrivate delle notizie, gli erano arrivati dei segnali in virtù dei quali riteneva che potesse esserci un rischio personale quando soprattutto lasciava
Roma per rientrare a Palermo") manifestata dal Mannino dopo la (e in relazione alla) uccisione dell'On. Lima (" .... . sono i primi del 92, io assunsi allora l'incarico di Direttore della Dia, stavo impiantando questo strumento, questo organismo e posso pensare che il tutto fosse cominciato un po' con queste evenienze, cioè l'omicidio di Lima, essendo rappresentante politico, naturalmente assumeva una certa qualificazione agli occhi dei politici e agli occhi nostri logicamente, di allora facenti parte della Dia già e gli altri ancora dell'Arma. E nello stesso tempo ci fu questo Maxi Processo che consideravamo alla base di questo omicidio, una valutazione che fu fatta così, se non ricordo male, in quel periodo del motivo che era alla base dell'eliminazione di Lima veniva considerato proprio il risultato che era stato raggiunto con il Maxi Processo ... ").
Riguardo a tale ultimo punto, quello del collegamento delle preoccupazioni manifestate da Mannino con l'omicidio Lima, al di là delle discrepanze temporali con le precedenti dichiarazioni rese dal Tavormina nel processo a carico di Mori e Obinu evidenziate dal difensore degli imputati Mori e Subranni, va, comunque, rilevato che nessuna incertezza il teste ha manifestato a seguito di
diretta e precisa domanda [...], tanto più che il medesimo teste ha ritenuto di ricordare che,
all'epoca, Mannino rivestisse ancora la carica di Ministro ("P. M DI MA TTEO - ... Cioè conferma che questi incontri sono avvenuti, in particolare quelli con Subranni e quelli in cui si parlò delle minacce, nel momento in cui l'Onorevole Calogero Mannino rivestiva la qualità, l'incarico di Ministro della Repubblica?; DICH. TAVORMINA .' - Ma io ritengo di sì, guardi'').
D'altra parte, va ricordato che, già nei giorni immediatamente successivi all'omicidio Lima, vennero diramati allarmi nei quali si faceva espresso riferimento anche al Ministro Mannino (oltre che al Presidente del Consiglio Andreotti e al Ministro Vizzini) quali possibili successivi obiettivi dopo
l'omicidio predetto (v. allarmi diramati dal Capo della Polizia e dal Ministro dell'Interno già dal 12 marzo 1992 e, quanto al nome di Mannino, più specificamente quelli del 16 marzo 1992 di cui al documento n. 19L e 19M della produzione iniziale del P.M.) e, tenuto conto della carica allora rivestita dal Mannino (appunto, Ministro del Governo in carica), non può in alcun modo
dubitarsi che il medesimo ne sia stato messo a conoscenza, così come, d'altra parte, riferito dal Ministro dell'Interno dell'epoca Vincenzo Scotti a specifica domanda ("Sono convinto di sì").
D'altra parte, va ricordato che l'esposizione del Mannino al pericolo di un attentato mafioso si trae anche da una nota del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri indirizzata al Comando Generale dell'Arma in data 19 giugno 1992 e sottoscritta dallo stesso Gen. Subranni e, quindi, proprio da uno degli Ufficiali dei Carabinieri cui il Mannino si era rivolto dopo l'omicidio
Lima, nella quale si fa ancora espressamente il nome del Mannino quale possibile "futura vittima di cosa nostra" [...] e che, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa dell'imputato Subranni in sede di discussione richiamando in modo illogico la testimonianza di Umberto Sinico (v. trascrizione dell'udienza del 2 marzo 2018) non può di certo ricondursi alle di poco precedenti confidenze di Girolamo D'Anna al M.llo Lombardo, dal momento che il teste Sinico, contrariamente a quanto, appunto, invece, affermato dalla difesa di Subranni, ha riferito che D'Anna ebbe a parlare soltanto di un possibile attentato ai danni del Dott. Borsellino e non anche
dell'On. Mannino [...].
Ora, non è certo dubitabile che il Gen. Subranni, incontrando a più riprese 1'On. Mannino anche privatamente, non avesse già avuto modo di parlare col predetto del pericolo, che, secondo l'opinione delle più alte Autorità addette alla sicurezza del Paese, incombeva sullo stesso.
Semmai, va evidenziato che appare certamente anomalo che l'On. Mannino, consapevole dell'elevato pericolo personale che correva, non si sia rivolto, innanzitutto, a funzionari della Polizia di Stato cui ufficialmente era affidata la sua tutela [...] ed, addirittura, abbia, ad un certo momento, dopo la strage di Capaci, rinunziato alla scorta (v. testimonianza di Vincenzo Scotti: [...]).
In tale contesto di acquisizioni probatorie del tutto univoche sorprende che la difesa degli imputati Subranni e Mori abbia contestato addirittura la stessa sussistenza di una preoccupazione dell'On. Mannino per la propria vita nei mesi che seguirono l'uccisione dell'On. Lima (v. trascrizione dell'udienza di discussione del 2 marzo 2018) adducendo a sostegno anche che dalle agende del
Dott. Contrada risulta che gli incontri di quest'ultimo col Ministro Mannino riguardavano la questione dell'anonimo denominato "Corvo2" che era pervenuto poco prima, tralasciando, però, che in almeno un'occasione, il 25 giugno 1992, "minacce e pericolo in cui si trova" (v. agenda citata) furono l'unico e specifico oggetto di un incontro avvenuto tra il Ministro Mannino e il Dott. Bruno
Contrada in conseguenza della segnalazione di Subranni (v. ancora agenda citata: "segn. cc") certamente distinto anche da altro incontro che seguì nella serata della stessa giornata avente ad oggetto l'anonimo (v. agenda alla medesima pagina del 25 giugno 1992: "ore 20 dal Ministro Mannino (per anonimo)").
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Cosa dicono i pentiti su Calogero Mannino


8In proposito, sono stati raccolte le seguenti prove dichiarative:
BRUSCA GIOVANNI
Dalle dichiarazioni di Brusca Giovanni si trae la conferma del risentimento di Salvatore Riina nei confronti di Mannino per non essersi questi interessato per «aggiustare» il maxi processo ("Ma per quello che so io credo che ci fossero altre lamentele. ma principalmente quello che so io che non si era interessato per l'esito del Maxi... del "Maxi ..... ... ... so che c'era questa lamentela nei confronti dell'onorevole Mannino, che non si adoperava come voleva Salvatore Riina .... .... . ... Però attenzione c 'erano anche altre... c 'erano anche le lamentele degli agrigentini, quindi io non conosco tutta la storia del ma ... una principale io questo lo so perché l 'ho vissuto in prima persona") e che era stato deciso, quindi, di uccidere anche Mannino ("In questa riunione a casa di Guddo Salvatore, in funzione di quanto era stato discusso si parla di mettere in atto già i fatti esecutivi e quindi si fa il nome del dottor Falcone, già Lima era stato ucciso, Andò, Mannino... "), tanto che egli aveva personalmente ricevuto l'incarico di eseguire quel delitto, incarico poi revocato improvvisamente alla vigilia della strage di via D'Amelio (" .. . dopo la strage di Capaci mi aveva dato il mandato per uccidere l'onorevole Mannino. come ho detto poco fa. A un dato punto, tramite Biondino, mi revoca il mandato ed io provvedo per fare altre cose, però non mi dice ... ... .... il mandato me lo dà. credo, nel secondo ... primo o secondo incontro dopo Capaci.... ... .. . .Il mandato, siamo sempre là, intorno
ai quindici, dieci giorni, otto giorni, venti giorni prima della strage di via D'Amelio. Biondino, attraverso Nino Gioè che neanche io lo vedo, mi dice di fermare per quanto riguarda l'attentato ai danni ... ... ..... E non saprò mai per quale motivo mi revoca questo mandato ... .... .... Allora, io non ho visto, Riina non mi ha mandato a me e a me mi ha detto. Nino Gioè mi ha detto che si era
incontrato con Biondino che a sua volta dice: "Fermati". Perché dico Biondino? Perché Biondino sapeva che io avevo dato l'incarico a Gioè e a La Barbera di cominciare a studiare le abitudini del... che qualcosa già l'avevano trovata, però ancora ci voleva tempo per poterlo... .... . .... Principalmente le abitudini e poi stavo cominciando a prepararmi per quelle che erano le attrezzature, il telecomando che non ci voleva niente a procurarmelo, tanto l'esplosivo era disponibile, me l'aveva mandato ... o mandato o me lo stava mandando Biondino Salvatore, che lui aveva un sacco di disponibilità ... ... . .... Stavamo studiando le volte che lui andava nelle segreterie a Palermo, non mi ricordo o se è in via Zandonai o vicino alla Camera di Commercio di Palermo,
dove c'era o una o altra segreteria, comunque sapevamo che frequentava questi posti, almeno già avevamo queste due notizie, Gioè, non mi ricordo, attraverso un suo amico, comunque già eravamo riusciti ad individuare questi posti, però subito dopo ci ha revocato il mandato .... .... .... io non ho visto Biondini direttamente, però attraverso lui mi mandò il no, non il motivo perché ... quale
motivo, non l 'ho saputo più e neanche mi ha detto: "Fai questo, fai quell'altro ", punto. Anche perché era Riina che gestiva tutti le altre azioni criminali, che ero io?.. .... . .. Cioè, chiudiamo l'argomento e dire "Non si deve fare Mannino ". Ma io "ci sono altri obiettivi da colpire" mi riferisco alla riunione fatta dopo Lima, dove stabiliscono una serie di obiettivi da colpire, quindi mi dice di fermarmi questo, però non so se ci sono altri. Tre giorni prima di incontrarci e della strage di via D'Amelio, in occasione dell'omicidio di Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo, io da Castellammare, dove abbiamo commesso il fatto, mi reco a Palermo perché dovevo distruggere la BMW di Antonella Bonomo e mi reco da Biondino Salvatore a dirgli: "Mi puoi dare una mano d'aiuto per potere distruggere questa macchina?" e lui mi dice di no. Dopodiché gli dico: "Fagli
sapere a Totò Riina che ho commesso l'omicidio di Vincenzo Milazzo ", perché lui si ci vedeva tutti i giorni, era il primo punto di riferimento. Dice: "Va bene" e mi risponde, dice: "Siamo sotto lavoro"........ ... E lì dentro c'era, a discutere con lui c'era Giuseppe Graviano e Carlo Greco. Dopodiché mi ci metto a disposizione "Hai bisogno di aiuto?" dice: "No, grazie" e me ne vado. Dopo tre giorni sono a Castellammare, che sono insieme a Gioacchino La Barbera, altri miei parenti e quant'altro, dalla televisione apprendo dell'attentato ed io alla presenza di Gioacchino La Barbera e Gioè dico: "Mi', presto ficiru", cioè, nel senso "da quando me l'hanno detto erano tre giorni", in base a quello che avevamo passato noi per Capaci che abbiamo aspettato tre settimane per potere
colpire, perché lui mi ha detto: "Stiamo facendo questo, stiamo facendo quell'altro ". Quindi, dico: "Presto hanno fatto ", secondo questa mia ricostruzione mentale, punto").
GIUFFRE' ANTONINO
Giuffrè Antonino ha confermato, quindi, che nella lista dei soggetti che Riina intendeva uccidere e di cui si parlò in sede di "commissione provinciale" v'era, appunto, anche l'On. Mannino ("lo ho partecipato alla riunione in Cosa Nostra del dicembre del 91, se la memoria non mi inganna, dove appositamente c'è stata la famosa riunione della resa di conti tra Cosa Nostra e le persone ostili a
Cosa Nostra, tra cui i politici da un lato e tra cui Salvo Lima e altri politici, e la resa dei conti nei confronti dei Magistrati, quali Falcone e Borsellino. Questo è stato fatto in una famosa riunione del 91, del dicembre del 91. Tanto è vero che poi nel 92 ci sarà l'uccisione di Lima e del dottore Borsellino, del dottore Falcone, eccetera, eccetera. Da tenere presente che nella lista dei politici vi
erano ... Non vi era solo Lima, ma vi erano i Salvo, che poi Ignazio Salvo è stato ucciso, Mannino, Vizzini, Andò e altri personaggi importanti nell'ambito politico, appositamente per il discorso che era partito politicamente della inaffidabilità, ed ecco il discorso dell'87, quando c'è stato il cambiamento di rotta, venivano ... Erano stati considerati inaffidabili questi politici ... ... .... Il
tutto poi diciamo si è enunciato sempre in quella riunione di cui abbiamo parlato, dal dicembre del 91, sulla resa dei conti, dove l'Onorevole Lima, l'Onorevole Andò e l'Onorevole Mannino e l'Onorevole Vizzini, questi sono i nomi che io mi vado a ricordare, e in più Falcone, il dottore Falcone e il dottore Borsellino, in quella data di cui ho detto, nel dicembre del 91 ... ").
E' appena il caso di sottolineare che, ai fini della credibilità delle propalazioni sul punto rese da Brusca e Giuffrè e della c.d. convergenza del molteplice, come già sopra osservato, appare di scarso rilievo il fatto che i ricordi dei predetti siano discordi quanto alla esatta collocazione temporale e di luogo della riunione della "commissione provinciale" e ciò tenuto conto della molteplicità delle
riunioni cui entrambi i predetti esponenti mafiosi hanno partecipato, dei luoghi spesso diversi e comunicati all'ultimo momento nei quali si svolgevano le riunioni della "commissione" per ragioni di sicurezza dei suoi partecipanti e del lungo tempo trascorso da detta riunione al momento in cui Brusca e Giuffré hanno iniziato a rendere le proprie dichiarazioni (circa cinque anni il primo ed
oltre dieci anni il secondo).
D'altra parte, in proposito va, altresì osservato, da un lato, che le predette discordanze allontanano, innanzi tutto, ogni ragionevole dubbio di reciproche influenze e di progressivo allineamento dei dettagli originariamente divergenti di ciascuna dichiarazione; e, dall'altro, che non sarebbe giuridicamente corretto un esame delle dichiarazioni condotto in base ad un mero raffronto in astratto, teso esclusivamente a individuare i punti di divergenza al fine di desumerne l'inattendibilità, essendo, piuttosto, necessario che le dichiarazioni medesime siano esaminate congiuntamente in relazione al complessivo contenuto di fatto convergente che esprimono e valutate criticamente con riferimento alle eventuali divergenze che presentano, soprattutto quando, come nel caso in esame, non sussiste alcuna interferenza fattuale e logica tra le parti del narrato divergenti (l'esatta collocazione temporale e di luogo della "riunione" oltre che, in parte,
l'elencazione dei partecipanti) e le rimanenti parti, intrinsecamente attendibili e adeguatamente riscontrate (il contenuto sostanziale delle decisioni adottate, da non confondere con le frasi nell'occasione pronunziate da Riina che, o perché profferite in un contesto di plurime partecipazioni o perché profferite separatamente in colloqui individuali, possono essere ricordate dall'uno anziché
dall'altro dei propalanti).
ONORATO FRANCESCO
Dalle dichiarazioni di Francesco Onorato si trae ulteriore conferma che anche l'On. Mannino, dopo l'On. Lima, avrebbe dovuto essere ucciso secondo l'indicazione di Salvatore Riina a causa dell'esito del maxi processo ("Allora, c'era tutta una lista che si dovevano fare ammazzare. A parte, se avesse avuto possibilità, Totò Riina li avesse ammazzati a tutti, diceva sempre così Salvatore Biondino e Salvatore Riina, che se avessero avuto possibilità, li avesse ammazzati a tutti i politici per quello che era successo, per la sentenza andata male del Maxi Processo. Però c'era una lista prioritaria di uccidere il Commissario Germanà, l'Onorevole Vizzini, Calogero Vizzini, era nella lista, di
cui io ho fatto pure le dichiarazioni quando ho collaborato, che si pedinava, ma era un po' difficile perché c'era l'elicottero che la mattina lo veniva a prendere .... ... ... Mannino, Calogero Mannino doveva essere ucciso, che prima se ne parlava bene. Di questo ne ho parlato pure quando ho collaborato, il Ministro Calogero Vizzini. Salvo Lima era il primo della lista .... ... ... la fonte è
Salvatore Biondino, di cui è ambasciatore della Commissione ... ...... Il ruolo di Salvatore Biondino, nel 92 è capo mandamento e anche membro della Commissione, faceva parte della Commissione, e coordinatore di Commissione, perché lui coordinava pure la Commissione, lui mandava pure gli appuntamenti anche per coordinare la Commissione ... ... ... Queste sono cose che Salvatore
Biondino mi ha detto di fare e ho fatto. Dopo il 92, Salvatore Biondino riveste la carica sia come coordinatore, ma sia anche come capo mandamento e sia come regista, come regista di tutto quello che deve succedere in Cosa Nostra. Salvatore c'ha una lista di tutti quelli che devono essere ammazzati e diceva pure che se avesse possibilità li avesse ammazzati a tutti i politici dopo la sentenza di Cassazione. lo mi ricordo che si doveva fare l'omicidio Vizzini, mi ricordo che si doveva fare... Ma direttamente, io parlo direttamente con Salvatore Biondino ... .... ... Prima Totò Riina, detto da Salvatore Biondino, Totò Riina voleva ammazzato subito a Salvo Lima con il figlio se c'era possibilità e Andreotti con il figlio, questi erano i primi che dovevano morire e infatti è stato
il primo Salvo Lima .... ....... Per quanto riguarda Mannino, si deve uccidere. Intanto quello che … Non è che si possono uccidere tutti in un giorno, perché poi ci vuole pure ... Ma man mano c'era questa lista di uccidere queste persone che ... ").
L'autorevolezza della fonte dell'Onorato, quel Salvatore Biondino che venne poi arrestato il 15 gennaio 1993 proprio in compagnia di Salvatore Riina, conferma ulteriormente, ove ve ne fosse bisogno, le propalazioni di Brusca e Giuffrè riguardo al piano criminoso deliberato dallo stesso Riina e ratificato dalla "commissione provinciale" di "cosa nostra".
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La grande paura e l'inizio della Trattativa


7L'omicidio dell'On. Salvo Lima eseguito il 12 marzo 1992 ha certamente destato grandi preoccupazioni sia nell'ambito delle Istituzioni sia in alcuni soggetti, principalmente colleghi di partito dell'On. Lima (v. dich. della figlia di quest'ultimo, Susanna Lima all'udienza del 24 ottobre 2013: " ... erano tutti preoccupati, anche perché era un evento che non si aspettava nessuno, non era
atteso, almeno così io avevo percepito ... ..... preoccupazioni che non sapevano che cosa stava succedendo, perché non si aspettavano... Si era in piena campagna elettorale, non si aspettavano nulla del genere .. "), che concretamente percepirono, a quel punto, il pericolo di potere essere a loro volta vittime di "punizioni" o vendette mafiose.
Degli allarmi lanciati dal Capo della Polizia e dal Ministro dell'Interno Scotti nei giorni successivi all'omicidio Lima si dirà più avanti. Qui ci si intende concentrare, invece, sui timori che il predetto omicidio ebbe a suscitare in uno dei più importanti esponenti della politica siciliana dell'epoca, l'On. Calogero Mannino, appartenente al medesimo partito dell'On. Lima, la Democrazia Cristiana, ed allora, peraltro, Ministro in carica nel Governo presieduto dall'On. Andreotti.
Nell'ipotesi accusatoria oggetto di verifica in questa sede, infatti, è l'On. Mannino che, manifestando il timore di essere ucciso così come era avvenuto per l'On. Lima, sollecita alcuni Ufficiali dell'Arma dei Carabinieri ad adottare iniziative che potessero salvargli la vita, ponendo, quindi, le basi per quella che oggi mediaticamente viene definita "trattativa Stato-mafia" (v. capo di imputazione con quale si contesta, appunto, al Mannino di avere contattato "a cominciare dai primi mesi del 1992, esponenti degli apparati info-investigativi al fine di acquisire informazioni da uomini collegati a "Cosa Nostra" ed aprire la sopra menzionata "trattativa" con i vertici dell'organizzazione mafiosa, finalizzata a sollecitare eventuali richieste di "Cosa Nostra" per far cessare la programmata strategia omicidiario-stragista, già avviata con l'omicidio dell'on. Salvo Lima, e che aveva inizialmente previsto l'eliminazione, tra gli altri, di vari esponenti politici e di Governo, fra cui egli stesso Mannino").
Prima di esaminare le risultanze acquisite nel presente processo, appaiono, però, opportune alcune precisazioni.
L 'On. Calogero Mannino era originariamente coimputato per il concorso nel reato di minaccia a Corpo politico nel medesimo procedimento che ha dato luogo al presente processo.
Il predetto imputato, però, a differenza degli altri imputati, in sede di udienza preliminare, ha richiesto il giudizio abbreviato e, pertanto, il relativo procedimento è stato separato e si è concluso, in primo grado, con la sentenza di assoluzione pronunziata dal Giudice per l'Udienza Preliminare in data 4 novembre 2015 (non ancora irrevocabile, essendo in corso il processo di appello promosso dal P.M.).
Esula, dunque, dal presente processo l'esame del ruolo che l'On. Mannino avrebbe avuto, in relazione alla fattispecie di reato contestata agli altri imputati del reato di cui al capo A) della rubrica, non soltanto quale "promotore" della c.d. "trattativa Stato-mafia" (v. condotta sopra già ricordata), ma, altresì, in un momento successivo anche per avere esercitato "in relazione alle richieste di "Cosa Nostra", indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all'art. 41 bis ord. Pen.", così "agevolando lo sviluppo della "trattativa" Stato-mafia sopra menzionata, e quindi rafforzando il proposito criminoso di "Cosa Nostra" di rinnovare la minaccia di prosecuzione della strategia stragista" (v. capo imputazione nella parte concernente Calogero Mannino).
In questa sede la condotta dell'On. Mannino sarà, dunque, esaminata solo ed esclusivamente quale ulteriore eventuale antecedente fattuale della c.d. "trattativa Stato-mafia", che, d'altra parte, come è stato già sopra ricordato (ma è bene sempre ribadirlo), non configura in sé il reato oggetto di esame nel presente processo.
Invero, la condotta che rileva ai fini della responsabilità penale da verificare in questo processo in relazione alla contestazione della fattispecie criminosa prevista dall'art. 338 c.p. non è minimamente quella di colui che eventualmente abbia per propri fini (investigativi o personali) cercato contatti diretti o indiretti con la mafia e neppure quella di colui che, in ipotesi, tali contatti abbia coltivato
per il fine di ottenere la cessazione, senza condizioni, di quella nuova strategia mafiosa che già l'omicidio dell'On. Lima lasciava intravedere e prevedere. La condotta penale qui da accertare, infatti, è solo ed esclusivamente quella consistente nelle minacce rivolte eventualmente dai mafiosi nei confronti del Governo della Repubblica per ottenere determinati benefici e, ancora eventualmente, quindi, nell'intervento di terzi che prima abbiano stimolato l'iniziativa dei vertici mafiosi rafforzandone il proposito criminoso e, successivamente, si siano fatti carico anche di "recapitare" le minacce (o, quanto meno, di agevolare tale recapito al destinatario) così consentendo ai mafiosi il raggiungimento del loro scopo.
Messo da parte il giudizio etico che non compete a questa Corte, resta, pertanto, certamente al di fuori del perimetro penale come sopra in sintesi delineato l'iniziale intervento sollecitatorio di possibili contatti con i vertici mafiosi finalizzati alla propria esclusione, quale vittima, dal programma criminoso omicidiario già adottato (prima parte della condotta del Mannino descritta nel
capo di imputazione).
Se così è - e, comunque, ciò è quello che ritiene questa Corte -, non può esservi allora alcuna interferenza con il separato giudizio ancora pendente, per il medesimo reato, a carico di Calogero Mannino, se non con riferimento ad una fase successiva della vicenda, quella delle "pressioni", di cui ha riferito il teste Cristella, che Mannino avrebbe fatto sul Dott. Di Maggio in relazione alla
questione del 41 bis.
Ma di ciò si parlerà più avanti esaminando la predetta testimonianza e le altre risultanze probatorie concernenti le vicende del 1993.
Ciò premesso, tornando temporalmente alla prima metà dell 'anno 1992, possono ritenersi effettivamente provati tanto il timore (se non il terrore) di Calogero Mannino, subito dopo l'uccisione di Salvo Lima, di subire anch'egli la punizione o la vendetta di "cosa nostra" per non essere riuscito a raggiungere il medesimo risultato preteso nei confronti di Salvo Lima (l'<<aggiustamento>> del maxi processo) o quanto meno per avere voltato le spalle a "cosa nostra" nel momento di maggiore difficoltà di questa dopo avere per molti anni instaurato con alcuni suoi esponenti rapporti, che, seppure, con apprezzamento ex post, in concreto non avevano avuto una effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento delle capacità operative dell'associazione mafiosa (l'On. Mannino, infatti, per tale ragione, pur a fronte di comprovati
rapporti con esponenti mafiosi quali risultano dalle sentenze pronunziate nei suoi confronti, è stato assolto dal reato di concorso esterno nell'associazione mafiosa: v. sentenze prodotte in atti dal P.M. all'udienza del 22 settembre 2017), apparivano in ogni caso ai mafiosi di buona "convivenza"; quanto il conseguente intervento del medesimo Calogero Mannino nei confronti di alcuni
Ufficiali dell'Arma coi quali era in stretti rapporti affinché verificassero (ed eventualmente ovviassero a) quel pericolo che gli appariva estremamente immanente ed imminente.
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Un delitto eccellente raccontato dai killer


6Sono state raccolte, infine, le dichiarazioni di uno degli esecutori materiali dell'omicidio Lima, quelle di Onorato Francesco che è bene riportare qui di seguito a conferma del pieno coinvolgimento di un'ampia rappresentanza delle "famiglie" mafiose palermitane appartenenti anche a diversi "mandamenti" di modo da elidere qualsiasi dubbio sulla riconducibilità del mandato omicidiario al solo organismo, la "commissione provinciale", nel quale poteva concretizzarsi
e formalizzarsi quella decisione unitaria.
Onorato Francesco, infatti, ha, tra l'altro, raccontato all'udienza del 7 novembre 2013 nella quale è stato esaminato in qualità di testimone assistito ex art. 197 bis C.p.p., riguardo ai fatti che qui più direttamente rilevano ai fini della disamina dell'omicidio Lima nel contesto dei reati oggetto del presente processo: [...]
- che, tra i tanti delitti commessi, avrebbe dovuto partecipare anche al tentativo di omicidio del Commissario Germanà su incarico di Salvatore Biondino, ma che poi non vi aveva preso parte perché impegnato nella ricerca di Salvatore Contorno [...];
- che, in quel periodo, oltre al Commissario Germanà "cosa nostra" progettava l'uccisione di molte altre persone, o perché davano "fastidio" all'organizzazione ovvero perché, dopo la sentenza del maxi processo, le avevano voltato le spalle [...];
- che, in particolare, vi era una lista di persone che avrebbero dovuto essere uccise, tra in quali l'On. Vizzini, l'On. Mannino e l'On. Lima, l'On. Andreotti, i cugini Salvo, l'On. Martelli ed altri come riferitogli da Salvatore Biondino che faceva da emissario degli ordini di Salvatore Riina e della "commissione" ("Allora, c'era tutta una lista che si dovevano fare ammazzare. A parte, se avesse avuto possibilità, Totò Riina li avesse ammazzati a tutti, diceva sempre così Salvatore Biondino e Salvatore Riina, che se avessero avuto possibilità, li avesse ammazzati a tutti i politici per quello che era successo, per la sentenza andata male del Maxi Processo. Però c'era una lista prioritaria di uccidere il Commissario Germanà, l'Onorevole Vizzini, Calogero Vizzini, era nella lista, di cui io ho fatto pure le dichiarazioni quando ho collaborato, che si pedinava, ma era un po' difficile perché c'era l'elicottero che la mattina lo veniva a prendere .... ... ... Mannino, Calogero Mannino doveva essere ucciso, che prima se ne parlava bene. Di questo ne ho parlato pure quando ho collaborato, il
Ministro Calogero Vizzini. Salvo Lima era il primo della lista ....... ... la fonte è Salvatore Biondino, di cui è ambasciatore della Commissione ... ...... Il ruolo di Salvatore Biondino, nel 92 è capo mandamento e anche membro della Commissione, faceva parte della Commissione, e coordinatore di Commissione, perché lui coordinava pure la Commissione, lui mandava pure gli appuntamenti
anche per coordinare la Commissione ... ... ... Queste sono cose che Salvatore Biondino mi ha detto di fare e ho fatto. Dopo il 92, Salvatore Biondino riveste la carica sia come coordinatore. ma sia anche come capo mandamento e sia come regista. come regista di tutto quello che deve succedere in Cosa Nostra. Salvatore c'ha una lista di tutti quelli che devono essere ammazzati e diceva pure che se avesse possibilità li avesse ammazzati a tutti i politici dopo la sentenza di Cassazione. lo mi ricordo che si doveva fare l'omicidio Vizzini. Mi ricordo che si doveva fare... Ma direttamente. io parlo direttamente con Salvatore Biondino ... .... ... Prima Totò Riina. detto da Salvatore Biondino. Totò Riina voleva ammazzato subito a Salvo Lima con il figlio se c'era possibilità e Andreotti con il figlio. questi erano i primi che dovevano morire e infatti è stato il primo Salvo Lima .... ....... Per quanto riguarda Mannino. si deve uccidere. Intanto quello che ... Non è che si possono uccidere tutti in un giorno. perché poi ci vuole pure ... Ma man mano c'era questa lista di uccidere queste persone che... Si dovevano uccidere i Salvo. i cugini Salvo. si dovevano uccidere Andreotti. si doveva uccidere Martelli. Martelli. perché l'avevano pure con Martelli in quanto Martelli era stato. insieme con Craxi, insieme con Craxi e si parlava pure di Gardini. ai tempi che c'era Gardini. ai tempi che c'era Ferruzzi. tutte persone che si interessavano per Cosa Nostra stiamo parlando. Craxi … Martelli l'abbiamo fatto diventare noi Ministro di Grazia e Giustizia. Perché Buscemi Antonino della famiglia di Passo di Rigano. aveva nelle mani queste persone. come Ferruzzi. Craxi. Martelli. Lui aveva detto a noi. che abbiamo pure finanziato con duecento milioni di lire. noi come famiglia di Partanna Mondello abbiamo uscito duecento milioni di lire per finanziare il Martelli e portarlo nell'88.. anni 88... a farlo diventare Ministro di Grazia e Giustizia. Dove che ci diceva che poi si è avverata la realtà perché quello che ha detto si è mantenuto che piano piano faceva uscire i mafiosi tutti con gli arresti domiciliari o arresti ospedalieri. che il carcere non se ne faceva nessuno.
Questa è una cosa che io ho vissuto personalmente. che ho finanziato dalla cassa di Partanna Mondello. abbiamo dato i voti. Ed era pure nella lista di ucciderlo ... ... ...
Perché poi non lo so, ma io so solo che all'indomani del Maxi Processo ci sono... lo gli ho detto che Riina diceva sempre, e Salvatore Biondino, che se c'era possibilità li voleva ammazzare a tutti, a tutti i politici. Ma sa perché Riina accusa sempre lo Stato? Perché Riina in ogni intervista, ogni volta che si fa intervistare nella televisione, dice sempre lo Stato, lo Stato, lo Stato? Perché sa lui benissimo come sono andate le cose. Non è perché accusa lo Stato ... Perché accusa lo Stato perché lui sta pagando il conto e lo Stato non sta pagando niente. Scusi se ... Per questo motivo Riina accusa sempre lo Stato. Non è che l'accusa perché è una cosa che si (PAROLA INCOMPRENSIBILE). Ha ragione di accusare lo Stato. lo dico ogni volta che vedo Riina che accusa lo Stato, accusa tuffi, Violante, accusa questo, accusa quello, accusa lo Stato, lo Stato che manovra, che fa, che dice, ha ragione ...... . ... Sono a conoscenza che io ho fatto venti anni di Cosa Nostra e in venti anni di Cosa Nostra è sempre stato risaputo, sentito e ho vissuto tante di quelle cose che ... Non è che c'è ... Quando si parla di trattativa con lo Stato, io dico la trattativa, ma che trattativa, se c'è stata sempre una convivenza. lo ho sempre visto la convivenza tra i politici e Cosa Nostra. Dove è sta trattativa, se c'è stata sempre la convivenza?");
- che il risentimento verso i politici era tale che si intendeva uccidere anche i figli di Lima e Andreotti e lo stesso Onorato era stato rimproverato perché non aveva ucciso anche coloro che accompagnavano Lima [...];
- che l'incarico di uccidere Lima gli era stato dato qualche settimana prima, dopo che il medesimo Lima non si era presentato ad un appuntamento datogli per discutere dell'esito del maxi processo ("lo dopo la sentenza del maxi processo c'è stato subito che avevano dato ... Mi diceva Salvatore Biondino che avevano dato l'appuntamento a Salvo Lima e che lui aveva fatto buca, non si era
presentato. Ma non solo Salvo Lima, anche queste persone che io ho parlato … Di politici, di politici, di tanti politici che sono stati fissati degli appuntamenti e che non si sono neanche presentati .... .. , .... L'appuntamento, l'appuntamento per parlare. Salvo Lima era stato, ricordo che era stato fissato un appuntamento, mi diceva Salvatore Biondino, e che non si è presentato. E allora
questo era diventato pericoloso, questa cosa che lui non si era presentato, ecco perché c'era la fretta di uccidere Salvo Lima. Perché quando una persona, se ci dai un appuntamento e non si presenta, si ci va subito a sparare, anche in Cosa Nostra tra uomini d'onore era così, perché certamente se non si presenta vuoi dire che ha capito qualcosa ....... .... Per quanto riguardava questa sconfitta che si era avuta per il maxi processo. Poi invece si decide subito di prendere e ammazzarlo .... ... ... Sto parlando io febbraio ... ... ... A me mi ha detto che l'appuntamento era stato dato a Lima con altri politici, però mi ha detto di Lima ... ... ... Alla Perla del Golfo, alla Perla del Golfo qualche mese prima, e insieme all'Avvocato Ponte, c'era l'Avvocato Ponte che era il proprietario e socio di Salvo Lima, dove che questo Avvocato Ponte aveva dei buoni rapporti con Salvatore Biondino, con Salvatore Riina, anche con un certo D'Anna, che faceva parte del mandamento di Terrasini, uomo d'onore della famiglia di Terrasini, aveva un appuntamento in questo residence. Parlo del mese di febbraio. Non sono venuti all'appuntamento dove è che lui era rassicurato dall'amicizia di questo proprietario Ponte, si chiamava"); […].
Sono state acquisite anche le dichiarazioni di un altro degli esecutori materiali dell'omicidio Lima, Giovan Battista Ferrante. In particolare, esaminato all'udienza del 7 novembre 2013 nella qualità di
testimone assistito ai sensi dell'articolo 197 bis c.p.p., quanto all'omicidio dell'On. Salvo Lima, il predetto collaborante ha riferito che era stato Salvatore Biondino a comunicargli, almeno dieci o quindici giorni prima dell'omicidio stesso, la decisione di uccidere l'On. Lima, che, poiché egli non lo conosceva, lo stesso Biondino o Salvatore Biondo gli avevano descritto come una persona che
"ha i capelli di colore bianco, sembra una lampadina accesa, ha i capelli come quelli di Mariano Tullio Troia, quindi bianco candido".
Secondo Ferrante, tale omicidio si inseriva in un più generale programma di omicidi di soggetti nei cui confronti l'associazione mafiosa "cosa nostra" intendeva ''pulirsi i piedi", affermazione questa utilizzata proprio da Biondino Salvatore prima dell'omicidio Lima in occasione di una delle tante riunioni, probabilmente anche alla presenza di Salvatore Biondo "il corto", con riferimento al programma di "cosa nostra" di uccidere quei politici che avevano fatto promesse all'associazione mafiosa e non le avevano mantenute[...].
In questo programma rientrava appunto l'omicidio dell'onorevole Lima che poiché doveva avvenire nel territorio del mandamento di San Lorenzo dovevaessere organizzato da Salvatore Biondino ed eseguito anche dal Ferrante (e da altri del "mandamento" predetto), avvertito di ciò, come già detto, dieci o quindici giorni prima, poiché c'era da eseguire alcuni pedinamenti del politico ("P.M:- Le faccio una domanda: lei quando è che fil coinvolto per la prima volta, (FUORI MICROFONO) il suo coinvolgimento in questo episodio? DICH. FERRANTE: - Ma guardi, non ricordo con esattezza se è stato almeno dieci - quindici giorni prima, perché c'è stato un periodo che appunto si doveva pedinare l'Onorevole Salvo Lima e io a dire il vero non lo conoscevo personalmente").
Indi, Ferrante ha sinteticamente esposto le modalità dell'omicidio dell'On. Lima, per le quali si rinvia alle sentenze già prima ricordate.
In ogni caso, incaricati materialmente dell'omicidio erano stati, oltre a Ferrante Giovan Battista, Salvatore Biondino e Salvatore Biondo, anche Simone Scalici, Onorato Francesco e D'Angelo Giovanni.
Era stato Salvatore Biondino, poi, ad indicare l'abitazione e la vettura del politico, una Mercedes amaranto che in realtà si appurò veniva utilizzata dal figlio, circostanza questa che aveva fatto perdere un po' di tempo.
Il giorno dell'omicidio Giovanni D'Angelo aveva guidato la motocicletta con Francesco Onorato a bordo, entrambi muniti di casco, il Ferrante aveva osservato da Monte Pellegrino con un binocolo l'arrivo della vettura con l'autista che prelevava l'onorevole ed aveva avvisato D'Angelo, mentre Biondo, Biondino e Scalici avevano, poi, con le autovetture prelevato D'Angelo e Onorato dopo l'esecuzione (" .. all'inizio, ripeto, si parlava di farlo con un'auto, adesso non ricordo i dettagli. Successivamente poi si è optato per una moto, perché Giovanni D'Angelo sapeva guidare abbastanza bene la moto e Francesco Onorato stava dietro. lo ho avvisato il Giovanni D'Angelo e
Salvatore Biondino e Simone Scalici e Salvatore Biondo dovevano prendere diciamo, sia Salvatore... Sia, scusi, l'Onorato che il Giovanni D'Angelo e successivamente praticamente ... Cioè dopo l'omicidio avvenuto, dovevano credo caricare uno dei due ... Il Simone Scalici forse l'Onorato o Giovanni D'Angelo, adesso non ricordo con precisione . ... P. M.: - Lei dove era posizionato? DICH. FERRANTE: ... non ricordo con esattezza ... Diciamo visivamente non ricordo i
luoghi con esattezza. Se non mi sbaglio, sopra Monte Pellegrino, ... perché dovevo vedere credo l'auto che uscisse diciamo da casa del Lima, quindi credo che mi sono posizionato, diciamo, sopra ... Al Monte Pellegrino . ... per vedere praticamente l'auto quando arrivava o quando usciva, perché credo che poi veniva un autista a prenderlo. ... Credo che avevo un binocolo che poi ho lasciato forse direttamente lì . ... Nella moto c'era Giovanni D'Angelo che guidava e Francesco Onorato che stava dietro . ... credo che avevano entrambi i caschi. ").
Ferrante ha aggiunto che allorché Biondino Salvatore ebbe a comunicare la decisione di eliminare l'On. Lima, aveva anche raccomandato di non parlarne con nessuno poiché, data la caratura politica del politico, la reazione delle Istituzioni sarebbe stata certamente forte ("La raccomandazione credo che sia stata quella chiaramente di non parlare con nessuno, di non dire troppo in giro, anzi di cercare di tenere il più possibile riservato questo perché con l'uccisione di Lima sicuramente sarebbe successo qualcosa di eclatante, perché Lima era un euro parlamentare, quindi non era con tizio qualsiasi. ... Perché sarebbe successo qualcosa di sicuramente eclatante, polizia e Carabinieri si sarebbero sicuramente mossi, ricordo qualcosa del genere.")
Sollecitato poi il ricordo del collaboratore con apposita contestazione, Ferrante ha confermato di avere avanzato a Biondino Salvatore, cosa mai fatta in precedenza, alla presenza di Biondo Salvatore, le proprie perplessità sulla decisione di uccidere l'onorevole Lima, perplessità rispetto alle quali il Biondino rappresentò la necessità procedere alla esecuzione di quanto deciso al
fine di fare capire a chi li aveva presi in giro di adeguarsi ("P. M.,' - Senta, dopo l'omicidio, lei ebbe... Dopo anche alcuni giorni l'omicidio, ebbe poi ad incontrare Biondino Salvatore per commentare questo episodio? DICH. FERRANTE " - Guardi, Biondino Salvatore, con Biondino Salvatore ci si incontrava diciamo spesso, quasi giornalmente, non ricordo di avere avuto diciamo, successivamente di averne parlato o in quale occasione o perché, non ricordo adesso. P. M.: - Non ricorda. E allora procedo ad una contestazione dal medesimo verbale, pagina /08 per le difese. A domanda del Pubblico Ministero: dopo il /2 di marzo del 92 incontra più nessuno dei suoi correi? È il signor Ferrante a rispondere: va bene, i miei correi, come le ho detto con Salvatore Biondino e Salvatore Biondo ci vedevamo molto spesso. Lo stesso giorno credo di no, ma diciamo qualche giorno dopo ci siamo rivisti e contrariamente diciamo alle mie abitudini, ho chiesto se era stata una mossa intelligente quella di fare l'omicidio dell'Onorevole Lima. Ricorda questa circostanza? DICH. FERRANTE : - Adesso no, però quello che ho detto sì, ricordo ... Non ricordo i dettagli, ecco, la verità è quella, non ricordo i dettagli, però chiaramente quello che ho riferito parecchi anni fa (FUORI MICROFONO) è molto più preciso rispetto a quello che ricordo adesso. P. M.: - Senta, non ricorda quindi questa sollecitazione che ebbe a fare? Questa interlocuzione con il Biondino sull'opportunità di uccidere l'onorevole Lima? Che peraltro qua nel verbale dice contro le sue abitudini. DICH. FERRANTE: - Non ricordo questi dettagli. . .. P. M .: - E allora procedo ad una
contestazione, alla luce di questo. Nello stesso verbale, pagina /09: non sarebbero stati con le mani in mano, a quel punto Salvatore Biondino mi disse che praticamente era una cosa che si doveva, che si doveva fare. Gli chiedo il perché, dice perché praticamente così la smettono, dice così gli facciamo capire noi il discorso come deve andare, perché ci hanno preso in giro, adesso così la
smettono. DICH. FERRANTE: - No, no, no, ricordo praticamente questa frase, però non ricordando appunto se poteva essere fatta una frase che era stata detta successivamente all'omicidio, o precedentemente, diciamo, all'omicidio, quando appunto si parlava che ognuno doveva pulirsi i piedi e quindi ... Cioè, potevo immaginare che era stata fatta prima o dopo, ma adesso in sintesi quello che mi è stato contestato, non ricordo ... Lo ricordo, sì, sì, è stato detto").
Per mera completezza, sia pure in presenza delle già ricordate perplessità conseguenti al suo percorso collaborativo, vanno, infine, citate anche le dichiarazioni rese da Maurizio Avola, il quale, riferendo il punto di vista delle cosche catanesi di cui egli faceva parte, ha, a sua volta, confermato che Salvo Lima era stata uno delle prime vittime della nuova strategia voluta dai "corleonesi" ("Ricordo che hanno cominciato ad uccidere ... Mi sembra che era Salvo Lima uno dei prima a cadere sotto sta strategia . ... Era diciamo un uomo di Andreotti. . .. Era quello stesso periodo che si dovevano toccare anche i socialisti, stiamo parlando di 92"), tanto che D'Agata, apprendendo di tale
omicidio, aveva commentato, appunto, che i corleonesi avevano dato inizio a quella strategia ("i corleonesi ci misiru mani ... .... i corleonesi hanno messo mano al/a strategia").
Dalle suddette risultanze, dunque, per ciò che rileva in questa sede essendo stato stralciata la relativa contestazione di reato formulata a carico del solo Bernardo Provenzano e residuando soltanto l'aspetto dell'antecedente fattuale rispetto alle vicende più propriamente riconducibili alle imputazioni formulate, può trarsi, in fatto, la conclusione probatoria che l'omicidio dell'On. Lima è stato voluto da Salvatore Riina, con decisione ratificata dalla "commissione provinciale di cosa
nostra", nell'ambito della strategia con la quale, da un lato, si intendeva "punire" una serie di soggetti ritenuti "vicini" all'associazione mafiosa o che comunque, a vario titolo, avevano beneficiato del suo operato e che, però, non erano riusciti ad ottenere il risultato dell'«aggiustamento» del maxi processo sul quale lo stesso Salvatore Riina si era fortemente impegnato nei confronti dei sodali, e, dall'altro, nel contempo, ci si voleva vendicare di alcuni magistrati che storicamente avevano assunto il ruolo di "nemici" proprio in quanto artefici di quel maxi processo che per la prima volta aveva prodotto il riconoscimento definitivo di "cosa nostra" e delle sue regole e le molteplici condanne all'ergastolo dei suoi capi.
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Il maxi processo e l'omicidio di Salvo Lima


5 LimaCome appena detto, il 12 marzo 1992 venne ucciso, a Palermo, l'On. Salvo Lima.
Su tale omicidio, oggetto, peraltro, nell'originario unico procedimento, anche di una specifica imputazione a carico di Bernardo Provenzano poi, però, stralciata per le condizioni di salute di quest'ultimo imputato che non gli consentivano, all'epoca, la cosciente partecipazione al processo e che successivamente lo hanno condotto alla morte, è stata ugualmente svolta un 'ampia istruttoria
dibattimentale per la rilevanza che, secondo l'accusa, l'episodio ha avuto nell'evoluzione delle successive vicende che hanno dato luogo alla c.d. "trattativa Stato-mafia".
In particolare, sono state acquisite le dichiarazioni di numerosi collaboranti (tra i quali anche alcuni degli esecutori materiali dell'omicidio) ed sono state, altresì, acquisite le sentenze, divenute definitive, con le quali sono stati condannati alcuni esponenti dell'associazione mafiosa "cosa nostra" (tra i quali Salvatore Riina) quali responsabili dell'omicidio in questione (sentenza della Corte di Assise di Palermo nei confronti di Riina Salvatore +31 pronunziata in data 15 luglio 1998; sentenza della Corte di Assise di Appello di Palermo in data 29 marzo 2000; sentenza della Corte di Cassazione in data 27 aprile 200 I; e, successivamente a quest'ultima, sentenze della Corte di Assise di Appello di Palermo del 10 maggio 2002 nei confronti di Madonia Francesco ed altri e del 5maggio 2004 nei confronti di Aglieri Pietro ed altri). Per la ricostruzione del fatto, dunque, può certamente rinviarsi alle predette sentenze definitive, evidenziando soltanto che il primo parziale esito avutosi con la sentenza della Corte di Cassazione del 27 aprile 2001 prima ricordato è stato
certamente influenzato dall'assenza di conoscenza di elementi di fatto soltanto successivamente acquisiti grazie ad ulteriori sopravvenute importanti collaborazioni con la Giustizia da parte di altri esponenti mafiosi. Basti pensare, per ciò che rileva in questa sede in relazione alle conclusioni del
paragrafo precedente, ad esempio, con riguardo alla mancata prova di una riunione della "commissione provinciale" di Palermo precedente all'omicidio Lima, che tale riunione era stata allora riferita soltanto Brusca Giovanni ed è stata, pertanto, ritenuta non riscontrata nella sentenza della Corte di Cassazione del 27 aprile 2001.
Nel ricordato paragrafo precedente, però, si è già dato conto della sopravvenuta collaborazione di Antonino Giuffrè avvenuta dopo il suo arresto in data 16 aprile 2002 e delle dichiarazioni da questi rese in proposito ("lo ho partecipato alla riunione in Cosa Nostra del dicembre del 91, se la memoria non mi inganna, dove appositamente c'è stata la famosa riunione della resa di conti tra Cosa Nostra e le persone ostili a Cosa Nostra, tra cui i politici da un lato e tra cui Salvo Lima e altri politici, e la resa dei conti nei confi'onti dei Magistrati, quali Falcone e Borsellino. Questo è stato fatto in una famosa riunione del 91, del dicembre del 91. Tanto è vero che poi nel 92 ci sarà l'uccisione di Lima e del dottore Borsellino, del dottore Falcone, eccetera, eccetera. Da tenere presente che nella lista dei politici vi erano ... Non vi era solo Lima, ma vi erano i Salvo, che poi Ignazio Salvo è stato ucciso, Mannino, Vizzini, Andò e altri personaggi importanti nell'ambito politico, appositamente per il discorso che era partito politicamente della inaffidabilità, ed ecco il discorso dell'87, quando c'è stato il cambiamento di rotta, venivano... Erano stati considerati inaffidabili questi politici”).
Ma, in ogni caso, anche dalla più riduttiva sentenza della Suprema Corte prima ricordata, ancora per quel che rileva in questa sede, in estrema sintesi, si ricavano, comunque, l'esistenza di risalenti rapporti tra l'organizzazione mafiosa "cosa nostra" e l'On. Lima (v. la citata sentenza della Corte di Cassazione: " ... l'on. Lima, figlio d'uomo d'onore, aveva coltivato legami, per scambio di favori con uomini d'onore, quale esponente rappresentativo del partito di maggioranza in Sicilia, già all'epoca in cui era sindaco di Palermo, e sino alla sua morte, quando era parlamentare europeo ... ") e la riconducibilità dell'omicidio alla stessa "cosa nostra" (ibidem: " ... l'induzione univoca che il delitto sia frutto del concorso di più persone, per ragioni di mafia ... ").
Quanto al ruolo della "commissione provinciale", d'altra parte, anche la successiva sentenza pronunziata dalla Corte di Assise di Appello in sede di rinvio il 10 maggio 2002 (divenuta irrevocabile ed acquisita agli atti), sulla scorta di precise risultanze probatorie (nonostante non fosse ancora sopravvenuto l'apporto collaborativo di Giuffrè), ha evidenziato "come in svariati ambienti di cosa nostra si fossero fatti strada, ancor prima della conclusione del maxiprocesso, sentimenti di forte ostilità nei confronti di Lima, circostanza questa che già di per sé porta ad escludere che la decisione di uccidere tale uomo politico possa essere stata il frutto di una autonoma decisione di Salvatore Riina", concludendo che, fermo restando la necessità di individuare le responsabilità individuali dei componenti della "commissione provinciale", la regola che assegnava a quest'ultima la decisione di simili delitti "era, all'epoca del delitto Lima, ancora pienamente attuale".
La medesima sentenza, nel contempo, ha confermato anche la causale dell'omicidio in esame nel risentimento nutrito dai mafiosi nei confronti di quell'uomo politico accusato di inerzia riguardo alle aspettative dei mafiosi medesimi.
Nel presente processo, quindi, ancora in sintesi, sono stati, innanzitutto, ulteriormente confermati i rapporti tra esponenti di "cosa nostra", tra i quali specificamente Salvatore Riina per il tramite dei cugini Antonino e Ignazio Salvo, e 1'on. Salvo Lima (v. dich. Giovanni Brusca: " ... il contatto con
l'onorevole Lima era più quasi esclusiva di Totò Riina ... ...... Sì, attraverso i cugini Salvo ... .... ... il rapporto con i Salvo era privilegiato esclusivamente con Totò Riina .... ... .... i Salvo erano cugini, uomini d'onore. appartenevano alla famiglia di Salemi ed erano autorizzati a poter contattare ... cioè, poter avere rapporti direttamente con Riina senza l'autorizzazione del loro capo famiglia o capo mandamento") e, più in generale, il ruolo di quest'ultimo di "referente" dell'associazione mafiosa per i rapporti di questa con gli ambienti politici.
In proposito, oltre alle dichiarazioni dell'imputato Brusca Giovanni, possono ricordarsi le dichiarazioni di Giuffrè Antonino, il quale, pur riferendo di non avere mai personalmente conosciuto l'On. Lima, ha, però, confermato, appunto, che quest'ultimo costituiva il principale referente provinciale dell'organizzazione mafiosa (" .. era il referente ufficiale di Cosa Nostra a livello provinciale. Le posso tranquillamente dire che nel nostro mandamento (PAROLA INCOMPRENSIBILE) era ... Si votava per gli uomini del Riina, per la corrente di Riina ... di Lima. chiedo scusa .... ... ... Quello che mi risulta, a partire da Stefano Bontade. Michele Greco, Salvatore Riina e così via di seguito. Tutti diciamo gli esponenti più importanti di Cosa Nostra. in modo
particolare a livello della provincia di Palermo erano in contatto con l'Onorevole Lima .... ... ... .Il referente, per quello che ricordo. diciamo che il principale era lui, faceva parte della corrente di Andreotti, vi erano anche altri personaggi importanti quali i cugini Salvo, Ignazio e Nino Salvo, Vito Ciancimino, questi sono quelli più importanti che mi ricordo. Cioè poi altri personaggi importanti potevano essere Mannino, per ipotesi, sull'agrigentino questi sono i personaggi più importanti che mi ricordo in questo momento").
Contatti addirittura personali, poi, sono stati riferiti sia da Siino Angelo che da Di Carlo Francesco.
Il primo, in particolare, nel corso del suo lungo esame, ha, tra l'altro, appunto riferito che nella sua attività concernente la gestione degli appalti per conto di "cosa nostra" egli aveva come referente politico l'Ono Lima ("Debbo dire che anche politicamente sono stato accreditato perché il mio referente politico, che allora era l'Onorevole Salvo Lima, mi disse: tu guarda che da questo momento in poi gestisci gli appalti per conto mio e per conto di altri .. ") e che, per tale ragione, i rapporti si erano via via intensificati e mantenuti sino al suo arresto nei 1991 ("Allora, debbo dire che ho avuto, avevo una (PAROLA INCOMPRENSIBILE) per ragioni politiche la frequentazione con l'Onorevole Lima. Debbo dire che queste frequentazioni politiche che avevano, erano conseguenti al fatto che io ero Consigliere Comunale di San Giuseppe lato per quindici anni all'incirca, con. .. Della Democrazia Cristiana, per questo avevo modo di avere conosciuto sia il Lima e di avere dei rapporti con lo stesso. Debbo dire che immediatamente dopo il mio inizio di collaborazione con la questione degli appalti, debbo dire che questo rapporto si intensificò e io,
malgrado il relativo ruolo non di vertice che avevo, sia in Cosa Nostra, sia in politica, praticamente continui ad avere un rapporto più diretto con lo stesso. Rapporto che si è protratto fino al mio primo arresto. Stiamo parlando del luglio 1991... ... . .. avevamo un rapporto che naturalmente anche per la
differenza di età lui mi dava dell'Angelo del tu e io lo citavo Onorevole, ci dicevo Onorevole, e questo era il tipo di rapporto. Lui mi diceva spesso e mi sollecitava: evitiamo sta camurria di Onorevole e io ci dicevo ... Insomma, finivo sempre con il chiamarlo Onorevole. Debbo dire che la frequentazione nostra avveniva la mattina presto, nella sua villa di Mandello, era una villa che lui
aveva comprato da un mio amico che era perito nella famosa cosa di ... L'aereo che era caduto su Montagna Longa e poi debbo dire che lui mi riceveva nei luoghi più impensati, anche la sua segreteria sita nel grattacielo che c'era in Via Emerico Amari e poi alle volte, quando veniva da Roma, sia tardi che presto, comunque mi doveva, mi diceva che questo rapporto doveva restare
riservato perché praticamente si ni sbentano, questo era il suo modo di parlare, che era un modo di parlare molto palermitano, si ni sbentano semu consumati, per cui evidentemente cerca di stare più attento possibile anche nei tuoi interessi, nel tuo interesse. Cioè, mi metteva in guardia che con il fatto che si scopriva questa cosa, saremmo finiti non nei guai, ma nei guai più terribili, in
effetti cosa che è successa"), tanto che proprio l'On. Lima gli aveva consegnato una copia del rapporto "mafia e appalti" (" .. io sapevo nei minimi particolari quale era il contenuto del rapporto mafia e appalti e questo rapporto mi fu dato, principalmente dato, proprio materialmente consegnato dall'Onorevole Lima, Lima Salvatore, che praticamente mi disse che gli avevano dato questo rapporto e che praticamente mi disse di stare attento .. ") dopo avergliene parlato per la prima volta circa sei o sette mesi prima del suo arresto (" .. praticamente diciamo un sei mesi - sette mesi prima ho avuto conoscenza di questo rapporto e se non mi sbaglio uno dei primi che me lo mostrò, e non so se fu il primo, è stato l'Onorevole Lima, che prima mi avvisò verbalmente e poi mi disse stai attento ca viri ca sti sventaru. La sventata era il fatto che avevano potuto sapere di quella che era la mia attività nel settore degli appalti, che però io capii che c'era del dolo quando ho capito che c'era notizia di questa mia attività nel settore degli appalti, ma non c'era effettiva notizia di quel che era il settore degli appalti in Sicilia, che era veramente una cosa enorme ... ").
Di Carlo Francesco, invece, ha raccontato di avere conosciuto Salvo Lima sin dagli anni sessanta (".. L'Onorevoie Lima ... Ci sono stati, tante volte a Palermo, tante volte a Roma, molte volte c'è stato Nino Salvo di presenza e … Frequentazioni, non ero la persona che andava a chiedere posti di lavoro o chiedere ... Così, va bene. Forse per questo mi frequentavo di più, perché non ho chiesto mai, solo ... Anzi, lui mi ha chiesto una volta un piacere, perché non so se era suo figlio o era figlio del fratello, no, il figlio del fratello era, che ha voluto aprire un laboratorio, era medico, giovanissimo, ad Altofonte, e allora la prima cosa che ha fatto, fammelo sapere, ci siamo incontrati, ti raccomando stu ragazzo. E ha aperto, ma poi è stato un anno e se ne è andato... '" ... L'Onorevoie Lima l'ho conosciuto quando era già a Palermo, l'ultimo periodo, che era Sindaco, credo che era l'ultimo anno, poi è diventato parlamentare. L'ho conosciuto non mi ricordo in quale occasione, però l'ho conosciuto. Non so se è stato Nino Salvo o Ignazio Salvo a presentarmelo ... '" ... Anni 60") e che, da allora, lo aveva molte volte incontrato presso il suo ufficio ricevendo sempre un trattamento di riguardo (" .. da Lima c'era sempre una sala d'aspetto che aspettavano tutti, quello che non aspettava ero io, basta che ci facevo sapere, subito mi faceva entrare. C'era un professore che ci faceva da segretario che mi conosceva, non mi ricordo come si chiamasse, e entravo .. ").
Tra i tanti incontri, Di Carlo, inoltre, ha ricordato di avere partecipato nel 1980 ad una riunione nell'ufficio dell 'On. Lima a Roma (" .. è stato nell'80, a fine 80, che c'è stata una riunione e io ero nell'ufficio di Lima a Roma intendo .. ") cui erano presenti, tra gli altri, il Gen. Santovito, l'Avv. Guarrasi e Nino Salvo. Giuffrè Antonino, quindi, ha riferito l'insoddisfazione che montava sempre più nell'ambito di "cosa nostra" per il più recente operato dell 'On. Lima, tanto che già alcuni mesi prima della riunione della Commissione del dicembre 1991, nella quale, poi, Riina avrebbe ufficialmente comunicato la decisione di uccidere, tra gli altri, anche Salvo Lima, egli era stato informato da Bernardo Provenzano di quell'intendimento (v. dich. Giuffrè: "Diciamo che i primi discorsi, come è venuto fuori ieri, sono stati in un periodo anche antecedente al dicembre del 91, del discorso in seno alla Commissione. Diciamo che con Bernardo Provenzano, come è stato io magari non mi ricordavo, è venuto fuori nel discorso di ieri già con il Provenzano e antecedente a questa data mi aveva detto che prima o poi doveva essere eliminato il Lima. Ora, cioè, non mi vado a
ricordare se sia il 90, se sia il 91, quando è stato questo non lo so. Dice: prima o poi va a sbattere e ci rompemu i corna. Chiedo scusa per il termine che è un pochino brutale, che dico. 11 tutto poi diciamo si è enunciato sempre in quella riunione di cui abbiamo parlato, dal dicembre del 91, sulla resa dei conti, dove l'Onorevole Lima, l'Onorevole Andò e l'Onorevole Mannino e l'Onorevole
Vizzini, questi sono i nomi che io mi vado a ricordare, e in più Falcone, il dottore Falcone e il dottore Borsellino, in quella data di cui ho detto, nel dicembre del 91... ... . .. Antecedentemente alla riunione del 91, non ho un ricordo preciso di un discorso antecedentemente al 91. Probabilmente che vi sono stati anche altri discorsi in precedenza che andavano ad interessare sempre altri soggetti... ... ... sto parlando di discorsi nell'ambito della commissione o anche di riunioni ristretto in seno a Cosa Nostra, e in modo particolare quando parlo di questo, parlo sempre della presenza di Salvatore Riina. Se non vado errato, anche in altre circostanze, in altre circostanze, ora non mi vado a ricordare se sia un discorso a livello di commissione completa o se riunioni ristrette o meno, si è parlato sempre, o per meglio dire ha parlato il Salvatore Riina di questo malcontento, di questo malessere e dell'eliminazione di questi soggetti, tra cui Lima, il dottore Falcone e il dottore Borsellino. Se la memoria non mi inganna, c'è stata qualche altra occasione in cui con il Riina si
è parlato di questo ... ... ... Diciamo che le posso tranquillamente dire che Lima ormai nel periodo di cui io ne posso parlare, dall'87, 88, 89, 90, cioè in modo cioè ne ho detto anche in particolare sul finire degli anni 80, per meglio dire, motivi che si era defilato, le ho detto anche i motivi che se ne è andato, si era portato alle europee, aveva abbandonato. Cioè, già diciamo che c'erano dei discorsi non solo per quanto riguarda il Provenzano, ma discorsi all'interno di Cosa Nostra, che già era considerato come un traditore per avere abbandonato quelli che erano gli interessi di Cosa Nostra. E già, cioè, questo discorso su Lima mi viene fatto, come ho detto, però non sono in grado di andare a quantificare se sia stato sei mesi, otto mesi o nove mesi prima del discorso ... Se ne parlava all'interno di Cosa Nostra e me ne aveva parlato anche il Provenzano sui discorsi di Lima e che prima o poi doveva essere ... Andava a sbattere perché veniva ad essere ucciso. Ma era un discorso che ormai diciamo all'interno di Cosa Nostra era ... Era questione di tempo ... ").
La decisione di uccidere I 'On. Lima, infine, matura alla vigilia della sentenza della Corte di Cassazione nel c.d. maxi processo, quando è ormai chiaro, con la sostituzione del Presidente Carnevale, che l'esito sarebbe stato negativo per i mafiosi (v. dich. Brusca: " ..... si poteva salvare se l'onorevole Lima avrebbe portato un risultato positivo per Cosa Nostra .... ").
Tale causale è stata, altresì, confermata anche In questo processo da due esponenti mafiosi particolarmente vicini ai "corleonesi". Ci si intende riferire a Di Matteo Mario Santo, il quale, pur precisando di non sapere nulla del fatto materiale, non ha avuto il minimo dubbio nel ricollegare tanto l'uccisione dell'On. Lima, quanto quella successiva di Ignazio Salvo, al mancato interessamento degli stessi affinché nel giudizio di cassazione le condanne dei mafiosi fossero annullate (" ... perché non si interessavano del Maxi Processo, c'è stato pure questo, non c'era interessamento sul Maxi Processo … ... . ... Si dovevano interessare sul Maxi Processo per non fare condannare diciamo le persone, su questo era. .. Invece non hanno fatto niente .. "); e a Gioacchino La Barbera, il quale ugualmente ha richiamato la medesima causale ("Le motivazioni erano appunto la sentenza che c'era stata in Cassazione nel 91, dove avevano confermato il teorema Buscetta, confermate le condanne e da allora si è partiti con questa strategia ... .. .... Come esito, c'era sempre
ottimismo, almeno quello che si diceva per non mettere paura alle persone che erano già state condannate o quelle che erano in attesa di giudizio, c'era ottimismo nell'aria, però in realtà, perché forse qualcuno aveva promesso che andava meglio, ma poi le cose sono andate male e allora si è incominciato con questo tipo di strategia ... ").
Ancora nel presente processo, una indiretta conferma della riconducibilità dell'omicidio Lima al volere della "commissione" per le ragioni prima esposte si trae dalle dichiarazioni di Tranchina Fabio, dalle quali è possibile, infatti, ricavare il coinvolgimento conoscitivo - e, quindi, decisionale stante l'importante ruolo ricoperto nell'ambito della "commissione" provinciale – di Giuseppe Graviano (v. dich. Tranchina: "Per quanto riguarda l'omicidio Lima, come ho anche dichiarato durante gli interrogatori, quando ci fu l'omicidio Lima Giuseppe Graviano mi disse espressamente di non andare nella zona di Mondello .... ... ... Prima, prima .... ... .. ma sarà stato qualche giorno prima, una settimana prima, mi disse: "Non andare nella zona di Mondello in questo periodo " ... ... ... non mi ricordo se me lo disse tre, quattro, cinque giorni prima, nel momento in cui ci fu l'omicidio tutti i capimmo che il motivo era questo di qua, che non dovevamo recarci nella zona di Mondello").
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